Morte pop!

C’è un tizio, dalle mie parti, che ha aperto una nuova agenzia di onoranze funebri con uno spirito (imprenditoriale e non solo) all’apparenza ben poco affine a tale attività: immagine professionale ma ben poco contrita, spot radiofonici che andrebbero benissimo pure per un centro estetico o un negozio di profumeria, servizi funebri offerti con leggerezza e brio, festa d’inaugurazione con musica, cocktail e goloso rinfresco (non ci sono stato, dunque mi resta la curiosità che ci fossero pure le ossa dei morti). Insomma, nulla di ciò che verrebbe da collegare a un evento funesto, a parenti in lacrime, ad articoli che a buona parte delle persone solleciterebbero gesti scaramantici…

Beh, che diamine: il tizio fa benissimo! Bisogna una volta per tutte smetterla con questo (primitivo, ergo incolto) tabù della morte. Il che non significa deprimerne l’aspetto emotivo e sentimentale, più o meno razionale che sia (e che chiunque può e deve essere libero di vivere e/o metabolizzare nel modo più naturale possibile, senza che altri possano trarne giudizi di sorta): no, semmai significa accettarne finalmente la naturalità, facendone stimolo ad un’esistenza vissuta nel modo più virtuoso e nobile possibile proprio per la consapevolezza della sua ineluttabile fine. È vero che chi più vive una bella vita (nel senso nobile del termine, ribadisco) più potrebbe temere la morte; ma è altrettanto vero che chi nella propria vita saprà combinare qualcosa di interessante, buono e utile avrà certezza in punto di morte di non aver sprecato il proprio tempo terreno – tant’è che in realtà sono convinto che molti di quelli che temono la morte e fanno di tutto per scacciarne il pensiero nei modi sovente rozzi e stupidi che la società contemporanea offre al riguardo, e i quali arrivano nel momento della dipartita disperandosene platealmente, probabilmente proprio in questo momento “topico” si rendono conto di non aver combinato granché di buono nella loro vita e ciò, dunque, provoca quegli eccessi di disperazione.

Tanto, sia quel che sia, è naturale che la vita finisca, prima o poi.
Sembra terribile, detta così, vero? Bene, allora si faccia in modo di usarla al meglio, la vita che abbiamo da vivere, senza perdere tempo in vaneggiamenti inibitori che, a ben vedere, rendono ben più un tabù il senso della vita che il momento della morte!
Aveva ragione Emil Cioran quando scrisse che “La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro”, e pare di sentire Totò fargli eco e ribattere: “‘A morte ‘o ssaje ched’è? È una livella”!

P.S.: l’unica cosa, è che devo cercare di non fare al tizio dell’agenzia di onoranze funebri domande altrimenti del tutto ordinarie nelle conversazioni quotidiane, del tipo «Allora? Come va il lavoro?» dacché, se mi dovesse rispondere qualcosa di altrettanto ordinario ma solo in altri contesti come «Bene! Siamo pieni di lavoro!», ammetto che ne verrei un poco inquietato.

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“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (2a parte)

Per sapere cosa diavolo* vi state accingendo a leggere (e per leggerne la prima parte), cliccate QUI!

*: Beh, in effetti tale espressione non è troppo consona a quanto leggerete. Fatelo, e capirete che intendo dire.

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Il giorno in cui sono morto (2a parte)

Porca puttana, morto!
Ero morto sul serio!
Di colpo mi sovvenne che tra una settimana mi sarebbe scaduta l’assicurazione della mia auto: come diavolo facevo a pagar… oh, beh, che idiota. Il problema non sussisteva più, ora. Cioè, voglio dire: certo, mi stavo per suicidare, essere effettivamente trapassato non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto. Tuttavia pensavo a qualcosa di più… più classico, e più suggestivo, ecco. Eppoi te l’ho detto, avevo piazzato il cuscinone ad aria di mio cugino sotto il ponte. Insomma, se ne dicono di cazzate nella vita, non è che si debba sempre prendere tutto alla lettera. Cioè, sì, si dovrebbe, spesso è giusto farlo, ma anche no…
Mi riebbi con un sussulto dalla mia solita incoerenza: fosse quel che fosse, c’era poco da fare. Anzi, nulla. Ero morto, punto. Mi rabbuiai parecchio e abbassai lo sguardo a terra, in parte incazzato, in parte abbacchiato. Mortificato, dovrei dire.
Rimasi in silenzio per tutto il resto del tempo, fosse stato un minuto o 150 anni (vedi sopra, ribadisco), avanzando lentamente con tutta la mia colonna di… beh, cadaveri, dacché tali eravamo. Quale estremo, disperato tentativo di “fuga” da quella realtà – se tale si poteva definire – mi chiesi, visto che appunto eravamo tutti quanti cadaveri, perché dunque non puzzassimo terribilmente, come s’addiceva; a dire il vero la domanda mi parve dotata d’una logica un po’ traballante, in ogni caso ci riflettei un attimo (o qualche lustro, mah!) e mi risposi che, a pensarci bene, il maiale che è nato e vive nel fango della porcilaia insieme ad altri maiali lordi come lui mica ritiene di essere sporco. Tale risposta mi sembrò in effetti più logica della domanda, dunque la piantai lì con quelle vane elucubrazioni e mi rituffai nel silenzio più assoluto, ciondolando le lunghe maniche fuori taglia della mia divisa, o che accidenti d’altro fosse. Ogni tanto gettavo un’occhiata intorno, ma con tutta quella massa di persone divisa per innumerevoli file mi pareva sempre d’essere fermo nello stesso punto. Un punto morto, ecco! – vabbé, lascia stare, posta la situazione in cui ero mi perdonerai quell’autoironia un po’ demente.
Quando sollevai di nuovo lo sguardo, notai invece che avevo davanti solo tre altri individui: il tabellone luminoso sopra il banco in testa alla fila segnava il numero 5486844611574452. Non potevo oltrepassare la riga gialla sul pavimento – uhm, anche qui ‘ste noiose disposizioni? – ma cercai di vedere e capire che mi aspettava. C’era una donna seduta al banco, anzi, un donnone assai corpulento dal fare matronale con indosso una specie di grembiule bianco orlato da ricami azzurri che a fatica conteneva l’abbondante seno, permanente bionda (tinta, si vedeva la ricrescita) e trucco piuttosto vistoso. Lavorava alla tastiera di un qualcosa che per certi versi ricordava un registratore di cassa d’antan e per altri un computer, masticando rumorosamente un chewing gum. Poco dopo, quando avevo davanti un solo altro individuo, notai sulla sua schiena due ali piuttosto piccole, tali e quali a quelle che avrebbe disegnato un bambino se gli si fosse chiesto di disegnare un paio d’ali d’angelo: ma dalla visione di esse e di tutto il resto non ci desunsi nulla. In verità, non sapevo proprio che pensare.
Finalmente, il numero 5486844611574455 lampeggiò sul tabellone: toccava a me. Mi feci avanti, abbozzai un sorriso, tossii leggermente per schiarirmi la voce; la tizia non mi degnò del minimo sguardo.
«B-buongior… buonasera… ehm… mi chiamo Ca…»
«Numero!» intimò quella, con tono così secco che al confronto uno stoccafisso congelato mi sarebbe parso più morbido d’una sciarpa in cashmere. Presi a dettarglielo.
«Lo so!» mi interruppe a metà numero con immutata perentorietà.
«Bene, signor Incerti,» riprese, pronunciando il mio cognome con un tono che in altra situazione avrei ritenuto ironico, «vediamo un po’ che ha combinato, nella sua vita…». Non mi aveva ancora degnato d’una sola occhiata; io invece adocchiai sul monitor che aveva davanti il numero che avevo tentato di dettarle prima, il cognome e altre cose che invece non distinsi.
«Celibe, senza figli… scarsa applicazione scolastica… All’età di 15 anni aveva già visto almeno una cinquantina di film per adulti…»
«Uh? Io? Ehm…» Ad ogni cosa che citava, la tizia scriveva sulla tastiera; sul monitor intravedevo un numero che aumentava o diminuiva a ogni nuovo inserimento – come un punteggio, ecco.
«Alcuni furti non scoperti… Una rissa in discoteca… Qualche spinello tra amici…»
«Eh? Furti? Ah, ma lei si riferisce al cuscinone? No, ma quello me l’hanno prest…»
«Silenzio!» mi sibilò, e la obbedii. Peraltro, non nego che quel così florido seno che ad ogni movimento della tizia pareva animarsi e ancor più gonfiarsi mi distraeva parecchio. Certe cose pure per un morto conservano il loro bell’imperituro “perché”: sai, non a caso si usa dire morto di f… beh, lascia stare.
«Bene, ma guarda…» riprese la pettoruta matrona continuando a battere sulla tastiera, «…favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, gestione di giri di escort per clienti facoltosi, riciclo di denaro sporco presso depositi bancari nascosti e paradisi fiscali…»
«Eeh??? Ma chi, io?»
«Organizzazione di turismo sessuale… tangenti ad alti esponenti diplomatici…»
«No, ehi, ehi! Si fermi un attimo, io tutte quelle cose mica le ho…»
«Zitto, bellezza! Ti ho dato il permesso di parlare, io?»
«Ma io non ho assolutamente fatto tutte quelle cose orribili! Io non…»
«Ma se non hai smesso un attimo di guardarmi le tette! Tzé, il solito ipocrita.»
«Beh, ecco… ma che centra, quello? Io quelle cose che prima ha elencato non…»
«Taci, stronzetto» mi disse, con un tono così tagliente che avrebbe affettato la produzione annua di un salumificio con un colpo solo. «Ma sei fortunato, vedo, come lo sono sempre tutti i culi marci come te. Guarda lì: nipote del cardinal Michelangelo Incerti… Bella raccomandazione, eh?!»
«Raccoman… nipote di un cardinale? Io?»
«Certo, caro il mio bel signor Carlo Massimo Incerti! Sei l’ennesimo merdoso r-a-c-c-o-m-a-n-d-a-t-o! Ecco qui,» e pigiò con teatralità un tasto, «un bel punteggio da secondo cielo. Pensa te!»
«Ma… ma io mi chiamo Carlo Maria, non Carlo Massimo!» urlai quasi, attirandomi addosso gli sguardi di buona parte di quelli che avevo intorno. Fu in quel momento che, per la prima volta da che le fossi lì di fronte, la tizia alzò lo sguardo per osservarmi; quindi, appena dopo, prese a osservare con un certo sconcerto la tuta oversize che indossavo.
«Ehi, che razza di taglia ti hanno dato? Vorrai mica andare in Paradiso vestito in quel modo così ridicolo?» mi fece.
«Ma che vuoi? Me l’avete dato voi ‘sto cazzo di scafandro, eh!» ribattei con tono fin troppo esagitato. La donnona mutò subito lo sguardo da piuttosto sconcertato a parecchio sbieco: al confronto quello di un cobra un attimo prima di attaccare la sua preda sarebbe stato degno di una delle puntate più commoventi di Remì. Quindi, con gesto assai teatrale, la vidi premere un grosso pulsante rosso accanto a quel coso, quel computer a forma di registratore di cassa: senza che nemmeno capissi come, quattro energumeni, indossanti la stessa pseudo-uniforme militare azzurra del tizio che mi aveva “accolto” all’entrata di… di qualsiasi posto fosse quello, mi sollevarono da terra e mi portarono via – cioè, insomma: non è che sentii la loro presa addosso, ma ebbi la netta sensazioni di non toccare più terra… finché non mi trovai in un ambiente totalmente buio, seduto a non capivo cosa, percependo lì intorno a me la presenza di qualcuno senza tuttavia vederlo. Poi, una luce abbagliante mi si accese in faccia d’improvviso: d’istinto pensai alle testimonianze di quelle persone che raccontavano, durante stati d’incoscienza e di coma, d’essere stati avvolti da luminosità più o meno abbacinanti, avvalorandole quali prove di esperienze soprannaturali e oltremondane, ma quando gli occhi presero ad adeguarsi a quel gran bagliore sparatomi addosso vidi in esso la chiara forma di una grossa lampada da tavolo. Da 19,90 Euro, già – o meglio, ne avevo vista una simile in un supermercato poco tempo prima, in offerta a quel prezzo. Ma probabilmente non era la stessa.
«E dunque, caro il nostro signor Carlo Maria Incerti» prese a parlare una voce tonante e tesa, «voleva fare il furbo, eh?!»
«Io?» risposi, ma giusto per dire qualcosa.
«Voleva fregare il posto a qualcun altro, eeeh?»
«Freg…?!?»
«Cosa crede? Che il Paradiso sia per tutti, eh? E che si possa capitare qui e chiedere una stanza, come in un motel sull’autostrada?»
«Ma io non credevo assolutamente nulla, maledizione! Volevo solo suicidarmi in pace e stop, finita lì, mica pensavo al dopo! Facevo fatica persino a pensare al durante, per non dire al prima! Bah, quanto mai m’è venuto in mente di mettermi su quel ponte per farla finita! Per cosa, poi? Per giungere in ‘sto paradiso? Questo sarebbe il paradiso? Beh, se lo lasci dire signor… ehm… ecco, sarà, ma a me ‘sto paradiso sembra più un infer…»
«Basta! La smetta con le sue fregnacce post mortem! Frega il posto ad altri e vuole pure avere ragione!»
«Ma non è affatto così, io non…»
«Zitto! Il suo comportamento merita una punizione esemplare.»
Seguì qualche istante di silenzio assoluto. Tombale, ecco! (Ok, ok, la smetto con questa ironia idiota!) Poi la stentorea voce riprese a fluire da quel buio totale nel quale stavo.
«E’ deciso. La punizione sarà esemplare, e del tutto degna di quando era in vita.»
Non sapevo se avere paura o che altro. Insomma, da morto che altro di peggio poteva capitarmi?
«Carlo Maria Incerti, lei tornerà tra i mortali, sulla Terra!»
«C-come? Sulla T… cioè… in vita?»
«Tornerà in vita, e tornerà a fare ciò che faceva prima!»
«Torn…?!?»
«Aveva a che fare con la merda, vero? Conferma?»
«Oh, ehm, s-sì, ecco… non è bello da dire, ma effettivamente era ciò che mi faceva vivere.»
«Bene: reincarnazione sia! Così è deciso, amen!» tuonò tremendamente la voce. Oohccazzo, non potevo credere alle mie putrescenti orecchie! Tornavo sulla Terra! Tornavo in vita! Ahahah, incredibile! E la chiamavano “condanna”? Che cavolo, potevo tornare vivo e così cercare di raddrizzare la mia vita, di non commettere più errori al punto da decidere di farla finita. Ah, pure questa, che cazzata! A saperlo… Non avrei nemmeno chiesto in prestito il cuscinone di mio cugino. Che meraviglia: vivo! Di nuovo! E se avessi pure ritrovato quella fantastica ragazza supersexy, Esperanza… beh, insomma, wow! Ero troppo contento! La reincarnazione: ma allora era tutto vero, esisteva veramente! Ecchissenefregava se fossi tornato a occuparmi di merda: d’altro canto quello facevo, quella evidentemente era la mia sorte… ma da vivo, tornavo vivo! Vivo!
Già, vivo.
Ma come Geotrupes stercorarius. Uno scarabeo stercorario, così sono tornato sulla Terra. Avevo di nuovo a che fare con la merda, ma non come prima! Che cazzo avevano capito quelli lassù, o laggiù, dove maledizione stavano… Reincarnazione aveva detto: sì, certo, grazie! ‘Fanculo!
Mi incamminai per la città che a quel punto mi pareva un mondo ciclopico e spaventosamente pericoloso, ancorché assai fornito di quella materia che mi conferiva nome e peculiarità. Per attraversare una via secondaria ci impiegai non so quante ore! – anche per colpa mia, lo ammetto: la pallottola di cacca che avevo costruito e mi portavo appresso era tutta sbilenca; d’altronde, capirai, ero ancora alle prime armi. D’un tratto, poi, giunsi in prossimità di un grande palazzo, che conoscevo – nella vita precedente – come sede di qualche istituzione importante. Una grossa auto entrò nel cortile interno e ne scese un tizio parecchio corpulento con cappello e occhiali da sole, al quale, da una porta laterale, venne incontro un prelato, accompagnato da un altro torvo individuo.
«Ah, zio, eccomi finalmente!» disse l’uomo sceso dall’auto.
«Carlo Massimo! Ma, mi hanno detto dell’incidente…» gli rispose l’ecclesiastico.
«Già, ieri sera quasi a mezzanotte, sulla strada sotto il ponte. Merda, pensavo di lasciarci le penne, stavolta! Non so come, ma sono vivo. Vivo per miracolo, già!»
«Ah, meno male. D’altronde, sai bene che il qui presente cardinal Incerti su tale argomento ha buone conoscenze!» fece il prelato, allargando teatralmente le braccia e alzando gli occhi al cielo.
Carlo Massimo? E quello il cardinal Incerti? Oh porca puttana! – esclamai tra me e me (sempre che uno scarabeo stercorario possa “esclamare”, ovvio): era il tizio al quale, a quanto sembrava, avevo rubato il posto in paradiso! E capii pure il perché della tutona XXL che mi avevano affibbiato. Cercai di avvicinarmi per udire meglio.
«Ma le nostre cose…» riprese il prelato, ora più mellifluo.
«Sì, zio, ecco qui.» Estrasse guardingo una valigetta dall’auto, si guardò un attimo in giro, poi la mostrò ai due uomini. «Tutti in banconote di grosso taglio, come mi hai chiesto.»
«Bene, bene, bravo il mio nipote. Vedi, te l’ho detto: il tuo caro zio cardinale un posto in paradiso te lo fa tenere da parte, stanne certo!»
In paradiso? Dei tipi così loschi? E chissà poi quel denaro che origine sporca e criminale aveva! Altro che la “mia” merda: mi ricredo, sarà tale, la mia vita, ma almeno è onesta! Che schifo, che vergogna! – presi a ringhiare tra me (sempre che uno scarabeo stercorario possa ringhiare, già), a imprecare (sempre che uno scarabeo… eccetera eccetera) e a rodermi l’animo, al punto da non prestare più attenzione a quanto mi stava accadendo intorno e soprattutto all’auto che, risalitovi il nipote del cardinal Incerti, all’improvviso partì in retromarcia per uscire dal cortile e tornare sulla strada, spiaccicandomi mortalmente senza alcuna speranza.
Onesta la mia vita, già, ma proprio di merda! Innegabilmente, invariabilmente, ineluttabilmente di merda. In questo, lo devo ammettere, sono proprio stato coerente!
Ecco, ho finito di raccontarti di quel fottutissimo giorno. Ora sono qui, in coda. Questa volta sul mio biglietto c’è scritto “Sportello 569874 C – Numero 54868449988725877”
Un momento: non sarà mica ancora lo sportello di quella cicciona tettuta e acida?
E no, eh, cazzo!
Beh, sia quel che sia, vuoi un consiglio da amico? Goditi la vita e vedi di non morire alla svelta, che poi è un gran casino! Garantito, ormai l’ho capito bene.
(“Reincarnazione”! Ma vaffanculo, va’!)

(Fine!)

“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (1a parte)

Scrivere con continuità significa spesso lavorare a un progetto letterario (ovvero anche a più di uno, in contemporanea) che diviene per più motivi preponderante, sia a livello di pagine scritte che di impegno intellettuale, il che tuttavia non esclude di mettere nel frattempo per iscritto altre cose di diverso genere e differente sostanza, nonostante nel momento in cui vengono messe nero su bianco non si sappia ancora che destino avranno. Forse saranno buon materiale per progetti futuri, forse invece solo sfoghi narrativi “single shot”, dai quali non nascerà niente altro e che rappresentano dunque un’estemporanea testimonianza di un momento creativo “singolare” e quindi, a suo modo unico. Che poi chissà, tra dieci anni ricapitano davanti agli occhi del loro autore il quale, allora sì, ricomincia il cammino letterario in origine solo abbozzato per portarlo a compimento. Gabriele D’Annunzio chiamava questi testi solitari “favile del maglio”: espressione parecchio azzeccata per significare “l’aspetto residuale di queste prose, come le scintille che sprizzano durante il lavoro del poeta fabbro, poeta-artiere (alla Carducci, rivisitato), quasi scampoli preziosamente infuocati di un’arte più grandiosa, spesso momenti di riflessione su quell’arte stessa, cioè materiali metaletterari, o resoconto di abbozzi, frantumi di organismi potenziali” (fonte della citazione: qui).
Ecco: io che non son certo Vate (l’ho citato solo per passione e conoscenza personale) e spero nemmeno la stessa cosa con una “r” in più (ma per questo non posso che rimettermi al giudizio altrui!) mi ritrovo a mia volta e come tutti ‘sti frammenti più o meno focosi che poi il tempo e altre mire editoriali raffreddano, senza tuttavia intaccarne l’eventuale valore narrativo. Insomma, per farla breve: questo di seguito è uno di quei testi, che non ha legami con altri, non è riservato a qualche futuro progetto di raccolta di racconti o altro del genere, del quale non ho intenzione (al momento) di sviluppare in modo più esteso… L’ho scritto qualche mese fa semplicemente perché mi si balenò in mente la trama, così come a volte ci vengono in mente cose che, una volta elaborate, ci si chiede: “Beh?! E perché mai mi è venuta in mente ‘sta cosa?”
Lo pubblico in due parti e chissà, poi, se resterà un qualcosa di occasionale o se, viceversa, sarà occasione buona per futuri sviluppi…
Beh, sia quel che sarà: buona lettura!

Electrocution
Il giorno in cui sono morto

Sì, è proprio così, hai letto bene.
Ti sto per raccontare del giorno in cui morii.
Eh, lo so, tu ora ti dirai «Ma come è possibile? Se me lo stai per raccontare è perché sei ancora vivo!» e poi forse appena dopo ti ribatterai «Ah, già, ma questo è un racconto di fantasia, dunque qui può succedere un po’ di tutto!» No, aspetta un attimo, frena: ma quale “racconto di fantasia”! Tutto vero, te lo assicuro. Non ho mica grilli per la testa, io, come quei tizi che passano la vita a inventarsi storie assurde, gli scrittori – bah, fannulloni alla massima potenza, quelli! In verità non potrei nemmeno averne, di grilli per la testa, e poi sai come si dice, che spesso la realtà supera la fantasia, che se si ritiene che una cosa è impossibile che accada quella accadrà molto presto, e altro del genere. In ogni caso, fammi raccontare e capirai meglio, che quel giorno è stato veramente un gran casino, maledizione!
Dunque, era una sera di qualche tempo fa ed io, effettivamente, avevo deciso di farla finita. Era un periodo nel quale pareva che la sfiga non solo mi vedesse benissimo, ma si fosse pure comprata uno dei più sofisticati mirini laser e me l’avesse puntato addosso dopo essere andata a lezione dal campione olimpico di tiro al piattello. Poco prima la mia fidanzata mi aveva mollato per mettersi con un terrorista internazionale conosciuto al supermercato – e ti dico che non mi sconcertò tanto la cosa in sé, ma quando mi disse che si incontrarono nel mentre che lui stava acquistando un vaso di Nutella da 5 chili: una bomba calorica tremenda! E me lo scrisse, la mia ex, nella lettera con la quale mi comunicava che tra noi era finita e che peraltro non potei leggere interamente, visto che quando aprii la busta esplose. Insomma, con un tipo talmente coerente io non avrei mai potuto competere.
Avevo l’animo così in fondo ai piedi che la gente, quando mi incontrava per strada, mi chiedeva perché portassi calzature con la zeppa. La decisione di farla finita con quella che credevo proprio, allora, una vita di merda – ah, non te l’ho detto: lavoravo per un’impresa di spurghi: quando si dice il destino… e fosse solo questo! Beh, lasciami raccontare, poi capirai – la decisione, dicevo, era ormai presa, ma siccome ammetto di non essere mai stato un tipo molto coerente, appunto (ma provateci voi a esserlo, quando i vostri genitori decidono di chiamarvi Carlo Maria!), decisi di fare così, di buttarmi da un ponte appena fuori città ma di porre sul terreno sul quale avrei impattato un grande cuscino ad aria, che mi feci prestare da mio cugino – o meglio, dagli assistenti di mio cugino, il quale lavorava per un circo come uomo proiettile facendosi sparare da un grosso cannone per atterrare sul suddetto cuscino, se non che durante uno spettacolo di un paio di settimane prima, per uno spiacevole fraintendimento, quegli assistenti caricarono il cannone con una dose quintupla di polvere da sparo, col risultato che Little David (il nome d’arte di mio cugino) ora è in orbita terrestre ad un‘altezza di circa 800 km., il che forse – pare ci stia studiando sopra l’Agenzia Spaziale – lo potrebbe rendere utile come satellite per telecomunicazioni.
Comunque, tornando alla mia vicenda: avevo deciso di mettere sul terreno quel cuscinone nel caso che, durante la caduta, e appunto per via della mia scarsa coerenza, cambiassi idea, ma tant’è che la tremenda e risolutiva decisione l’avevo presa. Era buio, mancava poco a mezzanotte, il cielo nuvoloso acuiva la tenebra della tarda sera che nemmeno i lampioni stradali riuscivano più di tanto a vincere, la strada era deserta. Scavalcai il parapetto in ferro del ponte e mi posi sul bordo, pronto a lasciarmi andare. Mi venne il dubbio di non aver chiuso il gas, a casa, ma svuotai la mente anche da questo pensiero, chiusi gli occhi e… vidi una forte luce alle mie spalle, e appena dopo il rumore d’un’auto che si fermava poco distante. «Eccheccazzo!» esclamai di botto, «Uno non può stare in santa pace nemmeno quando si suicida!» Mi voltai a guardare, prima che fosse qualche pattuglia della Polizia che avviasse la solita manfrina in uso in tali circostanze e cercasse di farmi desistere dal mio gesto finale. Invece no: nel pur fioco cono di luce del lampione lì vicino, vidi scendere dall’auto una figura femminile, alta, snella, che indossava un corto vestito da sera, sandali dal tacco alto, i capelli lunghi, mori e morbidamente fluenti lungo la schiena… Insomma, una rappresentazione pressoché ideale del termine “fascino”, all’apparenza. Non potei non farmene attrarre, anche perché, nella condizione in cui ero la quale, inutile dire, non era di quelle più allegre, ottimiste e bendisposte con il mondo d’intorno, l’apparizione di quella bellissima donna – perché era facile intuire che tale fosse, anche se ancora non le vedevo il volto – mi fece balenare in mente l’illogica tanto quanto magnifica impressione che, forse, vi potesse essere ancora speranza per me, ecco.
«Ehi! Tutto bene? Hai bisogno di aiuto?»  le feci, senza muovermi da dove ero. Probabilmente mi aveva visto, ma sembrava che vi fosse altro che la preoccupasse, più di me.
«Me sa che ho bucado!» mi rispose, senza ancora guardare verso dov’ero, con voce più vellutata e calda di un prato d’erba novella esposto al Sole a inizio primavera.
«Beh, posso darti una mano io… Mi chiamo Carlo Maria, e tu?»
«Esperanza! Soy brasilera!» mi fece, e sollevò il suo volto verso di me, sorridendomi. Beh, avevo di fronte una creatura celestiale, una divinità, la donna più bella che avessi mai visto: il colpo di fulmine fu immediato e ineluttabile.
Ecco, sono morto così, porca puttana! Un colpo di fulmine, già: nella concitazione di quei momenti, non m’ero reso conto che le scure nuvole in cielo erano foriere di un temporale in rapido avvicinamento, e i lampi avevano cominciato a cadere sempre più vicino; io mi reggevo ancora con le mani sul parapetto in ferro del ponte, dunque… Sarà scortese dirlo, ok, ma ‘sto fulmine fottutissimo non poteva beccare lei? Invece no, la speranza è l’ultima a morire, appunto! ‘Fanculo i luoghi comuni: pure la mia morte è stata un colpo di sfiga assoluta!
Che poi, lì per lì, non è che fossi così certo di essere morto, che ne avessi l’esatta cognizione. Sì, insomma, voglio dire: mica ero al corrente di come uno, ad un certo punto, venga a sapere che è morto! Per quanto ne so io nessuno mai lo ha raccontato. Forse che ti arrivi un sms sul cellulare con su scritto “Benvenuto nell’aldilà!”? Non credo, tanto meno che ti venga recapitata una raccomandata dalle Poste con dentro un certificato ufficiale di dipartita – saremmo tutti immortali, se così fosse! Non penso nemmeno che d’un tratto ti compaia accanto una signora parecchio emaciata avvolta in un scuro pastrano mantellato non propriamente indicato per un pigiama party che con fare ammiccante ti inviti a scendere da lei per mostrarti la sua collezione di falci…
Fatto sta che quando cominciai a riavermi dallo shock – te lo assicuro, quella fulminata che mi sono beccato avrebbe fatto sobbalzare tremendamente pure la Statua della Libertà, al punto che sarebbe diventata un’attrazione della baia di Boston! –  cercai di capire dove fossi, cosa avessi intorno. Avevo lo sguardo un po’ annebbiato, ma ebbi la netta sensazione che ciò che avevo vicino girandolasse attorno a me, lentamente ma costantemente; poi supposi di sentire un gran brusio, come un sommesso e confuso vociare, quindi da quel rumore di fondo presi a percepire una voce, prima sfuggente poi più netta, sempre più definita e chiara tuttavia diversa da ciò che mi immaginassi di poter udire in una situazione del genere (forse anche condizionato da certe cose viste in TV, lo ammetto), infine assolutamente nitida e perentoria:
«Ehi, pezzo d’idiota! Vuoi muovere il culo e uscire di lì?!?»
«Uh!» – Sobbalzai, e mi riebbi ora del tutto. Così capii che stavo in una grande porta girevole, di quelle che si possono trovare nei grandi centri commerciali o nei grossi hotel, e da una parte una piccola folla mi guardava con fare piuttosto contrariato. Uscii dalla parte opposta e mi ritrovai in una sorta di gigantesca hall della quale non vedevo la fine, occupata da innumerevoli file di persone che puntavano ad altrettanti sportelli – o qualcosa del genere – numerati e sovrastati da tabelloni luminosi sui quali scorrevano cifre su cifre. Hai presente la zona casse di un ipermercato? Ecco, moltiplicala per qualche milione di volte e avrai un’immagine indicativa dello strano posto in cui ero finito. Poi mi venne di guardarmi – con tutta quella gente e la fulminata che avevo preso, temevo di essere sottosopra e pure bruciacchiato: invece indossavo una specie di tuta bianca, candida e priva d’alcun logo o scritta, piuttosto confortevole ma troppo grande per me, tanto che riuscii a torcere il collo e leggere l’etichetta sul bordo: XXL. «Ma che cacchio!» – pensai – «A me sta larga pure la M! Chi cavolo me l’ha data ‘sta palandrana?»
Quando rialzai gli occhi, vidi di fronte a me un tizio, alto e ben piazzato, con indosso una specie di divisa militare azzurra, che con braccia conserte e fare un po’ truce mi osservava. Sorrisi cordialmente e feci per chiedere qualcosa su dove fossi e perché ci fossi ma mi precedette, con molta meno cordialità:
«Beh? Siamo venuti qui per fare una passeggiatina? Per passare un po’ il tempo bighellonando e guardando un po’ in giro? Vuoi pure qualcosa da bere, e magari una poltrona bella comoda su cui stare? Qualche stuzzichino? Un giornale da leggere? Eh?»
«E-ehm…»
«E-sticazzi! Datti una mossa, pigliati il tuo numero e mettiti in fila con gli altri, cretino!»
«Ehi! Ma che modi!» cercai di reagire, ma l’occhiataccia del tipo fu ancor più eloquente della mia reazione. Mi voltai, e poco distante vidi un gigantesco dispenser di biglietti numerati, come quelli che si trovano alle poste o in altri uffici pubblici dove vi sia da fare code, con intorno una gran massa di gente. Ci andai pure io e presi il mio biglietto: ci lessi “Sportello 569874 C – Numero 5486844611574455”. Non ci stavo capendo molto, di tutto quanto, ma ovviamente compresi che dovevo cercare quello sportello e mettermi in fila. Fortunatamente lo vidi poco distante, e mi ci recai. C’era una bella fila – come agli altri “sportelli”, d’altronde – e subito pensai che avrei avuto parecchio da aspettare; feci per guardare l’ora ma… «Porca puttana! Ho perso l’orologio!» sbottai platealmente tirandomi su quella manica enorme, e attirando gli sguardi di quelli che avevo intorno, che mi squadrarono con malcelato disgusto.
«Ragazzo, che ci pigli per il culo?» mi disse torvo uno di quelli. D’istinto avrei risposto di no con decisione, ma qualcosa mi fece capire che non era il caso di ribattere. Continuavo a non capirci granché, e più di tutto faceva cigolare gli ingranaggi del mio cervello il permanente dubbio sullo stato in cui ero: insomma, ero morto, oppure no? E se sì, pure tutti questi individui lo erano? E che cavolo di posto era, quello? Di sicuro, mai potevo immaginare che l’aldilà si presentasse in questa maniera, e io in essa con una tuta di dieci taglie più grande della mia!
La fila nel frattempo avanzava sempre molto lentamente. Feci passare un tot di tempo – non avendo più l’orologio non ti so dire quanto – poi, sempre al fine di capirci qualcosa, cercai di approcciare il tizio che avevo a fianco.
«Salve!»
«Ehi.»
«Ehm… Morto anche lei?»
«Si dice.»
«Oh. Ehm… E come?»
«Rapina in banca.»
«Ah. Accidenti, al giorno d’oggi la violenza della malavita non ha più limiti!» dissi con tono partecipe.
«Sbirri di merda!» mi ribatté lui con ben altro tono. Mi irrigidii di brutto, lo ammetto, e non per un sopraggiungente e intenso rigor mortis. Feci un passetto indietro, abbassai lo sguardo e per qualche istante fui contento di quella tutona oversize che indossavo, nella quale mi sarei potuto un poco nascondere.
Dopo un altro tot di tempo (vedi sopra) una strana cantilena mi distrasse dal mio pensieroso silenzio: un tizio con una divisa azzurra simile a quella dell’energumeno che mi aveva intimato di mettermi in coda stava passando tra le file con una specie di vassoio a spalla – hai presente i venditori che si trovano negli stadi? Ecco! – offrendo quelle che sembravano confezioni di snack. Trovai la cosa simpatica (finalmente, in quel posto altrimenti tanto strano e un po’ inquietante): non che avessi fame – forse perché non ne potevo avere, ma lì per lì non lo pensai – tuttavia mi feci incuriosire.
«Ehi! Ehi… cosa vendi?»
«Biscotti!»
«Oh, buoni! E che biscotti?»
«Ossa di morto
Raggelai, anche più di prima. Poi, in rapida sequenza, prima io e gli altri intorno a me fummo attratti dal gridolino di una donna, qualche fila accanto, che spintonò l’uomo che aveva dietro urlando: «Cretino! Smettila di farmi la mano morta!»; quindi, intercettai il chiacchiericcio di alcuni tizi lì vicino – «Uff, ‘sta coda è tremenda!», «Una noia mortale!», «Già, sono stanco morto!»; poi ancora, poco più avanti nella mia fila, udii quello di due individui che evidentemente si conoscevano: «Ma l’hai poi più visto Alberto?», «Macché, più visto!», «Eh, sai, chi muore non si rivede
Ok, ero morto. A questo punto potevo infilare un bastone tra i miei ingranaggi cerebrali e bloccarli del tutto, che di produrre ancora dubbi non era più il caso. Morto. Io e tutti quelli che avevo intorno.
Porca puttana, morto! Sul serio!

(Fine 1a parte)