La neve, quando ricopre il paesaggio, non è solo bella, divertente, suggestiva, affascinante. La neve “serve” anche per obbligarci a riscaldare il nostro corpo e così magari riscaldando pure il cuore e l’animo, perché troppo spesso il “freddo” che sentiamo non viene da fuori ma da dentro. In fondo è come dicevano (nemmeno troppo metaforicamente) i nostri vecchi, «Sotto la pioggia la fame, sotto la neve il pane»: ciò che in principio raffredda poi permette di produrre calore, cose buone e fruttuose, “cibo” per il corpo ma anche, appunto, per il cuore e l’animo, scacciando da essi qualsiasi gelo per infondervi bontà. Infatti, in tema di motti della saggezza popolare, si dice pure «buono come il pane», no? Ecco, cerchio chiuso.
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Bianco
M’è venuto in mente di pubblicare questa vecchia foto scattata durante una nevicata e intitolata White quiet, e stante questo titolo – sarà che fuori c’è la neve, sarà che le parole mi incuriosiscono sempre dacché sempre svelano “segreti” a volte inopinati, sarà che è sabato (?), mi sono messo a ragionare sul termine “bianco”.
Che in effetti è piuttosto sorprendente, nonostante l’uniformità assoluta di tinta che l’accezione “cromatica” (ovvero quella più popolare) della parola indica, la quale farebbe pensare a una totale assenza di contrasti, metaforicamente e non solo, è invero ricca di contrapposizioni e antinomie semantiche. A partire dal fatto che il colore “bianco”, così uniforme come appare, è in verità generato dall’unione di rosso, verde e blu, colori primari dello spettro – una cosa che già ci insegnano a scuola e ci dimostrano con il classico esperimento del raggio di luce bianca il quale, fatto passare attraverso un prisma di cristallo, si scompone e genera l’intera gamma di colori dell’arcobaleno, a loro volta derivanti dai suddetti colori primari. Insomma: cromaticamente parlando, “bianco” ci appare come un’assenza di colori quando invece è la presenza completa di essi. Uno stato di fatto e il suo opposto nello stesso elemento.
Ma questa non è che l’antinomia più semplice che (il) “bianco” ci regala.
Proprio in tema di clima stagionale, molto facilmente associamo “bianco” alla neve e al paesaggio innevato tipico dell’inverno, dunque a una condizione di freddo e gelo, ma di contro il momento in cui un corpo riscaldato raggiunge la massima temperatura diventando incandescente è detto al “calore bianco”.
Similmente è detta in questo modo una discussione estremamente tesa e rabbiosa ma, all’opposto, il “bianco” è sovente associato alla quiete e al silenzio – peraltro aspetti peculiari proprio del paesaggio ovattato da una nevicata. Viceversa il “rumore bianco” non è un fracasso estremamente rumoroso e fastidioso, totalmente antitetico a qualsiasi quiete?
A proposito di “bianco” associato a quiete e silenzio, dunque a una condizione di assenza, di virtuale solitudine, di isolamento: nella cromoterapia, al contrario, il colore “bianco” è utilizzato per alleviare la sensazione di solitudine.
Altra accezione e associazione sovente fatta con “bianco” è quella dell’assenza di confini e limiti, che alpinisti ed esploratori conoscono bene, definiscono white out e temono parecchio perché estremamente pericoloso: l’unica cosa da fare è stare fermi, in attesa che passi. Ovvero: un’assenza di limiti che in verità blocca e ostacola, un’antitesi notevole.
Inoltre: nella tradizione cinese e indiana il “bianco” è associato alla morte e al lutto, in Occidente niente affatto – vi associamo il nero, colore esattamente opposto. Infatti nella tradizione liturgica cristiana il bianco viene usato nei battesimi, nei matrimoni, nelle festività più importanti e per nulla associabili al lutto e alla morte.
Morte che, nelle guerre di un tempo, veniva cagionata da furiosi assalti all’“arma bianca”, i quali sovente finivano in spaventosi massacri. Ma quando invece si vuole identificare senza alcun dubbio i propri intenti di armistizio e riappacificazione, non si innalza “bandiera bianca”? E non è pure “bianca” la colomba che è il più diffuso simbolo di pace?
Eppoi, come dice quel vecchio proverbio toscano: «Anche le mucche nere danno il latte bianco»!
Ecco.
Mere riflessioni d’un sabato mattina di neve e biancore diffuso, appunto.
Una società di persone sole
Quando viaggiavo regolarmente per l’Artico, di solito chiedevo agli Yupik, agli Inupiat e agli Inuit come avrebbero definito la gente della mia civiltà. Una risposta che mi sentivo dare con sconsolante frequenza era «soli». La cura per la solitudine non è socializzare di più. È costruire e mantenere amicizie intime.
(Barry Lopez, Una geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.120. Al proposito, nel mio piccolo-piccolo, ne ho scritto qui. Cliccate invece qui per leggere la personale “recensione” del libro di Lopez.)
Gli incendi dolosi sono atti di terrorismo
Tre immagini assai eloquenti – tratte dal web – dell’incendio che nei giorni scorsi ha devastato i monti dell’alto Lago di Como, una zona che personalmente conosco benissimo. In particolare, l’immagine notturna riprende le fiamme vicine al millenario Tempietto di San Fedelino, un piccolo/grande gioiello di storia e d’arte posto sulle rive del Lago di Mezzola, appena a nord del Lago di Como.
Ciò per ribadire una cosa della quale sono profondamente convinto (già ne disquisivo qui al riguardo): il paesaggio, e il territorio naturale che ne è fonte, sono cultura, ovvero bagaglio e patrimonio culturale – con i tesori architettonici e artistici che contengono – degli abitanti di quel territorio e di chiunque possa fruire di quella bellezza, dunque di tutti. Per tale motivo, gli incendi dolosi (e sono tali nella stragrande maggioranza dei casi, ancorché colposi – ma gli avvisi di non accendere fuochi all’aperto stanno girando ovunque da giorni, impossibile ignorarli), con la terribile devastazione che provocano alla Natura, agli animali, alle persone e alle cose ma pure al paesaggio, all’identità culturale dei luoghi, alla relazione tra essi e chi li vive, devono essere considerati alla stregua di atti di terrorismo e conseguentemente puniti. Ne più ne meno.
Ribadisco ancora: sono attentati terroristici. Chi li cagiona, ancor più se consapevolmente, va punito nel modo più radicale possibile. Punto.
Claudio Ferrata, “La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano”
Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.
Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.
Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto […]

(Leggete la recensione completa di La fabbricazione del paesaggio dei laghi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)