La geografia è uno specchio della psiche

La geografia è uno specchio della psiche, nella quale si riflette: e quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi e costituita dalla percezione che a sua volta viene educata attraverso il cambiamento indotto dei paesaggi interiori, plasmati da ciò che vediamo e sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente, avviene infatti attraverso il corpo – il canale di comunicazione più importante con la realtà circostante. Il corpo deve potersi muovere, deve viaggiare, deve percepire, deve raccogliere dati visibili e invisibili che ritrasmette alla mente e alla psiche sotto forma di emozioni e di pensieri.

(Davide Sapienza, Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, Bolis Edizioni, 2019, pag.77.)

David, Jess, Hansjörg

Da sempre frequento le montagne, le studio, le racconto, vi ci lavoro e, soprattutto, le percorro in lungo e in largo. Pratico alpinismo in forme assolutamente blande e, col tempo, mi sono abbastanza allontanato da quella mentalità parecchio “prestazionale” diffusa tra molti alpinisti per la quale pare che una montagna valga soprattutto per quanto vale la possibilità di scalarla, la difficoltà delle vie di salita e, ovviamente, la bravura di chi la salga e ne racconti poi l’impresa in recit d’ascension scritti bene ma sostanzialmente tutti uguali e tutti stucchevoli. Mentalità, peraltro, che non di rado ha causato illogiche rivalità, contenziosi, liti e quant’altro che poco abbia a che fare con la levità delle alte quote.

Di contro, spesso tra gli alpinisti ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, donne e uomini che, al di là delle capacità tecniche arrampicatorie, mi hanno rivelato doti umane di raro valore ed effettivamente poco riscontrabili in altri ambiti ugualmente competitivi. Alpinisti che, tolti di mezzo i gradi di difficoltà, i metri saliti, le tempistiche eccetera – quasi fossero, pure questi, “abbigliamenti tecnici” funzionali alla scalata ma poi da togliersi di dosso perché inutili alla definizione del valore umano – appaiono per ciò che alla fine sono, ovvero gran belle persone mosse da una passione pura, sincera e irrefrenabile.

Quanto ho appena affermato vale soprattutto per molti alpinisti delle nuove generazioni, capaci di portare sulle pareti del mondo un atteggiamento alpinistico nuovo, fresco, privo delle belligeranze retoriche d’un tempo, più attento alla relazione tra uomo e locus montis. Come lo erano David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, dei quali purtroppo è giunta la triste notizia della morte per una valanga, in Canada. Un tragico evento di fronte al quale, come accaduto di recente con Daniele Nardi e Tom Ballard al Nanga Parbat, nessuno che abbia la montagna “dentro” può restare insensibile e non sentirsi parte della comunità di Homo Sapiens che hanno scelto di diventare «conquistatori dell’inutile», come Lionel Terray aveva definito gli alpinisti. Un “inutile” assolutamente e profondamente fondamentale, insopprimibile, sostanziale. Vitale. Anche quando sia proprio la vita ad essere in gioco.

RIP.

Nevica come nascono le vacche

Anche durante il giorno, dopo le quattro, si rimette a nevicare. Prima delle quattro, il cielo si alza, forse per quel poco di sole che c’è, anche se invisibile, sopra gli strati della nebbia. Poi, nell’ora che solitamente il sole scompare dietro l’alta montagna, il grigio del cielo si abbassa fino al limitare dei tetti, e riprende la neve. Forse, durante la notte, il tempo è regolato dalla legge che governa, dicono, il parto delle vacche: forse è effetto della luna, anche se la luna non si vede sopra gli strati spessi della nebbia: i contadini sorvegliano le vacche fino alla mezzanotte e, se per quell’ora non si sono sgravate, possono anche buttarsi sullo strame per tre o quattr’ore, il vitello nascerà all’alba.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.22; 1a ed. Mondadori 1965.)

Davide Sapienza, “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione”

Il grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow ha scritto che «La musica è il linguaggio universale dell’umanità»; gli ha fatto buona eco Oscar Wilde con uno dei suoi celebri aforismi, nel quale afferma che «La musica è il genere di arte perfetto». In effetti la musica è un’arte che non pochi definiscono “totale”: è l’unica che, per essere goduta, non abbisogna che il fruitore vada ad essa ma il contrario. La lettura di un libro impone una certa concentrazione; la visione di un film lo stesso e similmente l’arte visiva; la musica invece ti avvolge col proprio effluvio armonico e ti rende partecipe della sua eventuale bellezza anche se stai facendo altro – guidando l’auto, lavorando, correndo, eccetera. Anzi, in certi casi diventa essa stessa promotrice di altra pratica artistica, come certi autori che non riescono a scrivere, o certi pittori a dipingere, senza della buona musica in sottofondo.
«Ok, ma che c’entra tutto questo con un libro che parla di geografia, Natura, ambiente, cammini?» vi starete probabilmente chiedendo. La risposta è bell’e pronta, ed è doppia: in primis, perché anche la relazione tra uomo e Natura, sia essa più o meno antropizzata, è per molti versi assai simile a quella che lega la musica al suo ascoltatore – non fosse altro perché si basa sull’armonia; in secundis, ma potrei anche dire soprattutto, perché vi sto per raccontare del nuovo libro di un autore, Davide Sapienza, che dalla musica proviene e che della musica (di qualità, è bene ricordarlo) è stato apprezzato cantore – tanto che, non incidentalmente, nel libro in questione di musica ce n’è e in molteplici forme. Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni, 2019) è l’ultimo libro del grande scrittore monzese – ma di “cittadinanza” orobica di lungo corso, ormai – e mai come in tal caso si dovrebbe dire, parafrasando il modo di dire anglosassone, “ultimo, ma non ultimo”. Perché Il Geopoeta, lo dice il titolo stesso, è “il” libro del geopoeta-Sapienza, quello che, dopo diversi lustri di esperienze profondamente e intensamente geografiche, dai quali sono scaturiti numerosi libri di successo (a partire dal 2004 e dalla prima edizione de I diari di Rubha Hunish) mette nero su bianco la “disciplina” geopoetica sapienziana []

(Leggete la recensione completa de Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’odore della primavera

Finalmente si può lavorare con la finestra aperta; ed anche stando al tavolo tra carte e libri finalmente si può annusare l’odore della terra in amore e del letame sui prati. Solo che ora rimango incerto tra il lavoro qui nella mia stanza del sottotetto e quello che mi aspetta fuori. Comunicare con i miei lettori o ripulire attorno alla casa le scorie dell’inverno e bruciarle nel debbio?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.79.)