Una consapevolezza fondamentale che la montagna ci dà

[La Grigna Settentrionale, o Grignone. Foto di Luca Casartelli, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La recente, drammatica scomparsa in montagna di una persona conosciuta, mi ha fatto nuovamente riflettere su queste circostanza tanto tristi e, inevitabilmente per chi frequenti i monti, non così rare, su quanto risultino sempre così sgomentanti e scombussolanti – il caso in questione soprattutto, visto che la persona è mancata per un incidente su una montagna che aveva salito più di 5.600 volte e, dunque, della quale conosceva veramente ogni sasso.

Sono eventi che colpiscono in modo particolare perché siamo abituati ad associare alla montagna sensazioni di bellezza paesaggistica, di incanto geografico, di qualcosa che per i più vari motivi non fatichiamo a pensare come a un Eden sulla Terra, e ciò nonostante chiunque sia quanto meno edotto dei rischi che la frequentazione della montagna nei suoi versanti più scoscesi, e in certi casi non solo in quelli, impone di affrontare. Eppure, anche se la triste casistica degli incidenti in zone montane deve essere aggiornata con frequenza costante, in un ambito così bello fatichiamo, quasi ci rifiutiamo di considerare il pericolo nella sua forma più fatale: giustamente, d’altro canto, ma forse anche per questo la morte in montagna, anche quando accade in zone obiettivamente pericolose, lascia sempre sgomenti, ancor più perché di frequente, nei casi che coinvolgono persone che la montagna la conoscono e frequentano, accade non per imprudenza, imperizia o per chissà quale sfortunato gioco di probabilità ma per qualcosa di realmente imprevedibile, di ineluttabile o imponderabile, ciò che di solito definiamo un po’ superficialmente “fatalità”. Il tutto, ribadisco, in luoghi che altrimenti ci appaiono come le più gioiose manifestazioni del “bello” che la Terra ci sa donare, apparentemente lontanissimi da qualsiasi pensiero di morte.

D’altro canto, è anche vero che dal mondo che noi osserviamo ricaviamo una visione e un’idea mediate da noi stessi e dalla nostra sensibilità, emotiva, intellettuale e culturale – il “paesaggio”, appunto – alle quali conferiamo una forma culturale e per questo rendiamo passibili di ulteriori associazioni di uguale natura, che nel complesso determinano l’immaginario comune e condiviso al riguardo. Da sempre alle montagne associamo dunque impressioni di bellezza, di soavità e parimenti di pericolo, di paura; visioni che accomuniamo direttamente alla nostra idea di “vita” e altre che invece ci richiamano più o meno direttamente la sua fine, la morte. A volte tali naturali e comprensibili associazioni, al di là della loro congenita retorica d’altro canto vernacolare, vengono esagerate al punto da diventare mere stupidaggini, come quando – proprio nei casi di cronaca – la montagna, magari in altre sedi “bellissima”, “affascinante”, “scuola di vita”, si trasforma in “traditrice”, “assassina” o altri vaneggiamenti del genere. Ripeto: ciò non è sbagliato, anzi è comprensibile, tuttavia, che lo sia poco o tanto, giustamente o no, è comunque un processo culturale di matrice univoca, nel senso che la montagna resta lì, rimane ciò che è nel suo spazio e nel suo tempo – uno spazio che l’uomo cerca di far proprio senza mai riuscirci del tutto e un tempo che è quello della Terra, non degli uomini – e siamo noi a decidere tutto quanto, a dire, ingiungere, definire, credere.

Per tutto questo mi viene da pensare che la reale ineluttabilità, sui monti e in relazione ai noi e le montagne, è proprio la difficoltà permanente di capire che lassù vi è la vita nella sua più completa manifestazione, che inesorabilmente contempla la morte – è ciò che dà valore alla vita, d’altro canto – e questa cosa va compresa a fondo per far che noi si possa affrontare certe tragedie così infauste, certi lutti tanto improvvisi e laceranti, che forse non riusciremo ad accettare in senso emotivo (ognuno può e deve vivere circostanze così difficili come preferisce) ma intellettualmente sì, conferendoci un rapporto più equilibrato, più sensibile e più consapevole con la montagna e la sua realtà. Gli alpinisti – quelli che “rischiano la vita” come si usa dire in questi casi in modo alquanto banale e assolutamente fuorviante – lo sanno bene, non per questo sono pronti all’evento estremo ma lo accettano in quanto elemento ineluttabile del loro “paesaggio montano”, compendio di materiale e immateriale (come ogni paesaggio del mondo, ma in montagna ovvero negli spazi meno vocati alla presenza umana anche di più e in modo più stretto). Se la montagna è una scuola di vita, come quel vecchio detto tanto retorico quanto obiettivo recita, è – deve anche essere – un “esercizio alla morte”, o meglio deve comprendere anche questa prerogativa. Lo so, certamente detta così sembra una cosa terribile ma, a ben vedere, rappresenta un insegnamento universale, valido per qualsiasi circostanza della nostra vita, del nostro agire nel mondo, del nostro esistere in esso. Che non significa affatto cercare o sfidare la morte, nessun essere vivente sano di mente può realmente farlo, significa piuttosto avere coscienza che la vita, in quanto tale e in tutta la meraviglia che è quando la si vive pienamente, viene definita e diventa compiuta anche in forza della sua fine. Rifiutare questa verità, seppur possa essere comprensibile, rappresenta comunque a sua volta una devianza mentale, il frutto di una cultura diffusa che non esiterei a definire ipocrita oltre che superficiale.

D’altro canto, prendere coscienza della fine della vita diventa uno stimolo fondamentale a viverla nel modo più virtuoso (non nel senso moralista del termine, ovvio) e proficuo possibile, ricercando costantemente la più profonda relazione tra spazio vissuto, ogni altro soggetto che con noi convive quello spazio, il tempo, il paesaggio – nuovamente inteso nella sua più ampia accezione antropologica, quella che ci definisce nel mondo e definisce il mondo per noi con tutto ciò che contiene. La montagna è certamente un ambito che offre ogni prerogativa immaginabile e non per perseguire quello scopo, e lo è proprio anche nel metterci di fronte l’intero spettro vitale quale parte di quella dimensione duale che determina molta parte dell’essenza montana: basso/alto, terra/cielo, orizzontale/verticale, morbido prato/dura roccia/ spazio antropizzato/spazio selvaggio, umano/animale, orrido/sublime, serenità/paura, sicurezza/pericolo e così via… fino a vita/morte. Il nostro immaginario mediato, anche quando poggiato sulla più ampia e fervida retorica, qui non può farci nulla, non può propendere solo per una delle due parti, non può non riconoscere la compresenza e la correlazione tra di esse: non sarebbe un immaginario ma un inganno, altrimenti. Deve riconoscere, contemplare, meditare, comprendere, assimilare. Anche se pare qualcosa di scomodo e di irritante oltre che di angosciante: ma lo è proprio quando la necessaria presa di coscienza non si attiva, non avviene e si lascia che vinca una visione artefatta e meramente funzionale alle nostre convinzioni e alle apprensioni. Quella presa di coscienza che, ribadisco, la montagna richiede, affinché la si possa vivere pienamente e profondamente, nei momenti belli e meno belli, fino a che le vette dei monti e le stelle in cielo sfavillando supremamente diventeranno una cosa sola così che, in una così compiuta e accogliente luce, chiunque lassù possa essere – sostantivo e forma verbale al contempo -, anche chi non c’è più ma resta, sulle montagne, a manifestarlo nell’assenza che si fa presenza percepibile e imperitura.

Boris Pahor

[Foto di Claude Truong-Ngoc – CC-BY-SA-3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Ogni volta che mi prende un malanno per un attimo penso all’età che avanza. Poi passo oltre. L’espressione “sono diventato vecchio” per me non esiste.

Boris Pahor, intervista di Marisa Fumagalli su “Corriere.it”, 22 febbraio 2018.

Rip.

100 secondi all’Apocalisse (meritata)

L’Orologio dell’Apocalisse segna solo 100 secondi alla mezzanotte. Già, secondo gli scienziati dell’Università di Chicago che gestiscono il Doomsday Clock, l’orologio metaforico che misura il pericolo di un’ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta, la realtà geopolitica e ambientale in corso ci pone vicini come non mai al disastro finale.

Il che poi non sarebbe una cosa tanto tragica, se coinvolgesse il solo genere umano, anzi: temo che la notizia della sparizione dell’umanità verrebbe accolta con grande favore dal resto dell’Universo. D’altronde mi ritrovo sempre più costretto a ritenere che se la razza umana è talmente stolta e autodistruttiva, la responsabilità inesorabilmente ricade su ogni suo membro, anche su quelli più irreprensibili: puntare il dito contro altri perché “noi” siamo quelli bravi e loro quelli malvagi può essere formalmente giusto ma mi pare comunque moralmente ipocrita oltre che concretamente inutile. Se la nostra “civiltà” è diventata così letale in primis verso se stessa è un problema che non può non riguardarci tutti, nonostante le innumerevoli cose belle che tanti uomini hanno saputo fare nei secoli – ma sono conscio che un dibattito filosofico del genere potrebbe andare avanti a lungo e, forse, sterilmente.

[Foto di Karsten Würth da Unsplash.]
In verità, ciò che personalmente trovo spaventoso non è tanto che l’umanità abbia concepito variegate modalità – soprattutto belliche e nucleari – di autodistruzione (addirittura stipando nei propri arsenali armi sufficienti a distruggere più volte il pianeta, cosa che mi pare veramente un apice di idiozia assoluto e definitivo), ma che trascuri tranquillamente il fatto che la propria autodistruzione arrecherebbe danni devastanti all’insuperabile bellezza che ci offre il mondo che abitiamo, a luoghi e paesaggi come quello lì sopra ritratto (scelto a caso, uno per tutti; per la cronaca, è uno scorcio dell’Altopiano del Renon). Il che, in fondo, è la dimostrazione di come l’Homo Sapiens in realtà sia tanto stupido e arrogante da credersi il centro del mondo anche nell’atto della sua distruzione, come se l’unica cosa che contasse al mondo fosse solo se stesso e non ci fosse null’altro degno di vivere e tanto meno di detenere diritti.

Ecco perché se le lancette del Doomsday Clock prima o poi segnassero la mezzanotte per l’umanità (e purtroppo la questione non è se accadrà ma quando), non sarebbe poi una cosa così negativa. Il problema è che la segnerebbero per ogni altra cosa che dà vita (in senso biologico come in ogni altro) al mondo e, per tale motivo, ci tocca sperare che la mezzanotte non giunga mai. Ipocritamente, al solito, come solo gli umani sanno essere.

Battiato + Sapienza

Un anno fa Franco Battiato decideva di lasciare definitivamente il nostro spaziotempo per avventurarsi verso nuove infinità dimensionali, ma lasciando perpetuamente tra noi il suo spirito a custodire la presenza sempiterna della sua arte e donandoci il suo enorme retaggio culturale quale patrimonio insuperabilmente prezioso.

Mi fa un gran piacere ricordare Battiato con quanto scrisse lo scorso anno l’amico Davide Sapienza sul “Corriere della Sera”, il quale visse il grande e piuttosto raro privilegio di dissertare a lungo con il maestro siciliano in occasione del suo celebre concerto di Cartagine, in Tunisia, nel 1993, e ne scrisse nell’articolo qui sopra riproposto da par suo e con la propria consueta, mirabile sensibilità verso quei paesaggi ultradimensionali, materiali e immateriali, delle cui esplorazioni Battiato ha saputo fare un’arte nell’arte interamente meravigliosa che ci ha regalato – e ci regala, vedi sopra.

Cliccate sull’immagine dell’articolo per ingrandirla, e buona lettura.