Routine (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà presto parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla loro brevità, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e a breve potrete saperne di più…)

Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsa-bile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo… Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi…
Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria.
Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie, come richiesto dalla moglie. “Anche se non le potrò indossare in nessuna vacanza, mai più!” pensò parcheggiando l’auto in garage con la consueta attenzione.

La Speranza è l’ultima a morire. Forse. (Una poesia)

Carme Funebre alla Speranza

Oh come bella, terribilmente bella,
Fu la morte della Speranza!
Lividi petali di defunte rose a galla
Fluivan sulle lacrime con mestizia
De l’incessante pianto della Tristezza,
Ed offriva l’icona ultima la Bellezza
Prima di celarsi dietro un fosco velo.
Nimbiche armate nel basso cielo
S’ammassavan forte ruggendo,
Ma sulla Terra assai scemando
Andava pure il vento, ultima forza.
Giungeva come sì irriverente sferza
Di dietro adusti fusti l’empio ghigno
De la Superbia, e del Sussiego degno
Compare; e con veemenza la Stoltezza
Le man batteva sozze di sconcezza,
Nel mentre che Barbarie e Ignoranza
Ballavan un’iniqua e dissonante danza
Menando le lor ammorbate membra.
Intanto il lugubre corteo nell’ombra
Andava, su le spine mestamente
Il passo grave nel buio terrificante:
E d’una notte senza stelle il terrore
Ponea sul mondo un drappo di dolore.

Versi_Irregolari_blogComponimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e lunga vita alla poesia!

P.S.: no, per carità! Non pensatemi affetto da pessimismo cosmico! Giammai! Però nemmeno da pervicace e cieco (dunque pure ottuso) ottimismo, questo sì!

Il congresso dei Poeti Estinti

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Le strade sudavano tutte d’oscuri timori,
E pioveva angoscia, mescendosi nel fango
Ove tremavano i piedi degli autori –
Vecchi nobili d’un ormai perduto rango.

E la Luna tondeggiava il suo biancore
Allungando quelle ombre oltre il tempo;
Le stelle – chissà come – di nessun luccicore
Brillavano, languide e inquietanti al contempo.

L’un s’alzo nel fosco e disse: “Signori!
Di che ci lamentiamo? Del nostro vuoto funerale
O degli intensi tanto quanto mai compresi ardori
O del destino nostro, comunque infernale?

In fondo questo era il comune desiderio:
Con mille grazie abbiam tornito la nostra voce,
E poi rimata, e poi cantata: fu spesso un putiferio,
I nostri credi dal legno della vita cavarono una croce.”

Un altro si rizzò con gran fierezza antica:
“E colpa aver dobbiamo? Questa e’ ingiustizia,
E’ un sopruso! Che dica il mondo quel che dica,
Sol perché cantammo noi bellezza con perizia

Ci diedero dei folli, giullari senza speranza,
Finché qualcuno disse – Non era in fondo male!
Peccato fossi morto! Che vengan con possanza
Al diavolo, laggiù, farei vedere loro che cosa invero vale!”

“Suvvia, miei cari estinti” disse un terzo,
“Almeno noi sapemmo vivere in bellezza!
Malvisti, poi dannati, sul cuore dello sferzo
Il segno sì profondo dell’uman stoltezza,

Ma vivi, certo vivi, in sella a nostra vita!
Giammai viver vorrei come granello nel deserto,
In moto sol con il più teso vento, e smarrita
L’anima, in un gran labirinto senza sbocco certo!

Giammai, giammai! Vivemmo nel dolore
E con dolor morimmo, ma vivemmo! Le stelle
Illuminarono il nostro cuor colmo d’amore,
E avemmo poi le Muse eccelse qual sorelle;

Volammo oltre il cielo, fino al sogno,
E intuimmo ch’è la realtà la massima utopia:
Così noi la cantammo, e il nostro cuor indegno
Fu ritenuto, animato da bizzarra disarmonia.

Bene! Così noi ci elevammo sopra il pantano
Di questo immondo mondo, di debolezza
Nostra forti: a un sogno utopico e assai lontano
Ci siamo accostati, noi soli abbiamo vinto la stoltezza!”

Le voci rincorrevano altre voci, nella città
Deserta e buia rappresa nella notte ove la Luna
Fissava nel suo avorio la gran meschinità
Di mille ombre incapaci di scovar fortuna

Che per le vie melmose andavano guardinghe
Nulla udendo, nulla vedendo, neppur la vita
Loro: ed i poeti estinti ancor vociavan lor arringhe
Senza assenso – la notte su di essi era infinita.

Versi_Irregolari_blogComponimento tratto dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80).
Versi d’amore, di Passione, di Dolore, di Morte, così recita la copertina interna del volume: 88 componimenti poetici divisi equamente nelle quattro sezioni sopra citate, una evoluzione stilistica che dagli stilemi classici punta lontano, finanche a forme poetiche avanguardistiche e innovative, attraverso le quali sfuggire alla “regolare” ordinarietà del mondo lasciando che l’occhio estetico che la poesia offre possa scovare e analizzare nuovi punti di vista sulla vita umana, rivelandone l’essenza più profonda, più vera e pura, scevra da qualsiasi conformismo e convenzionalismo che oscura la bellezza della vita stessa, la prima e più preziosa arte.
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(Opera in testa al post: Alberto Sughi, Città di notte, 1959)