Una foto vincente

Faccio i miei più fervidi complimenti a Mauro Lanfranchi, fotografo di mirabile bravura che ho la fortuna di conoscere – e ancor più conosco la sua produzione fotografica, da lustri di livello eccezionale – che con l’immagine qui sopra ha vinto l’edizione 2021 del Photo Contest della Convenzione delle Alpi, uno dei più prestigiosi riconoscimenti nell’ambito della fotografia di montagna, quest’anno dedicato al tema dell’acqua nelle Alpi, dalle più piccole pozzanghere ai più grandi fiumi e laghi alpini, così come alla loro ineguagliabile biodiversità.

Cliccateci sopra per ingrandirla e ammirarla ancora meglio. Potete poi ammirare le altre fotografie premiate nel Contest sulla pagina Facebook della Convenzione delle Alpi.

P.S.: peraltro la foto di Lanfranchi, che ritrae un angolo del Lago d’Entova, in Valmalenco, luogo da me ben conosciuto, rivela tutta la sua particolare bellezza anche (quasi soprattutto) se ribaltata:

P.S.#2: e d’altro canto la particolare rifulgenza del Lago d’Entova, dovuta alla peculiare placidità delle sue acque, già è nota da tempo. Così ne scrive Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nella raccolta I laghi alpini valtellinesi, pubblicata a Padova nel 1894 (fonte qui):

Fieno, ragnatele, temporali e lamponi

Non so di chi sia la grande stalla di pietra su cui si può ancora leggere la data della rivolta leventinese contro Uri: 1755. Di fieno non odora più da tanto tempo. Il soffitto a travi ingrigite e ragnatelose è cosi basso e irregolare che devo far attenzione a non batterci la testa come nel fortino di Santa Pietà durante la guerra, dove più d’uno metteva il casco. Più d’una volta, sorpreso dal temporale in cima al Motto, sono corso a rifugiarmi lì, sotto la veste azzurra d’una madonna che pareva nera, forse d’Einsiedeln, col bambino appeso al petto come il distintivo del Primo Agosto. C’era tutt’intorno alla stalla un arruffio profumatissimo di lamponi, quando si schiariva mi fermavo a mangiarne senza fretta con incredibile piacere.

(Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.9.)

L’incipit della raccolta di racconti di Orelli è di quelle che forse solo gli scrittori svizzeri di montagna sanno creare: semplicemente sublime per come in poche righe (13 e mezza, nel testo originale edito da Casagrande) riesca a condensare l’intero paesaggio, nel senso materiale e immateriale del termine, di un territorio di montagna. C’è la storia locale – svizzera, ovviamente -, c’è la geografia con alcuni riferimenti referenziali importanti, c’è la Natura (l’«arruffio profumatissimo di lamponi» è un’immagine meravigliosa, da grande e intrigante poeta quale fu Orelli), c’è la civiltà umana che abita il luogo con le sue usanze, le tradizioni, i mestieri, le credenze popolari (per la cronaca, Einsiedeln è sede dell’abbazia più importante della Svizzera) ma pure un accenno al credo patriottico (il Primo Agosto è la festa nazionale elvetica, data di nascita della Confederazione), c’è il tempo che passa inesorabile sulle travi ingrigite e ragnatelose. Una manciata di righe, ma intense e immaginifiche, per tratteggiare un affresco letterario che con poche parole  offre tantissime vivide narrazioni. Un “minimo” – ma solo in quantità – capolavoro letterario che, ribadisco, pochi autori (anche tra i più grandi, ma con stili differenti) hanno il dono di intessere così fascinosamente.

Cliccate sull’immagine per leggere la mia personale “recensione” a Rosagarda, mentre qui ne trovate un’altra su Giorgio Orelli.

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!

Tiziano Fratus, “Alberi millenari d’Italia”

Un breviario, come saprete, è un libro che contiene un compendio o un sommario di cose legate a un certo tema, ovvero una raccolta ordinata di opere, estratti, cataloghi, inventari e altro di carattere sostanzialmente omogeneo; con accezione religiosa, è un volume liturgico composto di salmi, inni, preghiere e letture, ordinati secondo le ore del giorno. Tiziano Fratus i suoi libri li definisce silvari, con un neologismo di sua creazione che dal suddetto termine proviene e che ne coglie alcune caratteristiche ma che non sarebbe corretto pensare come mero sinonimo arboreo-letterario di quello. Alberi millenari d’Italia (Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021), il suo ultimo libro, certamente può essere inteso come un “breviario” ovvero un compendio delle creature silvestri le cui caratteristiche esplicita da subito il titolo, degli alberi più vetusti, sovente dotati anche del titolo di “monumentali”, che si possono trovare sul territorio italiano, visitati da Fratus che nei vari capitoli racconta del suo incontro con tali vegliardi arborei. In tal senso il silvario, breviario silvestre, può essere letto come una vera e propria guida alla visita a questi grandi vecchi – a volte malandati, altre volte ancora floridi, comunque emozionanti come può esserlo stare accanto a una creatura che vive da mille e più anni – e a una forma di turismo ai luoghi che li ospitano che più “eco” e “green” non potrebbe essere, almeno nello spirito.

Ma risolvere così Alberi millenari d’Italia, un po’ come gli altri libri di Fratus e forse, se posso dire, anche più di essi, significherebbe ridurre grandemente il suo e loro valore. Il libro infatti appare un compendio anche per il pensiero dendrosofico dell’autore, una sorta di ulteriore e più appassionata testimonianza del suo essere Homo Radix, legato alle creature arboree non solo da una passione botanico-letteraria ma anche da una forma personale di spiritualità []

(Potete leggere la recensione completa di Alberi millenari d’Italia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Panchine giganti, rifiuti abbondanti?!

CASPITA! 😲

Proprio non era mia intenzione, quando ho dissertato sull’ennesima “panchina gigante” installata a Triangia, sopra Sondrio, e l’articolo l’ho intitolato “Un altro centro di raccolta rifiuti (a forma di panchina)”, essere così “profetico”! Non volevo!
O forse era inevitabile che lo fossi, pur senza volerlo?

In verità scrivevo che tali opere così banalizzanti il territorio che vorrebbero “valorizzare” (termine-panacea assai usato in questi casi, i cui manufatti, invece, del territorio in cui vengono piazzati degradano in modo palese il valore culturale), rendono un “rifiuto” ovvero provocano il rifiuto della visione consapevole del territorio, del valore e della cognizione estetica del luogo, della percezione del paesaggio e della relazione genuina, personale e non mediata con esso, della capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti…

Ma tu guarda il caso, eh, che opere come quella invece generano spazzatura vera, comportamenti incivili, maleducazione automobilistica e non solo… e il paesaggio? E l’acquisizione di consapevolezza riguardo le sue peculiarità? E la valorizzazione del territorio? E la qualità del luogo nonché della quotidianità di chi vi risiede? (Date un occhio anche a quest’altro recente articolo al riguardo).

Ma no, nessuna dote profetica, ci mancherebbe! Solo un’altra storia già scritta, temo, il cui “testo” tuttavia mi auguro possa essere cambiato presto, per il bene futuro del luogo e dei suoi abitanti.