La paradossale querelle tra Livigno e la Federazione Internazionale dello Sci

La querelle sorta nei giorni scorsi tra il Presidente della Federazione Internazionale dello Sci, lo svedese Johan Eliasch, e gli organizzatori delle gare di Coppa del Mondo di Livigno per la carenza di neve – naturale e artificiale – sulle piste che ospiteranno le gare olimpiche, a me, che la si guardi in un senso o nell’altro, pare piuttosto paradossale ma d’altro canto emblematica dello stato confusionale nel quale purtroppo versa lo sci contemporaneo, anche al netto dell’evento olimpico.

Da una parte c’è il presidente della FIS che si lamenta della mancanza di neve come se desse per scontato qualcosa che sulle Alpi non lo è più, nemmeno nella elevata e “fredda” Livigno, cioè che nevichi abbondantemente a dicembre o vi siano temperature già parecchio fredde come succedeva un tempo. Dall’altra parte, tralasciando la pantomima del sottosegretario inviato dal Ministro delle Infrastrutture in carica che rassicura tutto e tutti, chissà su che basi logiche, c’è il sindaco di Livigno il quale afferma che «Noi siamo tranquilli. I cannoni stanno sparando e non ci saranno problemi. A gennaio poi la temperatura scenderà a -20», come se anch’egli desse per scontato circostanze che purtroppo non possono più essere considerate tali, anche in quello che una volta veniva definito “il piccolo Tibet”.

Nel mezzo di tali posizioni, opposte nella forma ma paradossalmente uguali nella sostanza cioè sostanzialmente speculari come facce d’una stessa medaglia, emerge nuovamente con chiarezza la crisi dello sci contemporaneo: appeso alla speranza che il clima non sia troppo inclemente (e forzatamente sorvolante su che invece lo sarà in maniera crescente, da qui al prossimo futuro), costretto a produrre sempre più neve artificiale per mantenersi attivo (con costi in folle aumento) ma di contro incapace di darsi un limite, anzi, pretendendo di espandersi sempre di più e dunque diventando parimenti impattante e insostenibile per i territori coinvolti ma pure, per così dire, per la razionalità di sempre più persone che guardano all’industria dello sci come a un Moloch che, pur di salvaguardarsi e sopravvivere, oggi ancora più che in passato non guarda in faccia a nulla e a nessuno, in primis al bene e alla tutela delle montagne che assoggetta alla propria presenza.

Posso anche considerare “legittimo” il pensiero degli industriali dello sci e del relativo comparto economico che cercano in tutti i modi di salvare il proprio business: ma fino a che punto si può spingere questo loro tentativo peraltro già ora evidentemente disperato e per molti versi alienato dalla realtà effettiva delle cose? Fino a quando possono avere mano libera nello sfruttamento dei territori montani e delle loro risorse? Fino a che punto la montagna e i suoi abitanti (anche quelli consenzienti, certo) possono sopportare?

Ovviamente, alla fine le gare si faranno e si decanterà il “grande successo” dell’organizzazione e la vittoria dei suoi reggenti contro tutto e tutti. Invece, a uscire di nuovo sconfitto dalla vicenda sarà il buon senso, quello di cui le montagne – certe montagne – avrebbero un gran bisogno ma che ad esse viene pervicacemente negato.

Un compromesso logico, per lo sci del futuro

[Impianti di risalita al Passo del Tonale. Immagine tratta da www.skiresort.info.]
Si richiama di frequente la necessità di trovare un compromesso per la gestione dello sci su pista da qui ai prossimi anni, visto il divenire della sua realtà soggetta alle conseguenze della crisi climatica, delle dinamiche socio-economiche, delle abitudini turistiche diffuse e delle altre variabili riscontrabili al riguardo.

Bene, ecco qui alcuni punti che potrebbero strutturare un tale compromesso [1]:

  1. Mantenimento allo stato dell’arte dei comprensori posti oltre i 2000 metri di quota, previe garanzie massime e accertabili di sostenibilità ambientale attiva e passiva.
  2. Progressiva dismissione dei comprensori posti sotto i 2000 metri di quota con sviluppo di specifici progetti di frequentazione turistica sostenibile e di sostegno alle economie circolari locali non turistiche.
  3. Nessun nuovo impianto di risalita al di fuori delle aree sciistiche attive.
  4. Utilizzo calmierato della neve artificiale, nei comprensori attivi, con chiare garanzie di salvaguardia delle risorse idriche locali e nessuna deroga.
  5. Regolamentazione organica dei flussi turistici al fine di prevenire e evitare fenomeni di iperturismo che ledano il benessere abitativo delle comunità locali.
  6. Partecipazione attiva delle comunità locali nelle dinamiche decisionali afferenti alla gestione dei territori sui quali insistono le attività turistiche.

Ecco. Ce ne potrebbero essere molti altri di questi punti e di sicuro ce ne saranno ulteriori che si dovranno elaborare in forza dell’evoluzione della realtà montana: ognuno potrà elaborarli in base alle proprie esperienze e punti di vista ma con l’intento ben chiaro di alimentare l’ormai necessario dibattito sul tema.

[1] Naturalmente si potrebbe anche sostenere che di “compromessi” non ce ne sia affatto bisogno o che non sia lecito e logico formularne, visto il divenire della situazione e gli effetti che si manifesteranno a breve sulle montagne. Ma è un’ipotesi che abbisogna di altre considerazioni che semmai farò più avanti.

A che punto è l’emblematica questione del collegamento sciistico tra Colere e Lizzola?

È ormai passato un anno da quando il “caso Colere-Lizzola” – cioè il progetto da oltre 70 milioni di Euro di collegamento tra i due comprensori sciistici sulle Prealpi bergamasche posti in gran parte sotto i 2000 metri di quota e in zone variamente sottoposte a tutela ambientale – è scoppiato in tutto il suo fragore, echeggiato sulla stampa locale e nazionale nonché nei vari incontri pubblici organizzati al riguardo dai soggetti che si sono mossi contro il progetto e a tutela dei territori montani coinvolti. Qui trovate i numerosi articoli che anch’io gli dedicato.

Un caso che è diventato rapidamente emblematico al pari di altri (Monte San Primo, Vallone delle Cime Bianche, Tangenzialina dell’Alute, le varie infrastrutture olimpiche, eccetera) circa la più opinabile turistificazione delle montagne, in forza dell’enorme investimento previsto – per la gran parte pubblico – a fronte della limitatezza e dell’attrattività del comprensorio sciistico rispetto ad altri ben più grandi e strutturati posta alla stessa distanza da Milano (ovvio bacino d’utenza primario della località), della sua vulnerabilità agli effetti della crisi climatica, del territorio coinvolto estremamente pregiato e delicato, dei bisogni ben diversi e insoddisfatti utili alla quotidianità delle comunità locali, e così via.

Dunque, dopo la pubblicazione del progetto di collegamento definitivo, lo scorso anno, e le varie iniziative di sensibilizzazione e di opposizione ad esso, qual è ad oggi il punto della situazione?

Lo delinea dettagliatamente il recente comunicato stampa delle associazioni che si stanno muovendo contro il progetto, cioè Orobievive, TerreAlt(r)e, Valle di Scalve bene comune, Lipu, APE, Legambiente Bergamo, FAB/Flora Alpina Bergamasca e Italia Nostra, che vi propongo di seguito, ringraziando di cuore Angelo Borroni che me l’ha inviato.

A che punto è il collegamento sciistico Colere-Lizzola?

A maggio 2024 RSI, la società che gestisce il comprensorio di Colere, presenta il progetto di collegamento sciistico delle stazioni di Colere e di Lizzola.

A luglio 2025 le relazioni economica-finanziaria e legale, redatte dai consulenti incaricati dagli stessi Comuni, evidenziano le carenze del progetto che pretende la quota prevalente di investimenti effettuata con denaro pubblico, riservandosi per 60 anni la eventuale redditività dell’impresa.

Questi pareri confermano tutte le obiezioni che in questi mesi sono state indicate dai cittadini di buon senso e dalle associazioni, senza dimenticare la devastazione ambientale che coinvolgerebbe anche la Val Conchetta e l’alta Val Sedornia, finora non antropizzate, compromettendone la bellezza e pure la fruibilità turistica estiva, che viene raccontata come “destagionalizzazione”.

Questo progetto acquisisce di fatto la certificazione di non poter stare in piedi.

Le Amministrazioni devono di fatto prendere atto che il collegamento sciistico non è economicamente e giuridicamente sostenibile: il Comune di Colere ha votato contro la richiesta di RSI di allargare alla Val Conchetta la convenzione già in essere; nel Comune di Valbondione l'inserimento del progetto di collegamento sciistico fra le Opere di Pubblica Utilità viene paradossalmente votato dalla minoranza con l’astensione della maggioranza.

Nel frattempo occorre sottolineare che viene negato l’accesso agli atti per conoscere l’evoluzione del progetto. Il Comune di Colere ha inserito nel suo sito una sezione che dovrebbe comprendere il materiale relativo ai rapporti Comune-RSI, ma in realtà molti documenti non sono pubblicati; invece il Comune di Valbondione nega semplicemente tutte le informazioni dopo ormai più di un anno dalla richiesta.

E la stazione di Colere, come sta?

Il bilancio 2024/2025 di RSI srl, società di gestione della stazione di Colere, è ulteriormente peggiorato rispetto al 2023/2024, in quanto:

a) lo stato patrimoniale fotografa una situazione sicuramente non solida dell’impresa, dove i debiti pesano per oltre il 60% del valore delle strutture e dei beni;

b) il conto economico dice che i costi di gestione sono aumentati, mentre gli incassi sono diminuiti, in quanto gli accessi invernali hanno continuato a calare (da 76000 nel 2023/2024 ai 70000 nel 2024/2025);

c) le perdite di esercizio passano da 328.000 a 1.449.000 Euro, gravate dai costi di gestione, cioè consumi energia elettrica, gasolio e acqua, dai costi per il personale, dal peso degli ammortamenti e soprattutto dagli oneri finanziari, che ammontano a 1.143.000 Euro, dovuti all’indebitamento bancario che ha raggiunto i 18.526.000 Euro, la quota prevalente dei debiti pari a 22.737.000 Euro.

Nel frattempo RSI continua a spendere con la ristrutturazione dell’albergo Pian del Sole al Polzone (costo 8 milioni), con il completamento dell’impianto di innevamento artificiale delle piste e con ulteriori edifici.

Questi interventi si aggiungono ad aggravare la passività nel prossimo bilancio con l’espansione dei costi, con il peso degli ammortamenti e di eventuali ulteriori oneri finanziari.

Ma il progetto non va in soffitta, anzi!

RSI, che ha già in tasca l’opzione di rilevare la società che gestisce Lizzola, ha manifestato l’interesse per la stazione di Spiazzi di Gromo, rendendosi disponibile a integrare il finanziamento (6,6 milioni), già assegnato dal Ministero del Turismo alla locale società di gestione IRIS per la sostituzione della seggiovia Vodala, con la prospettiva di rilevare interamente la società.

Nonostante le evidenze che certificano un incerto futuro per lo sci da discesa, nonostante le incontestabili condizioni climatiche sfavorevoli, nonostante i pareri contrari di tutti i consulenti tecnici (incaricati dai Comuni, su indicazione di RSI) e di tutti i responsabili tecnico/finanziari dei Comuni, i rispettivi Sindaci persistono nel voler portare avanti l'assurdo progetto. Come se si trattasse solo di rimuovere o aggirare fastidiosi ostacoli messi in campo da chissà quali nemici del progresso e non da pareri competenti e responsabili. Ma la parte pubblica, quella che dovrebbe rappresentare l'interesse di tutti noi, davvero intende gettare decine di milioni in progetti elitari e senza prospettive, che sottraggono risorse alle necessità prioritarie delle aree montane?

Ecco, questo è ad oggi lo stato di fatto della vicenda.

In chiusura, il comunicato accenna alle domande presentate da entrambe le società di gestione degli impianti di Colere e di Lizzola al bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici di recente assegnazione (ne ho scritto qui.): 10 milioni sono stati richiesti da parte di Lizzola per la sostituzione delle proprie tre seggiovie attuali con unica cabinovia, una soluzione pensata per il collegamento ma che penalizza le piste di Lizzola; altri 10 milioni sono invece stati richiesti da Colere per la sostituzione di una delle seggiovie (la “Ferrantino”) del proprio comprensorio. Bene, come si evince dalle graduatorie pubblicate, il bando ministeriale ha respinto la richiesta di RSI (Colere), non ammessa perché la società non rientra nei parametri finanziari, mentre quella di Lizzola è stata classificata 31°, formalmente esclusa dall’assegnazione dei fondi ma in posizione potenzialmente funzionale a un eventuale ripescaggio. In ogni caso l’apposito provvedimento della Direzione ministeriale competente che sancisce la graduatoria definitiva non è stato ancora pubblicato, dunque questo aspetto dovrà essere rivisto prossimamente.

Dunque «ai posteri l’ardua sentenza»? No, niente affatto: per tutte le circostanze in corso il caso di “Colere-Lizzola” credo si risolverà presto e mi auguro in modi assolutamente positivi per il territorio locale e la comunità che lo vive.

Come costruire il futuro del turismo invernale nelle Alpi (se la politica italiana lo vorrà)

Ripensare il turismo invernale nelle Alpi, in particolar modo nelle località sciistiche i cui comprensori non vadano oltre i 2000 metri di quota, è una strategia ormai ineludibile vista la realtà di fatto di quei territori, non solo dal punto di vista climatico e ambientale. D’altro canto è comprensibile che tale ripensamento risulti ostico da attuare, nella forma e nella sostanza, in località che per decenni si sono basate su un turismo monoculturale dominante come quello dello sci e che per questo hanno messo da parte, se non perso, strumenti e culture atte a promuovere la transizione ricavandone risultati proficui per le comunità residenti.

A tale riguardo il Consorzio TranStat, finanziato dalla UE attraverso il programma Interreg Alpine Space e che comprende numerosi soggetti istituzionali, accademici e scientifici che operano in vari modo nell’ambito montano (per l’Italia ci sono l’Università degli Studi di Milano con il Polo Unimont/Università della Montagna di Edolo e Regione Lombardia[1]), di recente ha pubblicato un documento di indirizzo dal titolo “Ripensare il turismo invernale nelle Alpi. La posizione del consorzio TranStat sulla transizione delle destinazioni montane alpine”, che sintetizza i principali risultati dei lavori del Consorzio e le relative raccomandazioni politiche per una transizione sostenibile del turismo invernale alpino. Il documento fornisce indicazioni concrete per i decisori politici a livello europeo, alpino e nazionale, con l’obiettivo di supportare le località montane nell’adattamento ai cambiamenti climatici, promuovendo al contempo la diversificazione economica, la coesione sociale e la resilienza ambientale.

Di seguito le principali azioni indicate nel documento TranStat:

  • A livello europeo, il Consorzio sollecita un riconoscimento più forte e coerente delle aree montane all’interno delle politiche dell’UE e propone lo sviluppo di un Patto Europeo per le Montagne dopo il 2027, al fine di garantire un sostegno dedicato ai territori montani in transizione.
  • A livello regionale alpino, propone l’istituzionalizzazione di meccanismi di pianificazione partecipativa che coinvolgano le comunità locali, il rafforzamento della formazione e dell’istruzione professionale per sviluppare competenze di transizione, l’integrazione delle politiche di turismo, mobilità, uso del suolo e ambiente in un approccio unitario e, infine, la creazione di un Tavolo Permanente di Transizione Alpina sotto l’egida di EUSALP.
  • A livello nazionale, il documento raccomanda di rafforzare la governance e le capacità tecniche dei piccoli comuni, di includere l’adattamento climatico e la prevenzione del rischio nelle politiche turistiche e di promuovere economie montane più diversificate e sostenibili, sostenute da istruzione e innovazione.

Nel complesso, il documento di indirizzo rappresenta uno sforzo collettivo per ripensare il futuro del turismo invernale nelle Alpi. Costituisce un passo concreto dal livello della ricerca a quello dell’azione: un impegno condiviso da tutti gli enti coinvolti dal Progetto TranStat e dai suoi partner per garantire che le regioni alpine diventino luoghi più resilienti, inclusivi e sostenibili in cui vivere, lavorare e da visitare, di fronte ai rapidi cambiamenti climatici ed economici.

È un documento di grande importanza che con altrettanta lucidità indica le azioni fondamentali attraverso le quali le suddette località montane ormai destinate a diventare nei prossimi anni ex sciistiche possono avviare la necessaria transizione verso un’era turistica ben più consona alla realtà attuale e futura, sostenibile per i territori e l’ambiente nonché efficace e vantaggiosa in primis per le comunità residenti in essi.

[Foto Ansa, fonte www.3bmeteo.com.]
È un documento così chiaro, esemplare e sensato che, temo, la gran parte delle autorità politiche italiane deputate al governo dei territori montani ne faranno lettera morta, continuando a perseguire e supportare pervicacemente le iniziative turistiche monoculturali legate allo sci più fallimentari e deleterie per quei territori di media-bassa quota, con il rischio di condannarli non più solo ad un lento e inesorabile oblio ma a una rapida e definitiva decadenza economica, sociale e culturale.

Ma, ovviamente, mi auguro di tutto cuore di sbagliare e di potermi ricredere al più presto. Nel frattempo vi invito caldamente a scaricare (qui) il documento TranStat, a leggerlo e a meditarne i contenuti, in particolar modo se siete abitanti dei territori montani e delle località sciistiche verso le quali il documento si rivolge.

Potete seguire le azioni e le iniziative del Consorzio TranStat da questa pagina del sito dell’Unimont di Edolo.

[1] Immagino di sapere cosa state pensando riguardo alla presenza nel Consorzio di Regione Lombardia: sono le stesse cose che probabilmente penso io.

La graduatoria del bando del Ministero del Turismo per i comprensori sciistici

[Le piste del comprensorio Kaberlaba senza neve, qualche inverno fa.]
Avrete forse letto sugli organi di informazione che è stata pubblicata, da parte del Ministero del Turismo, la graduatoria del “Fondo Impianti di risalita” (detto anche “Bando Santanché” dal nome della pittoresca Ministra del Turismo in carica) che finanzia interventi di ristrutturazione, ammodernamento e manutenzione degli impianti di risalita a fune e di innevamento artificiale grazie a uno stanziamento di oltre 229 milioni di Euro.  Soldi (pubblici, ça va sans dire) peraltro finalizzati «alla promozione dell’attrattività turistica e all’incentivazione dei flussi turistici nei luoghi montani e nei comprensori sciistici»: ah, ma quindi l’overtourism e la necessità di contrastare la pressione turistica nei territori in quota? Niente di importante?

Comunque, visto che sicuramente molti saranno curiosi di sapere come è andata e in che modo verrà spesa l’ingente somma di denaro pubblico disponibile, è possibile leggere a scaricare (in pdf) la graduatoria cliccando sull’immagine qui sotto:

La graduatoria e il successivo sorteggio per le posizioni ex aequo ha (avrebbe) ammesso le prime 30 società di gestione di comprensori sciistici (e già molti degli esclusi stanno protestando più o meno pubblicamente), in ogni a caso sul sito del Ministero del Turismo si legge che «L’elenco dei soggetti che potranno essere ammessi al finanziamento sarà disposto con apposito provvedimento della Direzione competente», dunque una definizione completa e ufficiale della graduatoria non la si ha ancora.

Posto ciò, rimando ogni considerazione al riguardo a quando la situazione verrà determinata definitivamente, anche se già alcune cose “interessanti” balzano all’occhio. Per citarne una: in posizione 25, i 1.228.800 Euro concessi alla società Kaberlaba Srl che gestisce l’omonimo comprensorio sciistico sull’Altopiano dei Sette Comuni, nei pressi di Asiago, con impianti e piste compresi tra 992 e 1142 metri di quota. Soldi inesorabilmente buttati oppure motivatamente elargiti?

Be’, lo ribadisco: tornerò sulla graduatoria e sulle altre cose “interessanti” presenti in essa più avanti, quando verrà definita.