Germano Celant

Se l’arte è stata un processo profetico, oggi invece è esclusivamente rivelazione di un nuovo potere, di un territorio. L’arte è veicolo di esotismo, di mera pubblicità turistica. Si tratta solo di un’espressione di potere […] Non è più l’arte a sollecitare la nascita di un museo, ma sono i musei a sollecitare l’arte.

(Germano Celant, durante la conferenza Che cos’è l’arte contemporanea? al PAC di Milano, 13 gennaio 2009.)

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Se pur io – da semplice appassionato della materia quale sono – ho sempre apprezzato di più l’analisi critica dell’arte contemporanea proposta da Achille Bonito Oliva – suo “rivale”, in tal senso – so bene che Celant è stata una figura fondamentale dell’arte, in particolare di e per quella italiana. Con la sua dipartita, circostanza assai triste, si chiude una porta che ci ha concesso di “entrare” e conoscere un periodo artistico sublime, di creatività, attività, visionarietà potenti e vibranti, senza che – mi pare – di “porte” se ne siano nel frattempo aperte altre, almeno di quella grandezza e di quell’importanza al punto da permettere di accedere a dimensioni artistiche di paragonabile qualità.

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La legge non rende gli uomini più giusti

La legge non ha mai reso gli uomini più giusti, neppure di poco; anzi, a causa del rispetto della legge, perfino le persone oneste sono quotidianamente trasformate in agenti dell’ingiustizia.

(Henry David ThoreauDisobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Milano, Feltrinelli Editore, Milano, 2018, pag.11.)

Politici e accalappiacani

La politica è una strana cosa. Le regole che si possono enunciare per gli altri mestieri sembra che non si applichino alla politica. Un uomo politico può cominciare da giovane come accalappiacani, e in pochissimo tempo riuscire a farlo dimenticare. Ecco ciò che rende la carriera politica quella che è.

[Foto di Giorgio Lotti – Mondadori Publishers, pubblico dominio; fonte qui.]
(Erskine CaldwellRagazzo di Sycamore (Georgia Boy), traduzione di Marcella Hanau, Mondadori, Milano, 1957; 1a ed.1943.)

Votare per il “giusto”

Perfino votare per il giusto è non fare niente per esso. È solo un modo di manifestare debolmente agli uomini il nostro desiderio che il giusto prevalga. Un uomo saggio non lascerà il giusto alla mercé del caso, né desidererà che esso prevalga attraverso il potere della maggioranza. C’è ben poca virtù nell’azione delle masse.

(Henry David ThoreauDisobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Milano, Feltrinelli Editore, Milano, 2018, pagg.16-17.)