A proposito di quanto scrivevo questa mattina circa la congettura – esagerata quanto si vuole ma non per questo da ignorare – che il clima stia “collassando”… Ecco: magari il clima no (speriamo!) ma con il cambiamento climatico in corso sono le montagne a collassare sempre di più. Come è accaduto ieri, domenica 14 aprile sul versante engadinese (dunque nord) del Bernina, dal quale si è generata un’enorme frana di almeno un milione di metri cubi di rocce e ghiaccio che è scivolata a valle per circa 5 chilometri annerendo la lingua del Ghiacciaio di Tscherva, in fondo alla celebre Val Roseg.
Pare che la frana si sia staccata alle 7 di mattina a una quota di 3400 metri, in un punto nel quale le temperature ampiamente sotto lo zero dovrebbero ancora tenere ben saldi i versanti – rivolti a nord e dunque in piena ombra, ribadisco. Invece evidentemente non è così. Le immagini che vedete, tratte da questo articolo di “Südostschweiz”, sono assolutamente eloquenti.
Quindi torno alla domanda del post pubblicato qui questa mattina: e se col clima le cose dovessero andare peggio di qualsiasi previsione climatica pur negativa che abbiamo a disposizione? Che facciamo?
Al netto del titolo forse fin troppo semplicistico dell’articolo qui sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo), è innegabile che il weekend appena trascorso sia stato, almeno in buona parte dell’Italia, spaventosamente estivo pur essendo solo a metà aprile e la primavera astronomica sia cominciata da nemmeno un mese. Per inciso, anche gli sbalzi termici così repentini (pochi giorni fa in montagna nevicava, e nei prossimi giorni si prevede un calo repentino delle temperature) risultano altrettanto anormali e inquietanti.
Dunque chiedo per un amico – anzi, per otto miliardi circa di “amici”: e se il clima della Terra stesse collassando? Se i climatologi stessero sbagliando le previsioni sul cambiamento climatico ma in difetto e le cose a breve andassero peggio rispetto a quanto ordinariamente avvertito? Che facciamo? Siamo pronti a questa ipotesi estrema? A me non pare, visto che non siamo pronti nemmeno per le ipotesi più dolci. Quindi?
Non è un esercizio di catastrofismo, sia chiaro, ma una speculazione del tutto razionale e inevitabile, posta la realtà di fatto. Giusto per non subire l’effetto Titanic, che quando salpò da Southampton tutti a bordo erano assolutamente convinti che nulla avrebbe potuto affondare la nave, figuriamoci uno stupido iceberg alla deriva.
(Articolo originale pubblicato su “L’Altra Montagna” il 27 marzo 2024; cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo.)
Sono passati all’incirca due anni da quando, su alcuni organi di informazione locali, comparve la notizia di un progetto con il quale si prospettava il ritorno dello sci sul Monte San Primo, nel Triangolo Lariano in comune di Bellagio, provincia di Como. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi nonché l’ipotesi di una nuova seggiovia, il tutto finanziato con 5 milioni di Euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo (sul San Primo, la cui quota massima è 1682 metri, non nevica più seriamente da anni ormai) e peraltro ha conosciuto in passato diverse traversie nella gestione degli impianti sciistici, aperti, chiusi e riaperti più volte fino alla chiusura definitiva nel 2013.
[Uno dei primi articoli usciti sulla stampa locale nel 2022 che annunciava il progetto sul Monte San Primo.]Posta la vicinanza della data del 1° di aprile, non pochi alla lettura di quelle notizie che davano conto di un progetto così assurdo – la cui denominazione ufficiale è “OltreLario: Triangolo Lariano meta dell’outdoor” – pensarono a uno scherzo, anche piuttosto ben fatto e divertente per come vi fossero citati enti e amministratori locali aventi effettivamente competenza sul Monte. Invece, malgrado l’assurdità palese, non si trattava di uno scherzo: era – ed è – tutto vero.
La mobilitazione della società civile contro un progetto così scriteriato e avulso dalla realtà del territorio in questione e dalle sue effettive potenzialità riguardo una frequentazione turistica dolce e sostenibile, è stata immediata e imponente, radunando tanto associazioni di varia specie, non solo di tutela ambientale e non soltanto locali, quanto soggetti privati e singoli cittadini, che ben presto si sono riuniti in un collettivo a difesa del monte, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Al contempo è cominciata l’attività di denuncia e di sensibilizzazione sulla questione, incessante e sempre più partecipata, con appelli, comunicati stampa, una raccolta firme di tipo tradizionale, dunque in forma cartacea e non come petizione online, allo scopo di radicare l’iniziativa sul territorio e di farne una manifestazione autentica e consapevole di protesta e diniego nei confronti del progetto, eventi sul monte e incontri pubblici (il più recente ha avuto come ospite Marco Albino Ferrari), la realizzazione del sito web https://bellagiosanprimo.com/ che testimonia tali attività e l’impegno condiviso da tutte le associazioni, ben trentacinque, che oggi fanno parte del Coordinamento, nonché la frequente sottoposizione agli enti pubblici che sostengono il progetto – in primis il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, spalleggiati da Regione Lombardia – della richiesta di un confronto su quanto proposto, di un incontro, un dibattito che innanzi tutto rendesse noti alla comunità locale in maniera chiara e non solo approssimativa tutti gli interventi proposti nel progetto, oltre che, per quanto necessario, una discussione sulla qualità degli stessi e sulle conseguenze, positive e negative, sul territorio e i suoi abitanti. Confronto sempre ostinatamente negato dalle suddette istituzioni, da allora e fino a oggi.
[Alcune immagini invernali del Monte San Primo e di una delle tante manifestazioni a difesa della montagna contro il progetto sciistico.]Viceversa, la stampa nazionale e internazionale non poteva restare insensibile alla sconcertante assurdità del progetto previsto sul Monte San Primo: decine e decine di articoli giornalistici e radiotelevisivi, tutti documentati nel sito del Coordinamento, hanno reso il “caso San Primo” uno dei più significativi e emblematici di quell’assalto alle Alpi, per citare il noto libro di Marco Albino Ferrari, da più parti e in numerose località perpetrato ma che nel caso del territorio lariano assume inevitabilmente caratteri parossistici. Diversi di quegli articoli hanno utilizzato il termine “follia”: come d’altronde definire un progetto che pensa di riportare lo sci a poco più di 1000 metri di quota, dove non nevica più e se pur nevicasse non ci sono le temperature adatte a mantenere la neve al suolo oppure per produrla artificialmente? Inoltre: il Monte San Primo è una delle zone carsiche più famose d’Italia, con complessi ipogei tra i più vasti del sud Europa: dove si penserebbe di prendere l’acqua necessaria ad alimentare i cannoni sparaneve? D’altro canto “folle” è anche non vedere e comprendere le innumerevoli potenzialità del San Primo dal punto di vista ecoturistico: un monte a un’ora d’auto da Milano e ancora meno dal suo iper antropizzato hinterland settentrionale, dotato di una bellezza paesaggistica unica che diventa manifesta in alcuni dei panorami che offre, celeberrimi in tutto il mondo, di una rete sentieristica di pregevole valore seppur a volte carente di manutenzione, di angoli che paiono fatti apposta per svilupparvi attività di educazione ambientale e didattiche sulla realtà montana e prealpina nonché di un vastissimo pubblico che ama e frequenta il Monte San Primo proprio per tutte queste sue peculiarità, e che il ritorno a una infrastrutturazione sciistica probabilmente allontanerebbe, stante la banalizzazione del luogo imposta da quel modello di frequentazione turistica. Senza contare, in caso di realizzazione delle opere del progetto, il notevole danno ambientale inferto al territorio, nel quale ancora si possono ritrovare i resti ridotti a rottami dei passati tentativi di “valorizzazione” – gli impianti di risalita dismessi, le opere ad essi accessorie, piste e strutture per le mtb e il downhill, addirittura un vecchio battipista…
Lo scorso autunno era estate.
Lo scorso inverno era autunno, e pure di quelli miti.
Questa primavera sembra inverno ma con temperature autunnali.
Infine ci sono buone probabilità che se la primavera – quella propriamente detta – arriverà, sembrerà già estate, la quale quando poi giungerà veramente porterà temperature viepiù africane, altro che europee.
Molti lo definiscono «clima impazzito» ma è la definizione più stupida che si possa utilizzare, buona per i titoli dei TG e dei media generalisti e in realtà funzionale a non andare oltre con la comprensione della realtà in corso. «Il clima? È impazzito, che ci possiamo fare?» Eh, infatti: che facciamo? Nulla?
Già, probabilmente la pazzia è altrove, non nel clima.
C’è ormai una bella animazione dalle mie parti, in queste sere che profumano sempre più intensamente di primavera nelle quali io e il segretario personale (a forma di cane) Loki usciamo per la consueta sgambata attraverso i boschi e i prati adiacenti il nostro centro abitato. Con l’inverno che si decompone in un mero ricordo viepiù vago a ogni secondo di luce che sfrangia la notte e a ciascun decimo di grado Celsius guadagnato dalla temperatura da un giorno all’altro, di vita in giro ne troviamo parecchia… Sì, ma non umana: tassi in quantità, alcuni (giovani?) piuttosto confidenti, parecchie volpi sempre curiose fino a che non ritengano di esagerare, altrettanti scoiattoli, qualche riccio acquattato tra i cespugli (se non vi siano i tassi nelle vicinanze, i quali non disdegnano di inserirlo tra le portate del proprio menù), la ben più sfuggente faina e idem il ghiro, un capriolo che giusto ieri sera abbiamo sorpreso mentre curiosava in un parco giochi per bambini che confina col bosco, oltre ai vari rapaci notturni e alla presenza recondita eppure tangibile dei cinghiali, nel caso evidenziata al solito dai segni sui prati delle loro grufolate.
Basta che il fascio luminoso della pila frontale che mi porto appreso punti verso il buio del bosco per cogliere regolarmente diverse paia di punti luminosi, piccoli fanali che si mantengono a lungo fissi sulle nostre figure in movimento. A volte invece nel nero silvestre non scorgo nulla ma è Loki che di colpo si ferma e punta il naso verso il bosco, apparentemente (per me) osservando il vuoto: vi dirigo la luce della frontale, attendo qualche attimo ed ecco accendersi pure lì un altro paio di fanali luminosi. A volte sono occhi di gatti, quelli che per fortuna si mostrano ancora almeno un po’ selvatici e rifiutano di abbandonarsi definitivamente agli agi domestici e alle scatolette di cibo, ma con pari frequenza chi ci osserva è qualche rappresentante del regno animale silvestre, senza contare poi le presenze più furtive che preferiscono evitare pure il contatto visivo con noi restando celati nell’oscuro del bosco. E parimenti senza contare chi non si fa vedere ma si fa sentire: in effetti c’è anche un gran ciarlare selvatico che viene dal bosco in queste sere, versi di innumerevoli tipi, molti dei quali non riconosco, che in certi casi sembrano veramente rispondersi e ribattersi dibattendo animatamente, protestando, litigando o forse, chissà, veramente festeggiando in compagnia l’arrivo ormai deciso della primavera.
[Una coppia di tassi (Meles meles) come quella, molto confidente, che io e Loki ci siano ritrovati di fronte qualche sera fa, vicino casa.]Ogni sera, ogni uscita, è un’avventura diversa con qualche sorpresa. Il buio profondo del bosco non intimorisce ma intriga: regala la percezione nitida del mistero naturale e della vita che pulsa incessante, anche quando di contro la civiltà umana si mette in pausa e in gran parte s’acquieta fino al mattino successivo. Vagabondare sul margine tra il mondo degli uomini e quello dei selvatici è qualcosa di semplice tanto quanto affascinante, e può aiutare a comprendere che le nostre pretese di dominazione assoluta del mondo possono rapidamente svaporare in presenza del più minimo elemento di incertezza, ancor più se fino a poco prima lo concepivamo come parte “normale” di esso. Come il buio notturno, e come la presa d’atto che in quelle ore indubbiamente il bosco è reame d’altri il quale può essere anche nostro solo se ci rimettiamo sullo stesso piano di chi lo abita come e più di noi. Non è quel poco di tecnologia che abbiamo sviluppato nell’arco di qualche millennio a renderci superiori a loro: dominanti sì, ma questa circostanza non ci garantisce alcuna superiorità, anzi, ci riserva maggiore responsabilità. In fondo la notte è il giorno senza la luce, il giorno è la notte illuminata e noi siamo animali tali e quali agli altri senza gli occhi luminosi come quelli che ci osservano, nascosti nel buio del bosco.