I romanzi d’amore non servono a nulla (Björn Larsson dixit)

Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. (…) So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. (…) L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. E’ anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.92)

Scommetto che molti, tra lettrici e lettori, non saranno d’accordo con quanto afferma il grande scrittore svedese, soprattutto quando sostiene che “la letteratura […] non può insegnarci ad amare meglio.” Beh, non entro nel merito di tale questione; tuttavia, riflettendo sulle parole di Larsson, mi viene da pensare quanto sia effettivamente difficile trasporre su carta, attraverso parole mai troppo numerose per la bisogna e mai, temo, sufficientemente esplicative, un sentimento umano talmente grande (sotto ogni punto di vista) quale è il vero amore e, pure, talmente ambiguo, al punto che viverlo intensamente è segno di massima libertà e, al contempo, negazione della libertà stessa. Ma anche su ciò molti potrebbero obiettare… ecco perché, in fondo, ho voluto citare tali parole di Larsson: perché, come lui, resto filosoficamente agnostico, al riguardo.

Summer Rewind #2 – “Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 9 luglio 2015.)

image“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.

(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)

Aiutatevi ad aiutarvi!

(Quello di seguito è un brano tratto da un articolo scritto parecchi anni fa, almeno dieci ma credo anche di più. Tuttavia, mi pare, dal contenuto ancora parecchio valido: e che articoli di certo genere restino ancora validi, se non di più, rispetto a lustri addietro, non è mai una cosa positiva, temo.)

Se avete bisogno di un aiuto, una mano, un favore, piccolo o grande che possa essere ma ancor più se grande, chiedetelo sempre alla persona a voi meno legata, alla più lontana, alla più estranea: se essa ve lo concederà, l’aiuto, nella sua neutrale indifferenza troverete sicuramente molta più solidarietà e assistenza che nella persona vicina e per ciò molto più interessata a concedervi l’aiuto richiesto – dacché coinvolta, partecipe e quindi, essa, autopretendendo il diritto di far fruttare la sua partecipazione. Di contro, il vero aiuto, quello di valore, quello che non abbisogna e pretende reciprocità, disinteressato perché oggettivo, rivolto all’oggetto e non al soggetto da aiutare ed al quale dunque nulla può chiedere in cambio, svincola anche l’aiutato dall’attribuzione di qualsiasi pulsvalore morale al gesto ricevuto, sì da goderne pienamente la proficua importanza: è l’aiuto, l’unico che gli spiriti illuminati possono considerare e mettere in atto, mentre essi considereranno qualsiasi altra forma come convenienza, calcolo, tornaconto, cioè come una delle più becere espressioni di egoismo. E non mi si venga a dire che “l’importante è aiutare, non come e perché si aiuta”, perché così proferendo non si fa altro che continuare a sostenere quella forma di “aiuto reciproco” con il quale, soprattutto nell’epoca moderna, pochi centri di potere hanno creato enormi ricchezze e dominazioni a danno di moltissimi “aiutati” che, nella convinzione di trovare in quell’aiuto un appoggio la risoluzione dei loro problemi, hanno invece sovente trovato un effettivo peggioramento di essi, o la dipendenza, o l’assoggettamento, il danneggiamento o la fine di propri diritti e di proprie libertà. E ciò non vale solo per quelle macroquestioni geopolitiche ed economiche su cui spesso si discute – come il rapporto ricchezza/povertà tra stati ricchi e stati poveri – ma anche per moltissime altre piccole e a noi più vicine, per svariati piccoli/grandi aiuti che ci vengono dall’alto per migliorare, illusoriamente, la nostra vita ma dai quali scaturisce automaticamente una certa predominanza, un monopolio, una dipendenza spesso appositamente conformata per generare un qualche tipo di potere e di tornaconto. Oppure, per scendere ancora più nel quotidiano comune e tornare al punto di partenza, per quegli aiuti che richiediamo e riceviamo soltanto perché chi li elargisce possa mettersi su un piano superiore di credito nei nostri confronti e cercare quel “qualcosa in cambio” che per civica cortesia noi concederemo, ma che in buona sostanza butta alle ortiche il buon valore di quell’aiuto, e ne svanisce quello umano: un rapporto finale tra bene e male del gesto che risulta zero, dunque un’azione nulla nel suo valore assoluto – e ribadisco, pur se essa ci abbia giovato. La “necessaria” reciprocità nell’aiuto è un modus operandi forzatamente incluso nel concetto e che la società contemporanea ha ben saputo far fruttare a solo e mero vantaggio d’una parte, peraltro spesso negandolo e celandolo accuratamente dietro fumosi e pur indiscutibili impegni, legami o vincoli, ovvero ricompense e gratifiche di natura pretestuosamente morale – per il semplice motivo che chi richiede aiuto è in una condizione di “sofferenza”, di bisogno, quindi di inferiorità rispetto a chi quell’aiuto può concedere: non è così che molte delle disuguaglianze e delle dissonanze etiche, civili e sociali che il nostro mondo purtroppo porta in sé sono nate e proliferate?
Insomma: l’aiuto interessato genera sempre bisogno; meglio far da sé in tal caso, rischiando il peggio ma esaltando ogni propria risorsa, piuttosto che confortarsi per qualche momento e nel dolce e illanguidente sollievo di ciò firmare un bel pacco di cambiali vitali! “Aiutati che il ciel t’aiuta”, ecco: l’antica saggezza popolare è antecedente all’ipocrisia di tanti “benefattori” odierni!

Buon compleanno, Thoreau!

Esattamente 200 anni fa, il 12 luglio 1817, nasceva Henry David Thoreau.
Probabilmente uno degli esseri umani più fondamentali che la storia possa annoverare. E credo che non serva aggiungere altro, a ciò.

P.S.: qui trovate i numerosi articoli che ho dedicato a Thoreau, alle sue opere e al pensiero. Qui, invece, potete visitare il sito della Thoreau Society, la principale associazione di ricerca, studio e promozione dell’opera del grande filosofo americano.

Una risata ci salverà!

Credo che se noi essere umani riusciremo a conservare la capacità di ridere – di noi stessi, degli altri ovvero di far ridere, in senso umoristico arguto e non in modo sarcastico e amaro – qualche possibilità di salvezza, come genere, l’avremo ancora. Esattamente come chi manifesta senso dell’umorismo, e riesce a non prendersi mai troppo sul serio, se la caverà sempre: espandete questa singola virtù a più individui possibile e, appunto, si genererà un salvagente ben più prezioso ed efficace di tanti altri, per noi tutti. Che di contro, come si sa, sarà invece funzionale vanga per “scavare fosse” e “seppellire” (metaforicamente, ovvio) chi non vorrà essere tanto virtuoso.

Altrimenti no, penso proprio che non ci salveremo. Sia la fine tra un anno, un secolo, un millennio o domani mattina, saremo tristemente spacciati: allora sì che non ci sarà più nulla da ridere, anche perché sarà troppo tardi farlo.

P.S.: e se magari volete affinare la personale virtù di saper ridere, provate a leggere questo libro. Credo vi potrà essere utile.