WALDEN sta tornando!

Vi ho già raccontato di Walden, qui sul blog, all’epoca dell’uscita del numero 0: un magazine nuovo nel senso più pieno del termine – a partire dal fatto che definirlo “magazine” è cosa intuitiva ma assai imprecisa e per molti aspetti sminuente.

Un’impresa letteraria ed editoriale così innovativa ha comportato un percorso inevitabilmente arduo, al fine di trasformare l’originaria bella idea in un progetto altrettanto bello quanto concreto. D’altro canto è uscendo dai sentieri già tracciati e lasciando nuove tracce altrove, dove nessuno è passato ovvero dove nessuno ha realmente osservato intorno e oltre, che si può realmente esplorare e conoscere a fondo un territorio, allontanandosi dalle convenzioni dell’ordinario per generare intuizioni e cogliere visioni stra-ordinarie. Ciò può comportare difficoltà, ostacoli da superare, passi lenti e accorti, meditazioni più approfondite, ma se la direzione è quella giusta e la perseveranza consona, si possono raggiungere orizzonti altrimenti invisibili e profondamente illuminanti.

Bene, Walden s’è fatto il suo buon percorso articolato, ha superato gli ostacoli, ha ponderato il proprio cammino senza mai scordare la meta prefissatasi – nella certezza che quella meta non è che il punto di giunzione tra due tappe del lungo cammino d’un viaggio nel quale, più di ogni altra cosa, è chi viaggia a essere il viaggio stesso.

E pure chi legge lo è: sì, perché Walden sta tornando. O, meglio, sta finalmente iniziando il suo vero e speriamo illimitato viaggio. Così ha scritto al riguardo il suo direttore editoriale, Antonio Portanova, sulla pagina facebook del magazine:

Cari amici. Walden è tornato. Questi mesi ci hanno fatto capire che possiamo e vogliamo continuare la nostra avventura editoriale. Dopo il numero 0, che ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo preparato il terreno per ciò che verrà, d’ora in avanti.
Siamo felici e orgogliosi di annunciarvi che il numero 1 di Walden è in uscita: avrete prestissimo aggiornamenti e, d’ora in avanti, per chi lo vorrà, un appuntamento fisso semestrale. Due uscite l’anno che, se avremo il seguito sperato, ci auguriamo un giorno di moltiplicare. Se vi è piaciuto il nostro numero-pilota, il numero 0, aiutateci a far conoscere il magazine. Come molti di voi già sanno, questo progetto si basa solo sul riscontro dei lettori. Che speriamo siano ogni giorno di più.
Il numero 1 di Walden sarà un monografico, interamente dedicato al tema del vento. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze, da qui all’imminente uscita vi daremo ulteriori dettagli. Intanto, una piccola anticipazione: è di questi giorni la notizia che il Cile ha istituito cinque nuovi parchi nazionali. L’articolo de Il Post potete leggerlo qui. All’interno del numero 1, parleremo anche di Douglas Tompkins, l’uomo cui dobbiamo buona parte di questa bellissima notizia.
Grazie a tutti coloro che hanno creduto nell’idea di Walden. Siamo tornati.

Lodi e glorie imperiture a Walden, dunque. E tenete sott’occhio, oltre che la pagina facebook, il sito del magazine, nel quale peraltro potete pure abbonarvi e/o acquistare il numero 0.

In effetti un nome così, “Walden”, tanto carico di senso, di storia, di fascino e di valore culturale, antropologico, filosofico nonché – last but non least – umano, non poteva trovare manifestazione editoriale più significativa.

Non c’è storia, tra blog e social – e non ci sarà mai!

Qualche giorno fa, su skande.com, è uscito un interessante articolo nel quale Riccardo Scandellari riflette sul rapporto odierno tra blog e social, ovvero tra contenitore e contenuti di entrambi nonché, inevitabilmente, tra relativi fruitori.
Vi invito a leggerlo perché parecchio interessante, appunto, e perché in effetti dice qualcosa che anch’io penso ormai convintamente da tempo: non c’è storia tra qualità dei contenuti dei social e dei blog. Se i secondi col tempo si sono via via raffinati, i primi si sono invece drammaticamente banalizzati, il che comporta dunque che oggi, nei blog, si possono spesso trovare ottimi contenuti e notevole creatività, spesso espressa in modi innovativi; nel frattempo, sui social, la celeberrima boutade di Umberto Eco sui “cretini del web” sta sempre più diventando la norma – purtroppo per i tanti che, invece, i social li usano in maniera intelligente ma la cui bontà espressiva rischia di essere nascosta dalla crescente e rozza caciara.
Così Scandellari conclude il suo articolo:

Il blog è ancora attuale, lo vedo dalla quantità di persone che mi contatta quotidianamente e che acquista i miei servizi attraverso esso. Sono sempre più convinto che dal blog passi una maggiore energia comunicativa. Chi arriva sul blog ti dedica la massima attenzione, non è distratto dalle decine di notifiche o dal continuo aggiornamento della news feed. Attirare le persone attraverso le ricerche e le condivisioni sui social è difficile, ma se guardiamo ai risultati in fatto di contatti, fiducia e buone percezioni erogate non lo cambierei con nessun post di Facebook da mille like.

Poco prima, Scandellari denotava che Facebook “Rimane comunque molto interessante per la promozione a pagamento”. D’altro canto mi viene da pensare che niente altro ci sarebbe da aspettarsi da una macchina per far soldi quale è il social di Mark Zuckerberg, il quale anzi, per meglio dire, è una macchina congegnata appositamente per ottenere la massima banalizzazione dei contenuti al fine di conseguire parimenti la massima ottimizzazione economica degli stessi, a favore dei suoi utenti paganti ma soprattutto a favore di sé stessa. Ed è giusto così, sia chiaro: semmai è sbagliato pensare che non debba esserlo (magari solo perché sia gratis e dunque tutto debba essere parimenti svincolato dalla pecunia!)

Tutto ciò con buona pace dei tanti che, in passato, hanno deciso di chiudere i propri blog per passare armi (digitali) e bagagli (espressivi) sui social, Io, piuttosto, sono sovente tentato di fare l’esatto opposto, ovvero andarmene dai social e cercare una ben più autentica socializzazione culturale (e non solo) al di fuori di essi, con il blog come dimora principale nella quale trovarmi – e viceversa.
Ci resto forse solo perché i social, stante la loro partecipazione ormai capillare, sono un’efficace sistema di ricerca e contatto personale immediato tra le persone, e perché voglio illudermi che rimbalzare su di essi gli articoli del blog possa portare qualche lettore interessato in più senza troppo sforzo.
Ma per tutto il resto, ovvero volendo pensare di pubblicare solo sui social contenuti di “spessore” e qualità o inerenti tematiche non esattamente “banali”, e assoggettandoli allo stupido meccanismo dei “like”, è un po’ come credere di poter dissertare dei benefici della quiete e del silenzio in uno stadio durante un derby. Anche se almeno, in uno stadio, le persone le hai accanto in carne e ossa e puoi realmente (ovvero umanamente) interagire con esse.

Se l’analfabetismo funzionale ci frana addosso

È esattamente così, come si vede qui sotto, che stanno andando le cose.
Ci si prova a mettere ordine, a razionalizzare il tutto, a dargli una logica che lo renda comprensibile, in primis, e poi accessibile a tutti, al contempo sgombrando il campo dal caos, dal cumulo di disordine culturale che occlude sguardi, visioni, orizzonti, ripristinando una consona e preziosa urbanità

Ma a volte – troppo di frequente, ormai – dissonanza cognitiva e analfabetismo funzionale franano rovinosamente addosso a tutto quanto devastando il lavoro fatto e costringendo alla fuga dal quel caos che si voleva sgombrare, viceversa finendo per portare ovunque disordine culturale quando non il rischio – ancora più grave e devastante – che venga seppellita ogni cosa sotto uno strato di arida polvere la quale non permetta più ad alcun seme di cultura e di civiltà di attecchire, crescere e fiorire.
Si persevera, allora, ricominciando daccapo ovvero – se va bene – continuando nel lavoro intrapreso con ancora maggior impegno e cura. Perché chi frana in quel modo finisce prima o poi per seppellire sé stesso: dunque, bisogna cercare di restare lontani dalla smottamento, oppure fare in modo di arginarlo con opere di contenimento assai solide e robuste al fine di non esserne coinvolti.
D’altro canto, restare a rischio di seppellimento come nulla fosse e senza fare niente per prevenirlo, sottovalutandone ovvero ignorandone il pericolo, è cosa assolutamente stolta e potenzialmente letale: o lo si minimizza e azzera, un tale rischio, o vi si fugge via, appunto.

Tullio De Mauro (1932 – 2017)

1441873704_tullio-de-mauroNella tristezza del momento, piove sul bagnato più melmoso – mi viene da ironizzare amaramente. Se ne è andato Tullio De Mauro, uno dei principali linguisti italiani, “esponente di quella generazione che aveva traghettato la scuola e l’università da contesti di élite ad habitat culturale, civile ed educativo rivolto alla collettività nel suo insieme” come scrive bene Claudio Vercelli. Più pragmaticamente, io ricordo il suo forte impegno in tema di studio e analisi del sempre più diffuso e preoccupante analfabetismo culturale – strumentale e funzionale – in Italia (qui un buon articolo al riguardo), e i suoi allarmi circa i deleteri effetti di tale situazione sullo sviluppo generale del paese:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e, a loro avviso, è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

E quanto affermazioni del professor De Mauro come quella seguente sono oggi la fotografia perfetta della realtà di fatto nella quale, ahinoi, ci ritroviamo a (soprav)vivere?

“Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.”

Una perdita veramente grave, di un intellettuale vero, illuminante, di rara intelligenza, sagacia e saggezza, che se ne va nello stesso giorno in cui, nel 1932, nasceva Umberto Eco, del quale era coetaneo: un altro personaggio fondamentale, che ha lasciato un vuoto culturale e intellettuale forse incolmabile.

Spero di sbagliarmi, ma temo che Tullio De Mauro – ed Eco, e i grandi come loro non più tra noi – mancherà, alla cultura italiana, come può mancare un pilastro portante alla base di un palazzo sempre più traballante e bisognoso di nuovi puntelli, se di pilastri per il momento non ve ne sono.

Gli ammutinati della grande nave Mondazzoli: codardi, prudenti, eroi o che altro?

Il gruppo di "ammutinati Mondazzoli", ora equipaggio della nuova "Nave di Teseo" varata da Elisabetta Sgarbi.
Il gruppo di “ammutinati Mondazzoli”, ora equipaggio della nuova “Nave di Teseo” varata da Elisabetta Sgarbi.

Da bravo insider nel mondo editorial-letterario nazionale trovo parecchio significativo e divertente (ma pure inquietante, a osservare dalla parte opposta) quanto sta accadendo intorno a Mondazzoli, la nuova e possente corazzata dell’editoria italiana nata dalla fusione di Mondadori e Rizzoli per dominare senza rivale alcuno i mari editoriali nazionali. E mi pare divertente oltre che consono pure restare nella metafora nautico-marina, visto che pure altri ben più titolati di me hanno deciso di avvalersene.
Or dunque c’è in corso un bell’ammutinamento con relativo abbandono della nave: prima Antonio Franchini, considerato uno tra i migliori editor italiani ergo punta di diamante di Mondadori, che prima del varo della nuova corazzata ha preso il primo salvagente che ha trovato e se ne è fuggito verso Giunti, vascello da diporto solcante acque apparentemente (per ora) più sicure. Poi è stato il turno di Roberto Calasso, marinaio di lungo corso e grande esperienza delle agitate acque editoriali italiche, che ha calato in mare la propria raffinata scialuppa Adelphi ed è tornato verso (proprie) rive più tranquille. Prima ancora la stessa cosa l’aveva fatta Rosellina Archinto con la propria omonima barca, ancor più piccola e dunque ancor meno bisognosa di irruenti flutti mossi da prue di navi troppo grandi.
Ora invece è la volta di un folto gruppo tra marinai e ufficiali, al comando dell’ammiraglia Elisabetta Sgarbi, che non solo abbandona la corazzata Mondazzoli ma addirittura vara pure una nuova imbarcazione editoriale, La Nave di Teseo (ecco perché poco fa dicevo che la metafora nautico-marina in corso m’appare divertente e consona) sulla quale prendono in largo vecchi e giovani lupi di mare quali Umberto Eco, Sandro Veronesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco e molti altri – pure con esperienze di navigazione in mari più esotici, come Tahar Ben Jelloun, Michael Cunningham e Hanif Kureishi.
Insomma, tirando le somme di tutto ciò, un ammutinamento bello e buono, appunto. E perché, poi, questa fuga peraltro parecchio urgente da una corazzata così possente e apparentemente dominante, dunque in grado di offrire notevoli vantaggi e risorse per chi a bordo di essa solchi i mari assai agitati, appunto, dell’editoria nazionale, oltre che irti di scogli e secche pericolose? Per un improvviso e irrefrenabile bisogno di libertà di navigazione? Perché qualcuno teme che la pur possente nuova nave faccia la fine ingloriosa della Costa Concordia, e per motivi simili? Per mere ragioni politiche – come già supposto da qualcuno?
Forse, la risposta più valida a questa domanda sta classicamente nel mezzo, e compendia queste come altre ipotesi in merito. Sicuramente, poi, ogni “ammutinato” ha sue buone ragioni e convenienze particolari, vista anche la differente sostanza dei natanti fuggiti. Nel frattempo mi viene di pensare già al futuro, ovvero alle conseguenze di tutto quanto sopra raccontato, e specularci sopra, dacché in ogni caso è in corso una bella tempesta nel mare editoriale italiano, le cui ripercussioni potrebbero risultare pesanti oltre che, almeno al momento, impensabili. E comunque, appunto, volendo speculare, vi dico che a mio parere, tra un tot di anni, la situazione potrebbe essere la seguente: una corazzata Mondazzoli che finirà frequentemente in acque basse – se non in pericolose secche – con i suoi comandanti i quali, constatando di non poter solcare maestosamente i mari editoriali come desiderato, penseranno seriamente di vendere l’intero naviglio a qualche altro armatore – magari estero, magari dotato di una nave ancor più grande e in grado di trasferire tutto il carico sulla propria per mandare la prima allo smantellamento; e tanti piccoli/medi/grandi (ma non troppo) navigli che solcheranno le agitate acque suddette navigando (salvo qualche caso fortunato) sempre più a vista tra scogli, iceberg, onde anomale, magari pure qualche pericolosa mina inesplosa, in certi casi preoccupati di vedere sugli strumenti delle loro plance di comando segnali economici frequentemente rossi e inquietantemente lampeggianti, e angosciati nel vedere il livello delle acque intorno ai propri scafi sempre più basso.
Già, perché alla fine, che si navighi su imponenti corazzate o su instabili bagnarole, quello che conta è che ci sia dell’acqua su cui navigare, e che ce ne sia a sufficienza. E l’acqua in oggetto, in qualsiasi mare editoriale, è portata da fiumi che si chiamano lettori, lettura, buoni libri, bravi scrittori, cultura diffusa, supporto istituzionale… Se viene a mancare quest’acqua fondamentale, beh, appunto, c’è e ci sarà ben poco non solo di che navigare, ma nemmeno di che nuotare.

P.S.: ah, ma guarda… stupidamente mi rendo conto ora che pure il nome di battesimo dell’attuale comandante della corazzata Mondazzoli è “Marina“! La metafora nautica è completa, dunque!