Respirare (in Pianura Padana)

In realtà quest’opera è stata realizzata nel 2015 a Bristol da Dr. Love, apprezzato street artist georgiano, ma starebbe benissimo su un muro di una qualsiasi città della Pianura Padana, visto il suo letale inquinamento (ne ho parlato di recente qui).

Che sia dunque un’opera premonitrice circa il futuro della vita nell’Italia del Nord?
Sperando che qualcuno non pensi, quale alternativa, a rifugiarsi nel proprio SUV ben dotato (di serie, eh!) di filtri anti-tutto – ovviamente col motore acceso, per fruire del riscaldamento o dell’aria condizionata…

La Padania mortale

Nella cartina sopra pubblicata, elaborata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, è rappresentata la concentrazione di PM10 – la famigerata Materia Particolata, esatto – negli stati europei.
Quella zona tutta rossa nell’Italia del Nord è la Pianura Padana, già, e non è così colorata perché vi si coltivano molti pomodori oppure papaveri, no. Solo una piccola zona della Polonia meridionale ha un colore simile, cioè è ugualmente intasata di PM10 – è la zona con maggior concentrazione di miniere di carbone, per la cronaca.
Nella Pianura Padana così colorata di rosso (nonostante non ci siano miniere di carbone) ci vive qualche milione di persone – inutile rimarcarlo, vero?
Bene: alcuni ricercatori americani, sulla base dei rilievi ai quali si riferisce la cartina suddetta (peraltro ampiamente confermati da una pluridecennale ricerca scientifica al riguardo), hanno stimato per le zone della pianura Padana una media di 1,5 anni di vita “persi” a causa dell’inquinamento atmosferico, a fronte di una media nazionale di appena 6 mesi.
Ecco: ora, per dirla in poche e chiare parole, si può affermare che la Pianura Padana, e la zona attorno a Milano in particolare, è una vera e propria camera a gas.

Posto quanto sopra, la domanda è spontanea e oltre modo drammatica: perché, pur a fronte di oggettive ragioni geomorfologiche d’altronde non pregiudizievoli, nessuno fa seriamente qualcosa per cercare non dico di risolvere ma almeno di mitigare questa spaventosa situazione e condurla nel tempo verso una risoluzione?
Perché i tanto stimati e loquaci politici nostrani parlano di tutto e di più, proclamano, polemizzano, sloganizzano, rendono emergenza ogni cosa ma non dicono e non fanno nulla al riguardo?
Forse perché è molto più facile spacciare per “emergenze” delle questioni che tali non lo sono affatto? O forse gli oltre 80.000 morti all’anno sono una quantità di elettori ancora troppo esigua per cui preoccuparsi dei relativi voti mancanti?

(Spoiler: nessuno dei lorsignori vorrà e saprà rispondere a tali domande.)

 

Omar Sartor, fotografo (e non solo)

Omar Sartor non è solo e semplicemente uno dei più originali e intriganti fotografi italiani. Osservo e ammiro da tempo i suoi vari lavori fotografici e, al di là della primaria, intensa suggestione estetica ed emozionale, mi viene da riflettere che Sartor in verità è tra i pochi capaci di manifestare nella fotografia una sorta di inopinato prodigio, cioè quello – lo dico in modo “mitologico”, metaforico ma nemmeno così tanto – di riuscire a fissare sulle proprie immagini sia i Genius Loci che i Lari: i numi fondamentali che presiedono ai luoghi abitati dall’uomo, i primi, e a quelli attraversati, i secondi. Ovvero, più pragmaticamente, con la sua produzione fotografica Sartor manifesta la dote di dare una “regola” a ogni ambito che riprende, sia esso nella Natura più o meno antropizzata oppure in uno spazio domestico: una regola che da un lato è estetica, di ricerca di equilibrio e definizione armonica (dunque pure estatica, per molti versi), dall’altro è razionale e raziocinante, meditativa, deduttiva.

(Cliccate sulle singole immagini per aprirle nella galleria.)

E’ come se nelle varie immagini – sia quelle legate alle sue committenze per numerose aziende di design, sia le altre che, per mera chiarezza, potrei definire “di paesaggio” – la realtà si palesasse in tutta la sua materialità evidente, palese e comprensibile ma, da questi stessi risalti, si formasse pure una immagine immateriale che apre la percezione a innumerevoli altri significati: in primis quelli «radunati nel luogo» – come dice la nota definizione di Genius Loci di Christian Norberg-Schulz – peraltro non sempre così evidenti come si potrebbe pensare, ma pure quelli che vi derivano e che contribuiscono a determinare il concetto e la percezione del “paesaggio” – che si genera ovunque, nei vasti spazi all’aperto come negli ambiti minimi del vissuto quotidiano.

La fotografia di Omar Sartor è dunque “artistica” nel senso più pieno e “superdimensionale”: in grado di andare oltre molte potenziali possibile limitazioni espressive, portando in sé l’elemento estetico ed estetizzante verso ambiti di inaudito rigore creativo. Un ossimoro, apparentemente, che tuttavia trova notevole e assai concreta oggettività proprio nella sua dote “artistica” di saper rappresentare la realtà in modo ampio e “amplificato”, sia materialmente che immaterialmente.
È un “architetto dell’immagine”, Sartor, un creativo dell’anima dei paesaggi ovvero di tutto ciò che possa essere percepito, concepito e abitato dall’uomo, esteriormente e interiormente.
Ecco.

WALDEN sta tornando!

Vi ho già raccontato di Walden, qui sul blog, all’epoca dell’uscita del numero 0: un magazine nuovo nel senso più pieno del termine – a partire dal fatto che definirlo “magazine” è cosa intuitiva ma assai imprecisa e per molti aspetti sminuente.

Un’impresa letteraria ed editoriale così innovativa ha comportato un percorso inevitabilmente arduo, al fine di trasformare l’originaria bella idea in un progetto altrettanto bello quanto concreto. D’altro canto è uscendo dai sentieri già tracciati e lasciando nuove tracce altrove, dove nessuno è passato ovvero dove nessuno ha realmente osservato intorno e oltre, che si può realmente esplorare e conoscere a fondo un territorio, allontanandosi dalle convenzioni dell’ordinario per generare intuizioni e cogliere visioni stra-ordinarie. Ciò può comportare difficoltà, ostacoli da superare, passi lenti e accorti, meditazioni più approfondite, ma se la direzione è quella giusta e la perseveranza consona, si possono raggiungere orizzonti altrimenti invisibili e profondamente illuminanti.

Bene, Walden s’è fatto il suo buon percorso articolato, ha superato gli ostacoli, ha ponderato il proprio cammino senza mai scordare la meta prefissatasi – nella certezza che quella meta non è che il punto di giunzione tra due tappe del lungo cammino d’un viaggio nel quale, più di ogni altra cosa, è chi viaggia a essere il viaggio stesso.

E pure chi legge lo è: sì, perché Walden sta tornando. O, meglio, sta finalmente iniziando il suo vero e speriamo illimitato viaggio. Così ha scritto al riguardo il suo direttore editoriale, Antonio Portanova, sulla pagina facebook del magazine:

Cari amici. Walden è tornato. Questi mesi ci hanno fatto capire che possiamo e vogliamo continuare la nostra avventura editoriale. Dopo il numero 0, che ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo preparato il terreno per ciò che verrà, d’ora in avanti.
Siamo felici e orgogliosi di annunciarvi che il numero 1 di Walden è in uscita: avrete prestissimo aggiornamenti e, d’ora in avanti, per chi lo vorrà, un appuntamento fisso semestrale. Due uscite l’anno che, se avremo il seguito sperato, ci auguriamo un giorno di moltiplicare. Se vi è piaciuto il nostro numero-pilota, il numero 0, aiutateci a far conoscere il magazine. Come molti di voi già sanno, questo progetto si basa solo sul riscontro dei lettori. Che speriamo siano ogni giorno di più.
Il numero 1 di Walden sarà un monografico, interamente dedicato al tema del vento. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze, da qui all’imminente uscita vi daremo ulteriori dettagli. Intanto, una piccola anticipazione: è di questi giorni la notizia che il Cile ha istituito cinque nuovi parchi nazionali. L’articolo de Il Post potete leggerlo qui. All’interno del numero 1, parleremo anche di Douglas Tompkins, l’uomo cui dobbiamo buona parte di questa bellissima notizia.
Grazie a tutti coloro che hanno creduto nell’idea di Walden. Siamo tornati.

Lodi e glorie imperiture a Walden, dunque. E tenete sott’occhio, oltre che la pagina facebook, il sito del magazine, nel quale peraltro potete pure abbonarvi e/o acquistare il numero 0.

In effetti un nome così, “Walden”, tanto carico di senso, di storia, di fascino e di valore culturale, antropologico, filosofico nonché – last but non least – umano, non poteva trovare manifestazione editoriale più significativa.

Non c’è storia, tra blog e social – e non ci sarà mai!

Qualche giorno fa, su skande.com, è uscito un interessante articolo nel quale Riccardo Scandellari riflette sul rapporto odierno tra blog e social, ovvero tra contenitore e contenuti di entrambi nonché, inevitabilmente, tra relativi fruitori.
Vi invito a leggerlo perché parecchio interessante, appunto, e perché in effetti dice qualcosa che anch’io penso ormai convintamente da tempo: non c’è storia tra qualità dei contenuti dei social e dei blog. Se i secondi col tempo si sono via via raffinati, i primi si sono invece drammaticamente banalizzati, il che comporta dunque che oggi, nei blog, si possono spesso trovare ottimi contenuti e notevole creatività, spesso espressa in modi innovativi; nel frattempo, sui social, la celeberrima boutade di Umberto Eco sui “cretini del web” sta sempre più diventando la norma – purtroppo per i tanti che, invece, i social li usano in maniera intelligente ma la cui bontà espressiva rischia di essere nascosta dalla crescente e rozza caciara.
Così Scandellari conclude il suo articolo:

Il blog è ancora attuale, lo vedo dalla quantità di persone che mi contatta quotidianamente e che acquista i miei servizi attraverso esso. Sono sempre più convinto che dal blog passi una maggiore energia comunicativa. Chi arriva sul blog ti dedica la massima attenzione, non è distratto dalle decine di notifiche o dal continuo aggiornamento della news feed. Attirare le persone attraverso le ricerche e le condivisioni sui social è difficile, ma se guardiamo ai risultati in fatto di contatti, fiducia e buone percezioni erogate non lo cambierei con nessun post di Facebook da mille like.

Poco prima, Scandellari denotava che Facebook “Rimane comunque molto interessante per la promozione a pagamento”. D’altro canto mi viene da pensare che niente altro ci sarebbe da aspettarsi da una macchina per far soldi quale è il social di Mark Zuckerberg, il quale anzi, per meglio dire, è una macchina congegnata appositamente per ottenere la massima banalizzazione dei contenuti al fine di conseguire parimenti la massima ottimizzazione economica degli stessi, a favore dei suoi utenti paganti ma soprattutto a favore di sé stessa. Ed è giusto così, sia chiaro: semmai è sbagliato pensare che non debba esserlo (magari solo perché sia gratis e dunque tutto debba essere parimenti svincolato dalla pecunia!)

Tutto ciò con buona pace dei tanti che, in passato, hanno deciso di chiudere i propri blog per passare armi (digitali) e bagagli (espressivi) sui social, Io, piuttosto, sono sovente tentato di fare l’esatto opposto, ovvero andarmene dai social e cercare una ben più autentica socializzazione culturale (e non solo) al di fuori di essi, con il blog come dimora principale nella quale trovarmi – e viceversa.
Ci resto forse solo perché i social, stante la loro partecipazione ormai capillare, sono un’efficace sistema di ricerca e contatto personale immediato tra le persone, e perché voglio illudermi che rimbalzare su di essi gli articoli del blog possa portare qualche lettore interessato in più senza troppo sforzo.
Ma per tutto il resto, ovvero volendo pensare di pubblicare solo sui social contenuti di “spessore” e qualità o inerenti tematiche non esattamente “banali”, e assoggettandoli allo stupido meccanismo dei “like”, è un po’ come credere di poter dissertare dei benefici della quiete e del silenzio in uno stadio durante un derby. Anche se almeno, in uno stadio, le persone le hai accanto in carne e ossa e puoi realmente (ovvero umanamente) interagire con esse.