La libertà è una decisione dello spirito

La libertà è una decisione dello spirito. È lo spirito che decide di essere libero, se non ne è capace, non c’è libertà che lo possa aiutare.

(Friedrich Dürrenmatt citato da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.84.)

Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito

Lucio Fontana, “Concetto spaziale, attese”, 1964.

Non di rado mi ritrovo a chiacchierare di arte contemporanea con amici e conoscenti non troppo avvezzi ad essa i quali sostengono di “non capirla”, oppure di non riconoscerle alcun valore artistico – nel senso “classico” del termine – finché spesso, in quelle chiacchierate, rispunta ciò che si può ormai definire un “luogo comune” sul tema: «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!».

Ecco dunque che io mi ci metto d’impegno* per cercare di spiegare il rivoluzionario superamento della superficie della tela, e del relativo limite espressivo, dei tagli nei Concetti Spaziali di Lucio Fontana, o la geniale e sagacissima critica al mercato della Merda d’Artista di Piero Manzoni, oppure il tanto provocatorio quanto illuminante e indubitabile messaggio al mondo contemporaneo sulle fondamenta della sua società lanciato da L.O.V.E. – la mano tesa nel saluto romano rotta con le dita mozzate a parte il solo solo dito medio – di Maurizio Cattelan davanti alla Borsa di Milano – tre esempi a caso tra gli innumerevoli che potrei citare… ma di frequente è uno sforzo inutile, l’incomprensione e la diffidenza quando non il disprezzo (ovvero la mancanza di volontà d’approfondimento e di riflessione, se posso dire, con tutto il rispetto) restano.

Ma, cari amici che dite di “non capire” l’arte contemporanea: e se provaste a riflettere sul fatto che, se essa vi risulti incomprensibile, ciò sia un preciso fine della stessa, ovvero un elemento di accrescimento della sua attrattiva? Se vi dicessi che, sovente, è lo stesso artista a rendere la sua opera di difficile comprensione, dacché vuole spronarvi a riflettere ancor più del normale su di essa, sul messaggio che porta con sé e sulla sua portata artistico-culturale? Se tale “difficoltà” fosse l’indispensabile elemento di rottura nelle vostre (presunte) certezze e convinzioni, per far sì che possiate farle evolvere verso nuovi ancorché ignorati livelli di comprensione e di illuminazione?

Uno degli scopi fondamentali dell’arte contemporanea è proprio questo, in fondo: offrire nuove quando non rivoluzionarie («L’arte o è plagio o è rivoluzione» disse Paul Gauguin) visioni, letture, concezioni e rivelazioni sul mondo, sulla realtà e sulla vita che, in quanto tali, all’inizio pochi sanno comprendere e apprezzare nonché molti arrivano a disprezzare. Ma fu proprio un grandissimo maestro del “non comprensibile” come René Magritte a sostenere che «Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito»: una provocazione, per certi versi, ma pure un principio fondamentale dell’arte di maggior valore culturale, e la miglior risposta, da una delle più sublimi fonti possibili, a chi si ostina a non voler capire l’arte contemporanea.

E per quelli che dicono «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!»: be’, allora perché non l’hai fatta tu?

(*: sia chiaro che io disquisisco di arte da mero appassionato e non voglio certo millantare le competenze e la bravura di un critico, che è la figura deputata a fare da mediatrice tra opera d’arte e fruitore. Nell’articolo ho semplificato la questione perché ciò di cui voglio parlare è altro; l’eventuale dibattimento sul ruolo della critica nelle situazioni descritte (peraltro molto attivo nel mondo dell’arte) ne svierebbe il senso finale.)

L’artista sostiene l’umano contro la società

L’attività dell’artista lo rende meno socialmente condizionato e più umano. È in tal caso che si dispone alla rivoluzione. La società si oppone all’anarchia; l’artista sostiene l’umanità contro la società; la società quindi lo minaccia come fosse un anarchico. Questa logica della società è difettosa, ma la sua intimazione di un nemico non lo è. Tuttavia, il conflitto sociale con la società è un ostacolo accidentale nel percorso dell’artista.

(Mark Rothko, citato da Robert Motherwell in Beyond the Estetics, su “Design 47” n. 8, aprile 1946, pagg.36-37)

(Mark Rothko with No. 7, autore sconosciuto, 1960. Photo credit: Estate of Mark Rothko.)

Ovvero: l’artista deve essere un rivoluzionario, fautore d’una “rivoluzione” a favore dell’umanità contro certe distorte e imprigionanti convenzioni sociali, a costo di essere poi tacciato (spesso in modo del tutto arbitrario) di antisocialità e anarchismo – due elementi che quelle convenzioni vedono come fumo negli occhi. Ma è normale che sia così e per certi versi è “logico”: in fondo, la società non vi si opporrebbe  – non ne avrebbe l’esigenza – se fosse già libera, emancipata, solidale… in una parola: umana. Come dovrebbe essere – proprio in quanto società di esseri umani – e come invece lo è sempre meno.)

La “Rotkho Room” della Tate Modern di Londra come esperienza spirituale

Se durante queste festività visiterete Londra, o in qualsiasi caso vi capiterà di andarci in futuro, “regalatevi” un’esperienza tra le più intense che si possano vivere – e non solo riguardo ai luoghi d’arte: la Rothko Room alla Tate Modern. La grande sala dedicata a Mark Rothko presso il celebre museo londinese contiene nove opere dell’artista lettone-statunitense, e offre un’esperienza che non esito a definire spirituale. Le grandi campiture di colore delle sue opere sembrano varchi cromatici non tanto verso diverse e inopinate dimensioni “altre” ma più verso l’interiorità di chi vi si trova innanzi, come se attraverso il colore riuscissero a rendere manifeste le profonde emozioni suscitate nel visitatore dalla relazione con le opere e, al contempo, sapessero colorarne degli stessi toni l’animo. Il visitatore si trova così non solo circondato ma in qualche modo avviluppato nelle opere di Rothko, vi si ritrova catturato in modo tanto ipnotico quanto soave, piacevole, riconosce nel colore una tangibilità trascendente, la rappresentazione immateriale eppure vividissima di un “ipermondo” apparentemente fatto di nulla – se non di colore – ma in verità ricolmo di tutto, ovvero di quanto può servire allo sguardo per appagare la mente e lo spirito. Le nove opere della Rothko Room sono come altrettanti specchi, in fondo: stando al centro della stanza è come se vi si venisse riflessi in nove modi differenti ma a riflettersi non è la nostra figura, è la parte interiore, è il nostro io più intimo, profondo e unico.

Per questo l‘arte di Rothko è tanto spirituale, e la Rothko Room della Tate Modern così simile a un luogo sacro. “Sacro” d’una sacralità che trova la propria ragion d’essere, e il proprio senso precipuo (che quasi nulla ha a che vedere con l’accezione ordinaria del termine), nella parte più intima del visitatore, appunto – se il visitatore è capace, almeno in questo frangente, di lasciarsi guidare principalmente dai sensi, di fare che sia l’animo a elaborare la visione recepita dallo sguardo più che la mente, e di saper concepire che una apparentemente “semplice” macchia di colore possa in realtà contenere e rappresentare un mondo intero e tutte le altre sue “coloriture”. La contemplazione che si genera in fronte alle opere è istintiva proprio perché ci si riconosce in esse e parimenti vi si riconosce un qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, certamente sfuggente al normale raziocinio ma pure inspiegabilmente vivido.

Mark Rothko dimostra con la sua arte che la percezione umana sovente non abbisogna di troppi dettagli, è legata a elementi unici tanto più espressivi quanto più in grado di connettersi direttamente con il nostro spirito in un vero e proprio “matrimonio dei sensi” – come lo stesso Rothko sosteneva:

Probabilmente ci sono ancora così tante annotazioni che non riescono a spiegare i miei dipinti. La loro spiegazione deve sorgere da una profonda esperienza tra immagine e osservatore. L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio dei sensi. E come in un matrimonio, se non viene consumato si giunge all’annullamento.

Insomma, andateci alla Tate Modern a visitare la Rothko Room. Ne vale la pena, anzi: vale da sé un viaggio a Londra, ve lo assicuro.

P.S.: per la cronaca, la Tate avrebbe potuto possedere molte più opere di Rothko, ma quando l’artista le offrì al museo, nel 1967, l’allora direttore Norman Reid le sottovalutò e rifiutò, eccetto proprio i nove dipinti che oggi sono esposti nella Rothko Room. Ai tempi le opere vennero valutate intorno ai 330mila dollari, oggi valgono circa 1,5 miliardi di sterline… (fonte: qui).