Friedrich Dürrenmatt, “La Valletta dell’Eremo” (Edizioni Casagrande)

C’è il serio rischio, sappiatelo, che questa mia “recensione” (termine virgolettato dacché usato per mera semplicità e rapidità di concetto, dovrei parlare di impressioni di lettura, semmai), si risolva in men che non si dica, poche righe e stop, detto tutto. E non perché non abbia da dirvi a sufficienza sul libro in questione, anzi, forse proprio per il motivo opposto, che tuttavia sottosta a un superiore ordine di “giudizio” (altro termine che uso per brevità) il quale potrebbe risolvere tutto quanto rapidamente, appunto. Nemmeno conta il fatto che il testo in questione occupi meno di settanta pagine: nuovamente la sua brevità è direttamente proporzionale agli elementi di discussione che può far scaturire. Conta invece moltissimo il fatto che, per il sottoscritto – ma, sia chiaro, sono l’ultimo e il più “piccolo” in prestigio a sostenere quanto di seguito – Friedrich Dürrenmatt sia senza alcun dubbio uno dei più grandi scrittore europei dell’intero Novecento, nobilissimo rappresentante di un panorama letterario, quello svizzero, piccolo come il proprio territorio nazionale eppure di grande spessore e altissima qualità. La Valletta dell’Eremo (Edizioni Casagrande, 2002, cura e traduzione di Donata Berra; orig. Vallon de l’Ermitage, 1986) è un perfetto esempio di quanto ho appena affermato, pur rappresentando un’opera “secondaria” nella bibliografia di Dürrenmatt che tuttavia, nella sua particolarità, ne rispecchia in modo evidente la personalità umana e letteraria.

La Valletta dell’Eremo racconta del trasferimento e della vita del grande scrittore svizzero nei dintorni di Neuchâtel, piccola cittadina capoluogo dell’omonimo cantone, nella parte occidentale della Confederazione, presso la quale Dürrenmatt decide di stabilirsi in fuga dalle più grandi città del paese e dalla loro atmosfera troppo pesantemente borghese e ipocrita. Sceglie una casa in una zona “quasi” selvaggia, la Valletta dell’Eremo appunto, nella quale vivrà quasi 40 anni, fino alla morte. La Svizzera, pur così piccola, è un paese che è l’unione di diversi “paesi” più piccoli, tanto legati e sodali intorno al proprio concetto di “patria” e all’istituzione nazionale quanto diversi per mentalità quotidiana, cultura e, soprattutto, lingua – un piccolo/grande prodigio, questo, pressoché unico almeno in Europa. Tuttavia, per uno svizzero parlante tedesco, finire in un cantone di lingua e cultura francese, dovendoci vivere stanzialmente, può ingenerare qualche problema, anche a livello di integrazione con i locali…

Con uno stile di scrittura particolarissimo, che racchiude il testo in un unico capitolo del tutto privo di paragrafi, di capoversi, di pause narrative, in tal modo riproducente il flusso del pensiero e della memoria, a volte caotico e ribollente, Dürrenmatt racconta più di 30 anni di vita nel Vallon, il rapporto con i vicini, con i nuovi amici e con qualche “nemico”, le avventure più esilaranti e quelle più irritanti, le visite di conoscenti assai “strambi”, i dialoghi con i suoi cani (coi quali si può permettere di mantenere la nativa parlata tedesca), i momenti di intimità domestica finanche la cronaca di un infarto che, per una diagnosi tanto saccente quanto errata, rischia di mandarlo anzi tempo nell’aldilà. Pragmatismo elvetico e bizzarrie guascone, meditazioni confidenziali e momenti esilaranti, ironia, malinconia e disincanto, visioni sovente chirurgiche del mondo d’intorno e osservazioni più svagate, apparentemente disattente ma proprie dello sguardo costantemente sagace governato da una mente letteraria di potenza assoluta: «Non sono i miei pensieri a far scaturire le mie immagini, sono le mie immagini a far scaturire i miei pensieri» scrive Dürrenmatt in un’altra opera autobiografica (Stoffe, non ancora tradotta in italiano), peraltro riferendosi in tal modo anche all’altra sua grande passione espressiva, quella per la pittura, ma al contempo delineano perfettamente il principio alla base della propria scrittura, legato a una grandissima capacità visionaria in grado di miscelare continuamente realtà e fantasia, vissuto autobiografico e storie altrui, spazio-tempo presente e dimensioni discoste e in sospensione sul “qui e ora”. Leggendo La Valletta dell’Eremo, ci si diverte, si ride pure di gusto, si riflette, si viaggia col pensiero, si costruiscono nella propria mente immagini rese vivide dalle doti narrative dell’autore, ci si ritrova in poche righe a possedere gli elementi per costruire un mondo letterario completo – elementi solo apparente minimi/minimalisti, in realtà capaci di aprirsi come una matrioska entro la quale trovare, o percepire, o congetturare, ulteriori elementi, invenzioni, narrazioni, spigolature sempre diverse e sempre intriganti.

Ecco, se dovessi denotare in cosa trovo così grande Friedrich Dürrenmatt, potrei citare la sua capacità, più unica che rara nel panorama novecentesco europeo (e non solo continentale), di rendere grande letteratura qualsiasi frase scritta, qualsiasi testo, qualsiasi narrazione: da quelle più strutturate e impegnate dei suoi grandi romanzi o delle sceneggiature teatrali, fino alle cose apparentemente più leggere, secondarie, eppure ugualmente così potenti, suggestive, affascinanti, evocative, poetiche.

Vi dicevo che avrei potuto risolvere questa mia “recensione” in poche righe ma, come vedete, è forse un’eventualità impossibile da attuare. Se mi fossi imposto di farlo, beh, avrei potuto scrivere qualcosa del tipo: non ci sarebbe bisogno di dire molto, su questo libro, dacché Friedrich Dürrenmatt va letto. Sempre. Perché sempre sa donare grandissima letteratura, come pochi altri – ribadisco – nel secondo Novecento hanno saputo fare. E con ciò avrei detto/scritto tutto.

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