La «geografia del tempo libero» che ha trasformato il paese

Al tempo della ricostruzione, la società del tempo libero aveva dato il suo contributo alla ristrutturazione del paesaggio. Dopo la circonvallazione e il silo per il grano, la stazione balneare era diventata uno dei totem della Francia opulenta. La società degli anni Sessanta, sicura dell’avvenire, trasformava il territorio in un campo-giochi. A est, lungo l’arco alpino, gli impianti sciistici attiravano i vacanzieri per gli sport invernali. Dopo sei mesi, il bilanciere oscillava all’indietro e portava i bagnanti in riva al mare. Nascevano le «basi per il tempo libero» e i «villaggi-vacanze». Dopo aver sciato sulla neve sparata dai cannoni, si andava a giocare nella sabbia rastrellata dai trattori. La geografia del tempo libero aveva inferto gli ultimi colpi di bisturi necessari a trasformare il volto del paese.

[Sylvain Tesson, Sentieri Neri, Sellerio Editore, Palermo, 2018, pagg.143-144.]

Il secondo Novecento “turistico” francese descritto da Tesson è sostanzialmente lo stesso che anche l’Italia ha vissuto e subìto, quello che ha visto la nascita del turismo dei grandi numeri e della conseguente massificazione culturale dei luoghi deputati a essere mete di villeggiatura. Il viaggio è diventato vacanza, il viaggiatore si è trasformato prima in turista e poi in vacanziere, le zone turistiche da luoghi sono diventati lidi, resort, villaggi ovvero divertimentifici, le montagne in particolar modo sono state rese periferie in altura delle città. In effetti è stato il turismo a inventare i primi veri non luoghi, non solo per i contesti spaziali ma pure per gli elementi che li componevano e caratterizzavano: neve artificiale sulle montagne, manufatti ludico-ricreativi uguali l’uno all’altro, spiagge artificiali attrezzate con mille attrazioni, architetture conformate alle necessità del consumismo turistico, località standardizzate ormai avulse dal contesto paesaggistico locale… Anche dal punto di vista finanziario è un’industria “fiorente” ma solo artificialmente, quella del turismo di massa, spesso priva di autentiche basi imprenditoriali e di visioni strategiche, basata sul far debiti e sui conseguenti contributi pubblici e che si sa alimentare solo con il continuo aumento delle quantità a discapito delle qualità, delle masse, dei clienti paganti, dei vacanzieri, inesorabilmente vocata all’overtourism ovvero all’antitesi assoluta con il proprio territorio e con la comunità autoctona, resa ostaggio con promesse di lauti guadagni e benessere imperituro… Ma è ormai evidente come è andata a finire, questa storia, basta leggere i vari report prodotti intorni a questi temi e con le sole eccezioni di alcune località che, per quanto riguarda le montagne italiane, si possono contare sulle dita di una sola mano.

Eppure si pretende ancora – da parte di certi politici e dei loro sodali – di continuare con quel sistema, con la geografia del tempo libero citata da Tesson quale unica lettura dei territori e dei paesaggi, imponendo l’idea (del tutto folle) che solo con una monocultura turistica quelli si possano salvare, come se la gente del posto non potesse e non sapesse fare altro. Anche perché, se volesse fare altro, gli verrebbe impedito.

Quei soggetti che promettono di “sviluppare” i territori montani in realtà li tengono ancorati a un passato che non esiste più e ovviamente giammai tornerà, a quel primo dopoguerra nel quale il boom economico rendeva «sicuri dell’avvenire» e faceva credere che tutto fosse possibile – sciare ovunque, persino sui ghiacciai e pure se non c’era la neve, avere spiagge vaste come paesi interi, comprare e consumare qualsiasi cosa, tanto l’industria avrebbe reintegrato le scorte… Pensano che il mondo sia fermo agli anni Sessanta o Settanta: non solo offendono e degradano le montagne nel loro spazio che devastano e distruggono ma pure nel loro tempo che ignorano, annullano, rifiutano. Sarebbe bene che tutto ciò si fermasse e non avvenisse più, per far che il «bisturi» che ha cambiato in questi decenni «il volto del paese», e quello della società che lo vive, non finisca per sfregiarlo definitivamente.

P.S.: a breve potrete leggere la personale “recensione” di Sentieri neri, qui sul blog; invece, stasera a Milano… clic!

Domani, all’Ariosto Spaziocinema di Milano, “A Passo d’Uomo”, un film da non perdere

Domani, giovedì 19 ottobre, esce nelle sale italiane A Passo d’Uomo, l’ultimo film del regista francese Denis Imbert interpretato da Jean Dujardin e tratto dal libro Sentieri Neri di Sylvain Tesson, considerato uno dei maggiori scrittori di viaggio del nostro tempo, autore di altri rinomate opere come Nelle Foreste Siberiane e La Pantera delle Nevi, dal quale è stato tratto l’omonimo film uscito lo scorso anno.

Avrò l’onore e il piacere di presentare A Passo d’Uomo a Milano, giovedì alle 21.30 al Cinema Ariosto – una delle sale storiche della città – insieme a Angelo Schena, componente del Comitato Direttivo Centrale del Club Alpino Italiano e past presidente del Centro di Cinematografia e Cineteca del CAI, che patrocina l’uscita del film insieme all’Officina Culturale Alpes.

A Passo d’Uomo, distribuito in Italia da Wanted Cinema e presentato in anteprima lo scorso maggio al 71° Trento Film Festival, è la storia di Pierre (Jean Dujardin), un noto scrittore appassionato di viaggi avventurosi ma dalla vita dissoluta e dipendente dall’alcol.
Una sera in cui beve più del solito e il suo livello di ubriachezza è decisamente alto, si cimenta in modo spavaldo nell’arrampicata della facciata di un albergo. Pierre però, perde l’equilibrio e precipita. La caduta gli sarà fatale perché finirà in coma.
Quando si risveglia nel suo letto di ospedale, promette a se stesso che appena riuscirà a reggersi in piedi partirà per il viaggio della sua vita.
Infatti, contro il parere di tutti, Pierre deciderà di percorrere a piedi la Francia, dal parco del Mercantour, nel sud est, fino alle falesie del Jobourg nel Cotentin, all’estremo ovest della Normandia, attraversando in diagonale l’intero paese e percorrendo solo piccoli e dimenticati sentieri che transitano dalle aree più discoste e marginali di Francia.
Un viaggio che gli farà scoprire il lato più rurale del Paese e che gli permetterà di rinascere facendo pace con il suo passato.

È un film che vi consiglio caldamente di vedere: intenso, poetico, A Passo d’Uomo tocca alcuni temi fondamentali del nostro stare al mondo, tanto semplici – per ciò forse sempre troppo sottovalutati – quanto profondi e consente di rifletterci sopra nel contesto di una storia nella quale, sono certo, molti troveranno qualcosa di se stessi.

Mi auguro che, se siete di o a Milano, domani sera vorrete essere con noi per condividere la visione del film e, magari, chiacchierarci sopra insieme.

Infine, sappiate che il 24 ottobre si replica a Galbiate (Lecco)… stay tuned!

Per salvare le montagne, bisogna rifare i montanari

Attorno al 1950, si riaffacciò il turismo, che da noi aveva avuto inizio al principio del secolo. Nacquero i primi impianti di risalita. Gli ex campioni divennero maestri di sci, i contadini con i cavalli e le slitte addobbate a festa trasportavano i turisti dalla stazione agli alberghi, ai campi di sci. […] Le botteghe del fabbro, del maniscalco, del sarto diventarono boutique; le osterie bar; le trattorie tavole calde; i negozi di alimentari gastronomie; gli erbivendoli “frutteria esotica”; si aprirono supermercati e negozi sportivi, discoteche, gallerie d’arte. Ma insieme venne la speculazione edilizia delle seconde case e dei condomini: sembrava che un fiume di denaro risalisse verso la montagna per portare ricchezza a tutti. Ma chi consigliava prudenza o presentava pericoli veniva irriso. […]
Bisogna rifare i montanari. Le Alpi saranno una risposta a una sfida: sfida della natura e del mondo moderno. Nei secoli passati la gente trovò nelle montagne un luogo per continuare a vivere e lavorare in pace; avvicinandoci al 2000 ancora sulle montagne l’uomo troverà rifugio per superare un sistema che disumanizza e che lascia poco spazio a quelle che sono le vere ragioni dell’esistenza: l’amore, la socialità, il lavoro ben fatto. La montagna è diventata una terra da conquistare per vivere meglio.

Mario Rigoni Stern, che non abbisogna di presentazioni né come autore letterario e uomo di cultura né come uomo di montagna, del suo Altopiano ma non solo, pronunciava le parole che avete letto durante il proprio intervento quale ospite di un convegno internazionale sui problemi delle terre alte al Teatro Toselli di Cuneo nel gennaio 1989 (lo ricorda “La Stampa” qui). Parole di quasi trentacinque anni fa che risultano assolutamente consone anche al nostro presente, anzi, se possibile ancor di più visto come la montagna resti tutt’oggi una terra da conquistare da parte di chi vorrebbe ancora imporle quei modelli novecenteschi di sviluppo consumistico i cui danni tremendi già decenni fa risultavano evidenti – da questa presa d’atto nasce anche la denuncia di Rigoni Stern – ma che invece molti, troppi amministratori pubblici con competenza politica sui territori montani non sanno e non vogliono vedere. Insieme a questi, purtroppo vi sono parecchi montanari che ancora accettano di sottomettersi a logiche economico-politiche totalmente fallimentari e di svendere le proprie montagne all’assalto della turistificazione più becera, che alimenta in un circolo vizioso quel sistema di sperpero di denaro pubblico a fini elettorali con il quale si installano ponti tibetani, panchine giganti, ciclovie che distruggono antiche mulattiere, strade e parcheggi in quota, impianti di innevamento artificiale che consumano le risorse idriche naturali e altre infrastrutture similmente orribili e pericolose per il bene e il futuro delle montagne.

«Bisogna rifare i montanari», aveva ben ragione Rigoni Stern, lui autentico e compiuto montanaro come pochi altri, a lanciare quel suo appello: bisogna rifare i montanari prima che certa politica “rifaccia” le montagna a imitazione delle città più degradate e soltanto per renderle funzionali alle loro mire di potere, prima che le banalizzi, le degradi e le consumi pur di venderle al turismo di massa, totalmente indifferente al loro futuro e a quello delle comunità che le abitano.

[Una suggestiva veduta notturna dell’Altopiano dei Sette Comuni. Foto di Hime Sara, Opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia quell’appello, come anche ricorda l’articolo de “La Stampa” sopra linkato, non è caduto nel vuoto: sempre più persone, montanare e non, si stanno rendendo conto della pericolosità di quanto sta avvenendo sulle montagne e non accetta più di subirne le conseguenze: nel Vallone delle Cime Bianche, al Lago Bianco del Passo di Gavia, sul Monte San Primo, al Passo della Croce Arcana sull’Appennino modenese oppure nei siti olimpici ove si vorrebbero realizzare lavori tanto costosi quanto impattanti e inutili – la pista di bob di Cortina è l’esempio massimo al riguardo… e sono solo alcuni dei casi citabili in merito alla crescente presa di coscienza collettiva riconducibile all’appello di Rigoni Stern. Solo la politica non vuole rispondere, rimanendo cieca e sorda alla realtà dei fatti e al sentore comune, insensibile al buon futuro delle montagne e alla salvaguardia della loro bellezza. Perché?

Mario Rigoni Stern, 15 anni

Noi, da ragazzi, si andava a piedi lungo le vie dei pastori e dei carbonai, o sulle mulattiere della guerra. Ma da vent’anni a questa parte il nostro Altopiano è stato riscoperto dalle masse come luogo di svago, di riposo, di agonismo, di funghi: terra ludica da conquistare e godere. Ben sappiamo, però, come questa fruizione del territorio, questa antropizzazione, se fatta in maniera volgare può cagionare, e cagiona, anche consumo di ambiente e, quindi, di natura, con la perdita parziale, e forse totale di quel topos di cui tutti sentiamo il bisogno: un rifugio dell’anima e del corpo, sempre più necessario a mano a mano che crescono i rumori confusi della civiltà dei consumi.

[Mario Rigoni Stern, Camminare. Ritrovare quanto perduto, 1983, tratto da Andrea Cunico Jegary, Nomi, luoghi e comunità. Quaderni di toponomastica Cimbra, Altra Definizione Editore, 2021.]

Rigoni Stern lasciava le sue montagne e il nostro mondo esattamente 15 anni fa, il 16 giugno 2008. Autentica e lucidissima coscienza di quelle (ovvero di tutte le) montagne e del tempo che viviamo, il grande autore slegar (asiaghese, in cimbro) non è più tra noi ma resta quanto mai presente e fondamentale, aiutandoci costantemente a meditare e comprendere molte delle cose che col tempo sui monti (e non solo qui) noi uomini facciamo. Resterà – dovrà restare – una figura imprescindibile, e in modo crescente, anche in futuro: finché lo sarà, noi tutti avremo un buon sentiero lungo il quale incamminarci.

P.S.: per conoscere Mario Rigoni Stern e approfondirne la grandezza culturale e umana, c’è sicuramente da leggere il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto, di Giuseppe Mendicino, massimo esperto del grande scrittore di Asiago – sul quale di libri ne ha scritti anche altri, si veda qui. L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Rigoni Stern.

Gina Lollobrigida (e le montagne)

Per colpa del frastuono delle gran fanfare mediatiche conseguenti alla cattura del boss della mafia Matteo Messina Denaro, la cui conseguente messinscena ha occupato per gran parte l’attenzione dell’opinione pubblica, la scomparsa di un’autentica icona italiana come Gina Lollobrigida è passata in secondo piano e non per motivi inevitabili, ribadisco. Era una delle ultime “dive” a potersi fregiare d’un tale impegnativo epiteto, immagine di un’epoca, quella tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Sessanta del boom economico, della quale ha rappresentato a modo suo la parte passionale e popolana, italica e mediterranea, senza per questo non essere apprezzata, grazie alla sua bellezza, al fascino e alla personalità verace, anche all’estero. Credo avrebbe meritato una maggiore attenzione, questo triste momento di trapasso: con sé e la propria immagine, Gina Lollobrigida si porta pure appresso un altro pezzo significativo e referenziale della storia italiana recente e della memoria collettiva culturale relativa, un bagaglio immaginifico sul quale è stato costruito il presente che viviamo e che resterà alla base anche del futuro conseguente, anche se col tempo verrà inesorabilmente – e un po’ colpevolmente – dimenticato. È come se a un museo pieno di grandi opere d’arte vengono via via tolti alcuni dei maggiori e più rappresentativi capolavori: il valore culturale del luogo resta, ma certamente la mancanza di quegli elementi così preziosi che lo sapevano identificare pienamente toglie al museo molto fascino e identità.

[Cliccateci sopra per ingrandire.]
Mi piace ricordare qui Gina Lollobrigida nelle sue frequentazioni montane/mondane (nella foto in alto è alla stazione di arrivo della funivia del Furggen, sopra Cervinia, una delle meraviglie ingegneristiche del tempo), perché la montagna rappresentò in vari modi un ulteriore contesto geo-scenografico da cui vennero alcune sue immagini affascinanti e anche qui in certi casi divenute iconiche. Come quella alla quale (pare*) a Cervinia si ispirarono per uno dei più celeberrimi poster pubblicitari della località – se non di tutte le montagne in veste sciistica – che vedete qui accanto, opera di Arnaldo Musati del 1953, pittore pubblicitario che in quegli anni contribuì parecchio, con i suoi poster di varie località sciistiche, a determinare l’immaginario turistico di quell’epoca aurea per lo sci. Quasi a significare come Gina Lollobrigida, pur nella sua passionale veracità appenninica (era nata a Subiaco, ai piedi dei Monti Simbruini) e anche a prescindere da ciò che interpretò nelle sue pellicole, seppe divenire un’icona anche di altre più celebri montagne e di ogni luogo nel quale volle manifestarsi più o meno mondanamente.

RIP.

*: stranamente di questa cosa si trovano rapidi riscontri sul web da parte svizzera e non da quella italiana, nonostante la nota rivalità (turistica e di conseguente marketing) di Zermatt con il suo Matterhorn verso Cervinia e il suo Cervino.