Qualche anno fa, per rimarcare a mio modo il valore imprescindibile di una celebrazione come il 25 Aprile, scrissi (vedi qui) di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, e della sua attività partigiana tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco.
Alla stessa maniera, “torno sui monti” anche stavolta per incontrare un’altra figura di grande alpinista e uomo libero: Leopoldo Gasparotto, nato a Milano il 30 dicembre 1902, ucciso dai nazifascisti a Fossoli (Modena) il 22 giugno 1944.
Avvocato, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, esperto alpinista e accademico del Club Alpino Italiano (molte le sue “prime” sul Monte Rosa, nel Caucaso e in Groenlandia), Gasparotto era stato – come tenente di complemento – istruttore presso la Scuola militare di Aosta. Dopo l’8 settembre 1943, avendo bene assimilato l’educazione alla democrazia e alla libertà impartitagli dal padre Luigi, con lui e con altri antifascisti milanesi cercò vanamente di organizzare la difesa di Milano. Capitolato il comando militare della piazza, Gasparotto salì sul Pian del Tivano, dando impulso alle prime formazioni partigiane Giustizia e Libertà.
Nella motivazione della Medaglia al valore è così condensato il suo impegno per la libertà: “Avversario da antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde «Giustizia e Libertà», dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio, dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie, che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività, veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista”.
A ricordo di Leopoldo Gasparotto sono state intitolate strade a Milano, a Varese, a Tremosine, a Sacile e a Fossoli. Porta il suo nome anche un istituto scolastico di Carpi.
Su Gasparotto vi consiglio la lettura di un pregevole volume che narra della sua vita sui monti, prima come valente scalatore e poi come combattente per la libertà d’Italia: Leopoldo Gasparotto. Alpinista e partigiano, di Ruggero Meles, edito da Hoepli.
Il testo di questo articolo l’ho invece tratto dal sito dell’ANPI, lo trovate in originale qui.
In fondo, quella del 25 aprile non è tanto, e non solo, la celebrazione di una ricorrenza (fin troppo strumentalizzata, ça va sans dire) ma, ancor più, lo è delle donne e degli uomini che l’hanno resa possibile, e che oggi permettono agli italiani di celebrarla. O non celebrarla, già.
Il “
Comunque, fosse “solo” per questo, si potrebbe pure soprassedere e persino apprezzare questa apparente attenzione all’ambiente. In verità c’è ben di peggio e di più ipocrita, che si origina dal fatto che lo studio fa riferimento “ad eventi occasionali come gare di enduro o motocavalcate, che interessano lo specifico luogo per uno/due giorni all’anno” (pag.35), da che fa riferimento ad una ben precisa e limitata area (il “campo gara ProPark di Ceranesi (GE)”, utilizzata fin dal 1990) e, soprattutto, dalle foto che vedete a corredo di questo articolo. Le ho scattate pochi giorni fa su un sentiero delle Prealpi Bergamasche, anche piuttosto accidentato in certi tratti, a circa 1200 m di quota; uno di quegli itinerari rurali dove una specifica legge regionale (
Eppure io, appassionato camminatore quale sono, 8 volte su 10 uscite in montagna trovo tracce del passaggio di motociclette dove non vi dovrebbero essere. Inoltre, non di rado, quando incrocio i “produttori” di quelle tracce, noto bene la sicumera e la boria di chi si sente “intoccabile” – così come ho conosciuto persone finite in ospedale per essere state aggredite da motociclisti particolarmente violenti ai quali avevano contestato il transito proibito.
A questo punto, rinnovo l’appello 


