Dio e la sua Parola vs folletti e spiriti del bosco

Qualche secolo fa viveva nella parrocchia di Jösse, nel Värmland, un pastore di raro rigore e severità che cercava con tutte le sue forze di rendere i suoi parrocchiani devoti e timorosi di Dio. Non solo voleva liberarli dall’abitudine di bere e fare a botte, di darsi al contrabbando con la Norvegia e altre simili nefandezze – come del resto avevano già provato molti altri preti prima di lui – ma proibiva loro anche di temere e adorare gli esseri che regnavano sui campi, sui boschi e sui corsi d’acqua, argomenti che i preti normalmente si guardavano bene dal toccare.
I pastori che l’avevano preceduto avevano certo pensato che, dal momento che era un dato di fatto che ci fossero spiriti nei boschi, näck nelle acque e folletti nelle fattorie, non si poteva proibire alla gente di proteggersi dai loro malefici offrendo sacrifici o stringendo con loro qualche tipo di patto, ma quell’ultimo venuto non voleva neanche sentirne parlare. Dio e la sua Parola erano le uniche cose si cui gli uomini dovevano contare e, attenendosi a questo, non c’era nessun bisogno di credere che ci fosse qualcos’altro che aveva il potere di portare danno e perdizione.
Era chiaro fin dall’inizio che, per quanto il prete fosse un ottimo predicatore, ogni discorso che faceva contro quegli esseri sotterranei andava sprecato. La maggior parte dei fedeli cominciava a temere che potesse irritare gli spiriti della natura contro di loro e sorse una tale ostilità nei suoi confronti che non riusciva a ottenere alcun successo, neanche in tutte le altre cose che gli stavano tanto a cuore. E andò a finire che tutto quello contro cui lui combatteva veniva riverito e onorato, mentre la causa di Dio non faceva che peggiorare ogni giorni in più che lui restava nella parrocchia. […]

(Selma Lagerlöf, L’acqua di Kyrkviken in Uomini e Troll, Iperborea, 2018, traduzione di Andrea Berardini e Emilia Lodigiani, pagg.97-98.)

La grandissima bellezza

Sapete, no, che tra domenica e lunedì scorsi si è manifestato il meraviglioso fenomeno della cosiddetta Luna rossa. Ma altrettanto meravigliosa benché non più rossa ma al naturale, per il sottoscritto, è stata la Luna della serata successiva: l’ho potuta osservare mentre tornavo a casa, salendo lungo la strada che attraversa il versante boscoso del monte e, verso oriente, guarda gli alti crinali prealpini.

Non c’era nessuno oltre me, nessun’altra auto che saliva o scendeva. La Luna era ad un’altezza sull’orizzonte per la quale si posizionava in corrispondenza delle chiome spoglie degli alberi lungo la strada, così che – mi muovevo a bassa velocità e la potevo osservare senza alcun pericolo – in forza del percorso stradale in quel tratto ho goduto dell’impressione che la palla lunare rotolasse lungo il profilo montuoso seguendone quasi perfettamente l’andamento disegnato contro il cielo bluastro, appena frenata dagli alberi attraverso i cui rami sfolgorava la sua piena luminosità, grandissima al punto che, con quel cielo limpido, si potevano distinguere perfettamente i dettagli della superficie, le zone ricche di crateri verso i due poli, il grande Oceano delle Tempeste, il cratere Copernico, il Mare della Serenità, quello della Tranquillità… Sembrava quasi che, se mi fossi fermato per fissare meglio quella visione celeste, avrei potuto veder luccicare i moduli Apollo rimasti lassù o qualcos’altro di riflettente presente sul suolo lunare. Ma dovevo tornare a casa, dunque m’è toccato “far tramontare” la Luna – proseguendo lungo la strada che, salendo, si avvicina ai crinali montuosi più alti dietro i quali, appunto, la grande sfera splendente è inesorabilmente scivolata, lasciando segnalare la sua presenza dalla luminosità diffusa in quella zona di cielo.

Spesso certa grandissima, purissima e preziosa bellezza – come quella, per me, che vi ho appena descritta – ci si offre davanti nel modo più semplice e immediato. Dovremmo sempre cercare di rendere altrettanto semplice il saperla cogliere e comprendere, per godere della sua suprema energia e rendere il nostro rapporto quotidiano col mondo – dunque il mondo stesso – più bello e puro, ecco.

Di città, montagne, folletti, troll…

Ho letto di recente un libro che racconta di uomini e creature misteriose della Natura – folletti, troll ed entità affini, in pratica, ne leggerete a breve di questo libro, qui nel blog; è un tema che peraltro di recente ho studiato a fondo per un lavoro editoriale in progress.
Così, mi sono messo a riflettere sul fatto che, negli ultimi tempi, le narrazioni sulla presenza di tali entità resistono solo nel folclore popolare dei territori meno antropizzati e più discosti dai centri abitati umani: certo, da sempre la presenza del Piccolo Popolo è soprattutto legata agli ambienti naturali, ai boschi, alle montagne (non a caso la traduzione letterale del termine gaelico Sidhe, che indica queste creature, è “popolo delle colline” ove con colline sono da intendersi le montagne) ma un tempo essa si manifestava anche nei villaggi, nei paesi e pure nelle città, mentre oggi da questi luoghi urbani sembra totalmente scomparsa.

Invece sono certo che non sia così. Credo che nelle città e nei territori più urbanizzati il Piccolo Popolo ci sia ancora, in relazione stretta col Genius Loci urbano, custode della sua essenza originaria. Solo che, sgomento per l’azione sovente troppo violenta e barbarica degli uomini nei confronti del territorio naturale di quei contesti urbanizzati, da tale situazione sia fuggito, si sia rintanato nei recessi più nascosti, si sia reso ancor più elusivo e inconcepibile di quanto già non fosse. Non “invisibile”, sia chiaro, semmai non percettibile dacché abilissimo nell’approfittare dell’ordinaria disattenzione umana, della trascuratezza degli uomini contemporanei nei confronti della Natura, della loro insensibilità al riguardo. Che se invece non fosse tale, permetterebbe anche agli uomini ipertecnologici odierni di concepire e “vedere” il Piccolo Popolo con lo sguardo lungo e profondo che solo l’animo sensibile sa generare, e magari di dialogare con le sue creature, persino di guadagnarne come un tempo qualche antica e superiore sapienza, assolutamente preziosa anche oggi.

In effetti gli uomini delle città, a sentire che tra le montagne ancora resistono certe narrazioni popolari su folletti e draghi d’ogni sorta, compatiscono quei montanari credendoli pittorescamente retrogradi; d’altro canto i montanari lo sanno bene – e io che vivo in montagna ne sono testimone – che sono gli uomini delle città non più capaci di vedere e credere al Piccolo Popolo ad essersi retrogradati e disconnessi dalla Natura e dal suo ineluttabile ambito vitale. Ma non lo dicono, i montanari ai cittadini, che altrimenti darebbero loro dei “matti”: un po’ come fanno i matti, quelli veri, quando nella loro follia hanno a che fare con le persone normali.

Gli incendi dolosi sono atti di terrorismo

Tre immagini assai eloquenti – tratte dal web – dell’incendio che nei giorni scorsi ha devastato i monti dell’alto Lago di Como, una zona che personalmente conosco benissimo. In particolare, l’immagine notturna riprende le fiamme vicine al millenario Tempietto di San Fedelino, un piccolo/grande gioiello di storia e d’arte posto sulle rive del Lago di Mezzola, appena a nord del Lago di Como.

Ciò per ribadire una cosa della quale sono profondamente convinto (già ne disquisivo qui al riguardo): il paesaggio, e il territorio naturale che ne è fonte, sono cultura, ovvero bagaglio e patrimonio culturale – con i tesori architettonici e artistici che contengono – degli abitanti di quel territorio e di chiunque possa fruire di quella bellezza, dunque di tutti. Per tale motivo, gli incendi dolosi (e sono tali nella stragrande maggioranza dei casi, ancorché colposi – ma gli avvisi di non accendere fuochi all’aperto stanno girando ovunque da giorni, impossibile ignorarli), con la terribile devastazione che provocano alla Natura, agli animali, alle persone e alle cose ma pure al paesaggio, all’identità culturale dei luoghi, alla relazione tra essi e chi li vive, devono essere considerati alla stregua di atti di terrorismo e conseguentemente puniti. Ne più ne meno.

Ribadisco ancora: sono attentati terroristici. Chi li cagiona, ancor più se consapevolmente, va punito nel modo più radicale possibile. Punto.

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)