Basta col piazzare croci sui monti!

Prendo spunto dall’articolo sopra riprodotto (tratto da L’Eco di Bergamo dell’8 aprile – giornale peraltro legato alle gerarchie cattoliche locali) che ribadire un concetto che sostengo da sempre (vedi qui, ad esempio) con irremovibile forza: basta con il piazzare croci sulle vette dei monti!

È una pratica indegna e bieca già da tempo denunciata da più parti (si legga al proposito il pensiero di Reinhold Messner, oppure quello del grande antropologo Annibale Salsa) non solo per l’inquinamento visivo, culturale e materiale che apporta in spazi di naturale purezza ambientale, per giunta di limitatissima estensione: ancor più, è qualcosa di sostanzialmente blasfemo. Le vette dei monti fin dalla notte dei tempi sono luoghi dotati d’una loro forte sacralità – non a caso religioni d’ogni epoca le hanno considerate tali, e non soltanto quelle di matrice pagana – che trascende da qualsivoglia simbologia e iconografia di parte. Piazzarci un manufatto espressamente “confessional-politico” come una croce non c’entra nulla con qualsiasi buon concetto di fede (anzi, lo svilisce terribilmente) e rappresenta un vero e proprio vilipendio a quella ancestrale sacralità assoluta, la profanazione di un luogo che rappresenta la forma più pura di contatto tra la Terra e il cielo – da ciò, primariamente, ricavando la sua intangibilità sacra. Di più: quelle croci sulle vette dei monti, che vorrebbero affermare la forza e la supremazia della religione cristiano-cattolica sul sottostante mondo antropizzato, in verità ne sanciscono innegabilmente la totale debolezza. Perché se c’è bisogno di tali manufatti simbolici, sovente di materiali e dimensioni volgarmente impattanti sul paesaggio, per affermare qualcosa che si ritiene indiscutibile per (preteso) “diritto divino”, è la prova della sostanziale ipocrisia e della matrice ingiuntiva di tale diritto, e di tutto quanto ne consegue.

L’orribile croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri!

Ugualmente, che qui, ancora oggi, si faccia il possibile per disseminare di croci le montagne, è altrettanta prova della sconcertante arretratezza culturale della nostra società. Perché sì, è nuovamente una questione culturale, in primis: quella cultura, guarda caso, di cui il nostro paese è palesemente carente da tempo.

P.S.: e grazie di cuore alla Soprintendenza ai Beni Archeologici per la resistenza che, nel caso illustrato nell’articolo, sta opponendo. Anche se temo, vista la bieca potenza politica delle gerarchie cattoliche, soprattutto in zona, che tale resistenza possa essere presto soffocata, alla faccia di qualsiasi diritto naturale della Montagna e della sua cultura.

a2410

a2410 è la realizzazione di una piccola/grande utopia: portare e offrire l’arte contemporanea – visiva e non solo – in alta montagna, in modo giammai estemporaneo e random ma in profonda armonia geografica, artistica, culturale e antropologica con il luogo in cui si manifesta. Non una novità in senso assoluto, l’arte in quota: eventi del genere sono già stati realizzati, a volte con risultati interessanti, altre più discutibili quando non sconclusionati, ma a mio modo di vedere ciò che offre il progetto a2410 è qualcosa di rara suggestione ed efficacia, nonché di sagace contestualizzazione.

a2410 è un “bivacco di cultura” che nasce in cima alla Grigna Settentrionale (o Grignone), una delle più celebri vette prealpine italiane, a 2410 m di quota. a2410 è uno spazio mobile e temporaneo pensato per esistere nelle condizioni ambientali più estreme. La “cellula” di a2410 è capace di ospitare al suo interno un pubblico di 40 persone ed eventi culturali con proiezioni, talks, presentazioni, concerti, performance; è dotato di una tecnologia a/v d’avanguardia, fornendo un’esperienza immersiva totale con audio spazializzato e ascolto wireless auricolare, video proiezioni con sistema dome e ripresa video su canale a 360°; oltre che streaming live e podcast con stessa tecnologia.

a2410 nasce da una proposta di Alex Torricini, gestore del Rifugio CAI Milano Luigi Brioschi posto appena sotto la vetta della Grigna Settentrionale, e da un’idea dell’artista Francesco Bertelé che di a2410 è il direttore artistico, il tutto coordinato e curato dall’Associazione Culturale Mobeel. Nel team vi sono anche Andrea Vittone (production manager), Martino Coffa (responsabile tecnico/tecnologico), Michela Sacchetto (curatrice del programma artistico) e Filippo Falco (curatore del programma musicale).
Ogni altra informazione su a2410 la potete trovare nel sito del progetto, qui.

Attualmente, sulla piattaforma WeArt, è in corso il crowdfunding per la raccolta fonti a sostegno del progetto e degli scopi prefissati: credo sia un’ottima occasione di far parte di qualcosa di veramente innovativo e culturalmente intrigante, che permetterà a una delle più vivide rappresentazione umane della vita, ovvero l’arte, di manifestarsi in un dei luoghi più emblematicamente vitali che vi siano, la Natura dell’alta montagna. Una piccola/grande utopia, appunto, un sogno che deve divenire una bella realtà per far che in tale realtà ci si senta come in un bellissimo sogno, ecco.

Cliccate sull’immagine del logo di a2410 in testa all’articolo per visitare la piattaforma WeArt e aderire al crowdfunding.

Alpes

Alpes è un’altra di quelle realtà culturali che, a mio modo di vedere, devono essere assolutamente conosciute.

Così si legge, sul sito web, al proposito:

Alpes è un’officina culturale di luoghi e paesaggi che, partendo da quello alpino, si è aperta nel corso degli anni a tutti i temi che riguardano i popoli e le storie delle ‘Terre Alte’ così come al paesaggio urbano. Dal 2012, con la sua attività, propone e realizza iniziative per una nuova forma di fruizione e studio dei territori.

Prendendo le mosse da tale identificativo punto di partenza, potrei scrivere moltissimo per delineare il valore di Alpes, ma preferisco invece restare a quell’iniziale definizione – che peraltro trovate fin sulla home page del suddetto sito, come fosse una sorta di motto “programmatico”: officina culturale di luoghi e paesaggi.

Perché c’è già tutto quanto, lì dentro, riguardo Alpes:

  • Un’officina: l’ambito ove si crea, si fa, si producono opere in quanto attrezzato esso a creare, appunto, a realizzare qualcosa di valore caratteristico se non unico, di artigianale nel senso originario del termine – direttamente derivante da artes, “arte”.
  • Culturale: nell’officina di cui ho appena detto si produce cultura. Serve denotare quanto (drammatico, disperato) bisogno di tale produzione vi sia, nel mondo contemporaneo e in particolare dalle nostre italiche parti? Ecco, dunque non c’è altro da aggiungere, al riguardo.
  • Di luoghi: cioè gli spazi vissuti dall’uomo, quelli che generano emotività e identità culturale, nei quali l’uomo riflette sé stesso e la propria civiltà nel contempo venendone influenzato, gli spazi ai quali vi si rapporta attraverso il fondamentale legame antropologico che sostanzialmente ci permette di essere animali civili e civilizzati, in grado di territorializzare lo spazio vissuto (rendendolo effettivamente “luogo”, dunque dotato d’un peculiare Genius Loci) e di lasciare in esso i propri segni di presenza, esistenza, consistenza, essenza.
  • E paesaggi: il paesaggio che è la forma dell’ambiente determinata dalle fisionomie di esso e dalle conseguenti relazioni determinate dalla presenza e dall’azione dell’uomo. Ovvero: se il luogo è lo spazio emotivamente vissuto e per questo generante identità, il paesaggio è la percezione e la cognizione di quel luogo, cioè l’identificazione intellettuale di esso.

Ecco: in questi quattro elementi, che formano il suddetto “motto programmatico”, c’è tutto quanto è Alpes. Ma non solo: a ben vedere c’è pure tutto, o quasi, il rapporto che lega l’uomo al territorio, in senso filosofico – attraverso i rimandi culturali denotati – ma ancor più in senso attivo, attraverso il creare cultura legata a quel rapporto e che di esso sia effetto tanto quanto causa. Per questo, ribadisco, conoscere Alpes ritengo sia qualcosa di doveroso e fondamentale.

Cliccando sull’immagine in testa al post potrete visitare il sito web di Alpes e conoscere l’officina con ben maggiori dettagli. C’è tanto da scoprire – il team, gli autori, gli eventi, lo store… – e da conoscere, ve lo assicuro.

Si può visitare un “Sogno”? Sì: a Colle, il prossimo 26 marzo!

Domenica 26 marzo 2017, dalle ore 14.30, tornerò a farvi da guida alla bellezza, alle peculiarità storiche e architettoniche, al fascino e al Genius Loci di Colle di Sogno, uno dei più bei borghi di montagna delle Prealpi lombarde, autentico piccolo/grande tesoro di cultura capace di narrare una storia poetica che sa coinvolgere chiunque. Camminando tra le vie del borgo, immersi nel suo incanto di pietra e di legno quale fulcro di un paesaggio naturale sublime e maestoso, vi racconterò una storia fatta di tante storie, di genti, animali, alberi, usanze, tradizioni, emozioni, percezioni, di un’identità che è la personalità del Genius Loci di un luogo così potente e peculiare. È l’ecostoria di un forte legame tra l’uomo e il paesaggio costruito lungo i secoli e tutt’oggi ben presente, nonostante lo spaesamento generato da un progresso che dei luoghi come Colle di Sogno ha troppo spesso ignorato la cultura fondante. Ma la resilienza è in atto, e trova la più solida base proprio nella bellezza del luogo e della sua storia: in fondo, averne conoscenza, comprenderne il valore, entrare in essa e fare in modo che il luogo entri in chi lo visita e lo conosce, è la migliore, reciproca forma di salvaguardia e di godimento di quella bellezza. Che può salvare il mondo, appunto: proprio come sancì il dostoevskijano Principe Myškin – ma pure, più pragmaticamente, come può sancire chiunque visiti Colle di Sogno!

locandina_colle_26mar2017Cliccate qui accanto sulla locandina dell’evento – più unico che raro, visto che vi consentirà di mangiare ottime caldarroste in piena primavera! – in cui la visita al borgo è inserita per saperne di più, e mi raccomando: non mancate! Sarà l’occasione per la scoperta e la conoscenza di un luogo che vi resterà nel cuore, ne sono certo!

A proposito di “paesaggio”: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge” (reloaded)

Devo ringraziare Pina Bertoli, per avermi ricordato con un suo commento l’articolo qui sotto riprodotto (“reloaded”, appunto, dacché in origine pubblicato qui!) che con la Giornata Nazionale del Paesaggio celebrata giusto l’altro ieri, 14 marzo, (e con quello che scrivevo al riguardo) ci sta a pennello, nonostante sia di più di due anni e mezzo fa. Perché il “paesaggio” è molto più di quanto siamo stati abituare a credere, e molto più imprescindibile per la nostra vita di ciò che potremmo pensare – nonché, più di quanto la politica (intesa qui come concreta gestione della cosa pubblica, dunque anche, o soprattutto, del territorio) dimostra sovente di considerare.

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.