La wilderness dietro casa – e questa sera in RADIO THULE, ore 21, su RCI radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 21 novembre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 4a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata intitolata La wilderness dietro casa dacché vi porterà alla conoscenza di una zona della Val San Martino – territorio ove ha sede RCI Radio – di valenza naturalistica, paesaggistica e culturale tanto grande quanto misconosciuta, il cui toponimo è tutto un programma: Val Fosca! Vera e propria zona residuale di wilderness in un territorio altrimenti molto antropizzato, la Val Fosca è luogo assolutamente emblematico di tanti altri simili sparsi un po’ ovunque nelle zone montuose della Penisola italiana: per questo motivo la puntata di questa sera non ha soltanto una mera valenza locale, ma offre numerosi e articolati spunti di conoscenza e riflessione sull’identità culturale di tali territori nell’epoca contemporanea e sul valore prezioso che ancora riescono a conservare, anche per la nostra attuale società globalizzata e ipertecnologica.
12088056_1087000014644311_7125439550910740851_nCi guiderà alla scoperta della Val Fosca e della cultura di queste preziose e necessarie zone di “salvaguardia natural-culturale” Sara Invernizzi, studiosa della cultura del territorio e autrice di un’illuminante ricerca sulla Val Fosca e sulle potenzialità narrative – in senso etno-antropologico – dei territori montani.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Alta Vita

logo_alta-vita_slogan_300Alta+Vita: come la vita sulle/delle “Terre Alte” di montagna, “alta” in senso altimetrico, alta ovvero nobile, civilmente elevata, culturalmente profonda, e alta ovvero elevata sopra il mondo così da poterlo osservare meglio, e meglio comprendere.
Alta Vita: quando la montagna è autentica scuola di vita anche, se non soprattutto, per la pianura e la città.

Alta Vita è, al momento*, una community sul web, un contenitore di realtà, esperienze, eventi, riflessioni, idee, progetti, aspirazioni (nel bene e, al caso, anche nel male) sulla vita nelle “Terre Alte” di montagna e sulla loro facoltà di essere potenziale modello di “modus vivendi” virtuoso anche per le genti di quelle pianure spesso ormai profondamente trasformate in zone prive di identità e ricolme di “non luoghi”, le quali nella cultura di montagna (ovvero in quel che resta da salvaguardare e (ri)valorizzare di essa) potrebbero trovare la via per una rinascita sociale, civica, culturale, etica.

L’idea di fondo di Alta Vita trova le sue basi in questo articolo-manifesto, del quale uno dei passaggi “basilari” al proposito è il seguente:

“La montagna e la sua Natura (in senso generale) ancora “brada” possono concedere all’uomo quello spazio di azione civica che la città – ovvero l’ambito industrializzato, superantropizzato, ipermediatizzato, socialmente degradato e soggiogato alle più basse strategie consumistiche – forse non può più offrire, a causa dell’imminente autosoffocamento sociale. Bisogna salire, per ritrovare noi stessi e il mondo “nostro” – quello che dovremmo desiderare per vivere bene: all’apparenza quasi un anelito spirituale (come lo interpretò Henry Wadsworth Longfellow quasi due secoli fa nel suo celebre componimento “Excelsior!”, letteralmente “più in alto”, in un’epoca nella quale la montagna era ancora totalmente viva) che tuttavia c’è da augurarsi possa essere un concretissimo invito a riscoprire la migliore “via sociale” da seguire, per non ritrovarsi sempre più ridotti a numeri uguali a tanti altri, dunque formalmente inutili, in una società simile a un arido e sterile deserto etico.”

Alta Vita è qui, su facebook, e qui, nel sito/blog. Seguiteli, e buona vita sulle Terre Alte!

*: al momento, in quanto l’aspirazione di Alta Vita è quella di divenire col tempo una comunità non solo virtuale, sul web, ma anche assolutamente reale, in forme associative da definirsi ma senza dubbio attive e propositive nei e per i territori d’elezione. Sarà il tempo, appunto, nonché l’interesse e i contatti nel mentre raccolti, a stabilire tali sviluppi: è un percorso verso l’alto, e come tale mirante non solo ad una vetta da raggiungere ma, soprattutto, ad una proficua elevazione. Se nel viaggio la meta è il viaggio stesso, nella salita la vetta è l’ascendere sempre più, arrivando più in alto possibile. Ogni pur piccolo passo in più è, a suo modo, una vetta raggiunta.

Un sogno?

Quello che potete apprestarvi a leggere è un  racconto che scrissi qualche anno fa per un lavoro ispirato al carsismo della Grigna Settentrionale, montagna delle Prealpi bergamasche sovrastante la Valsassina tra le più ricche di cavità sotterranee d’Europa (più di 900 grotte in una manciata di km quadri: praticamente un groviera montano!). “Scena” sostanziale del racconto è uno dei luoghi più particolari e misteriosi della zona: la Rocca di Baiedo, grosso panettone calcareo che restringe di colpo il solco della Valsassina – formando la cosiddetta “Chiusa di Introbio” – sulla cui sommità si trovano i resti di fortificazioni dalle origini che si perdono ben lontano nel tempo.
Buona lettura!

roccabaiedoUn sogno?

Forse ancora qualche vecchio nonno, in valle, narra ai suoi piccoli nipoti la storia leggendaria della Rocca di Baiedo, quel formidabile masso di verrucano rosso su cui sorgeva il poderoso forte di Simone Arrigoni, potente valligiano medievale, dal quale pare che anche Leonardo trasse spunti importanti per i suoi progetti militari; forse qualcuno di questi nonni conserva il vecchio volume dell’Orlandi, che all’inizio del secolo scorso narrò della Rocca le vicende più segrete e gli sconosciuti misteri; e certamente qualche bambino non troppo distratto dai supertecnologici divertimenti contemporanei, resta incredulo e affascinato da quelle antichissime leggende, e dalle immagini che una vispa fantasia può generare da esse nella mente.
Marco non aveva troppa voglia di tornare a casa, quel pomeriggio, tanto buona era la compagnia nella baita su al Pialeral, e tanto bella era quell’ora dolce e tranquilla del giorno, quando tra la declinante luminosità diurna e la sera prossima e già fresca il mondo sembrava sospendersi in una pacata riflessione sull’armonia naturale. Il Sole era già sceso oltre il Grignone, ma ancora la magica luce dell’Autunno pennellava i boschi di colori incredibili, e stagliava nel cielo le creste di tutte le vette in vista, del Foppabona, dei Campelli, del Due Mani e della Grignetta e di ogni altra… Solo verso Nord qualche nuvolone grigio ombrava il paesaggio, forse segno del solito breve fortunale stagionale. Egli amava stare tra quelle “sue” montagne, amava camminare tra quei boschi stupendi, che ad ogni svolta d’ogni sentiero regalavano vedute stupende; fin da piccolo aveva scorrazzato su di essi, soprattutto con il nonno, che se lo portava dietro quando saliva a far legna o a comprare qualche formaggella da amici pastori, e nel cammino aveva sempre da raccontare storie e leggende sui luoghi attraversati, sembrava che la sua conoscenza non avesse mai fine. Forse anche della Rocca di Baiedo aveva raccontato al piccolo Marco, ma certamente oggi, a così tanti anni di distanza e purtroppo senza più presente quel libro di memorie vivente, egli non rimembrava più nulla di quelle bizzarre leggende.
Ora era veramente giunto il momento di scendere. La compagnia buona fa trascorrere veloce il tempo, e l’oscurità, pur in quei boschi conosciuti, è sempre un elemento di timore; inoltre, quelle nuvolaglie grigie a settentrione cominciavano a illuminarsi di lampi minacciosi, e già lontani rombi temporaleschi si potevano sentire. Marco decise di tagliare per i prati dietro la Rocca, e così scendere più velocemente verso Introbio: vecchi e dimenticati sentieri scendevano da quella parte, scivolosi ma veloci nel guadagnare il fondovalle, gli avrebbero fatto guadagnare una bella manciata di minuti, per essere a casa prima di cena in tutta tranquillità. Nei lontani bagliori temporaleschi, la vetta arrotondata della Rocca assumeva contorni quasi sinistri, accresciuti dall’inquietante fischio dei gufi: questi maledetti fortunali di stagione sono tanto rapidi nel giungere quanto nello scatenarsi in un gran baccano ma con ben poca sostanza, tuttavia è prudente starsene sotto un tetto al loro arrivo – egli pensava, giusto passando accanto ad un tronco contorto sul quale evidenti erano le tracce inferte da una folgore lì abbattutasi. Forza, forza! – passo lesto e sicuro!
Passarono solo pochi minuti, e parve scatenarsi il finimondo: il vento ululava paurosamente e contorceva le fronde degli alberi, strappando e gettando foglie ovunque, mentre abbaglianti fulmini precipitavano dal cielo qua e là, comunque troppo vicino a qualsiasi distensione. Marco era proprio dietro la Rocca, vicino ai resti dell’antica fortezza: scendendo di corsa, in un quarto d’ora o poco più sarebbe giunto a casa, ma sembrava che prima, di lì a pochi attimi, il cielo si dovesse aprire e scaricarsi di tutta la pioggia d’un intera stagione. Che fare? Rischiare, peraltro su un sentiero che certamente la pioggia avrebbe reso parecchio scivoloso, o attendere in qualche anfratto o sotto il tetto di qualche baita, visto appunto che quei temporali non erano mai di lunga durata?
Poi, improvviso, un lampo accecante, un boato tremendo, un esplosione, schegge legnose che schizzavano ovunque… Marco barcollò, dallo spostamento d’aria e dall’inopinato terrore, i piedi si misero in fallo, sentì la schiena sbattere contro un muro possente e poi cadde – anzi, precipitò, perché nulla più sembrava essere sotto di lui…

roccabaiedo-1Quando si riprese e riaprì gli occhi, riconobbe subito il volto di Alex, l’amico del Soccorso Alpino; intorno c’era dell’altra gente; la testa doleva ma la mente era lucida.
«Ehi, Alex, che ci fai qui? Uff, devo essere caduto! Scusa, ma devo essere a casa per cena, e…» – ma l’amico lo bloccò subito, ridendo dacché constatava le buone condizioni e l’altrettanto buona cera. Quando il soccorritore gli dimostrò che era quasi l’alba, che lo cercavano perché a casa non era rientrato e che si trovava alla base della Rocca ma dal lato opposto rispetto al punto in cui doveva giungere quel sentiero intrapreso, Marco trasalì. Lo avevano trovato lì, asciutto nonostante il violento temporale, come se fosse rimasto al riparo e da questo uscito solo a pioggia finita; cosa ci facesse in quel luogo lo avrebbe dovuto spiegare egli stesso, ma – per assurda evidenza – Marco non si ricordava nulla delle ore addietro, nulla dopo un forte boato che sembrava ancora echeggiare nella sua testa; ricordava d’essere dietro la Rocca, del temporale imminente, del vento e dei lampi, ma dopo ciò, più nulla.
Stava bene, comunque; venne accompagnato a casa, dove decise di tentare di eliminare quel fastidioso mal di testa con una bella dormita: era giorno di festa, quello, e aveva tutto il tempo di restare coricato in tranquillità; inoltre la giornata era brutta, nuovi nembi temporaleschi stavano addensandosi sopra la Val Biandino, dunque a starsene a casa non avrebbe perso nulla. Certo, che avventura strana! Mai una cosa del genera gli era successa; a volte, anni fa, nelle lunghe escursioni col nonno, era capitato che venissero sorpresi da un violento nubifragio, ma trovavano sempre qualche riparo, e l’occasione era propizia affinché il nonno, nell’attesa forzata del ritorno del sereno, raccontasse con ancor più dovizia di particolari le sue storie. Ora, chissà perché, sembrava che parte di quelle storie riemergessero dai ricordi più sbiaditi – ma era sicuramente un effetto della testa pesante e della confusione in essa. Nonostante le apparenze e le buone sensazioni fisiche, una volta steso si addormentò velocemente, tant’è che nemmeno chiuse le imposte di casa; peraltro, l’ombra delle nubi scuriva abbastanza il cielo e ne tarpava la luminosità solita dei giorni sereni.
E un nuovo temporale giunse, effettivamente; un violento bagliore illuminò a giorno l’intera vallata, e il susseguente tuono la scosse dalle creste più elevate fino al fondo di tutte le forre. Marco si svegliò di soprassalto, sudato, ansimante, gli occhi aperti sui muri della stanza ma in realtà vedenti qualcos’altro, come se un sogno continuasse a richiedere l’attenzione della mente pur dopo l’attimo del risveglio. Era un sogno poi? – era un ricordo vivido come un sogno tale non è mai, svanente con rapidità in pochi attimi negli occhi e poco dopo nella mente… Eppoi, se fosse stato un sogno ovvero un incubo, perché era così sudato, quasi stravolto e turbato? Mai gli era successa una cosa del genere, egli riteneva di non essere un gran sognatore nei suoi sonni abituali. Eppure la mente era come accesa su immagini strane, che secondo dopo secondo sembravano ricomporsi e ordinarsi in una qualche logica, il cui senso – egli credeva di sapere – non gli era del tutto sconosciuto; e queste immagini, dapprima sbiadite e scure, diventavano via via sempre più nitide e intense, chiare e comprensibili ma, di contro, sempre più incredibili.
Ecco, ricordava una sorta di grotta, un anfratto profondo – forse dove si era rifugiato per ripararsi dal temporale – ma questa grotta non sembrava naturale, le sue pareti erano troppo levigate, e il suo fondo uniforme come un grezzo e pur buon pavimento… Inoltre – come era possibile? – non era buia, ma una qualche leggera luce la illuminava abbastanza da camminarci senza tentennamenti. Poi ricordava varie diramazioni, corridoi più foschi di cui non si distingueva che qualche metro, forse alcuni con inferriate o qualcosa del genere… La mente sembrava ricuperare dall’inconscio quelle visioni quasi con fatica, e con una strana sensazione, non di timore quanto più di incredulità, di sbigottimento; ora Marco era giunto in una sorta di grande e spoglia sala, dal cui lato opposto una grande scala intagliata direttamente nella roccia saliva maestosa e inquietante verso l’alto, senza che egli potesse vedere dove finisse. Ecco, egli aveva pensato che quello scalone pareva salire tanto da arrivare fino in vetta al Grignone, e aveva collegato la natura di quella lunga e bizzarra galleria ascendente con la nota presenza di innumerevoli cavità nel corpo carsico della Grigna Settentrionale – certo, ma queste erano e sono naturali, quella scala invece come lo poteva essere?
Il mal di testa non era passato – e ci mancherebbe, con quelle immagini nella mente! Eppure quasi egli voleva mantenerlo, quel fastidio, sperando che la memoria rimuginante e arzigogolante prima o poi riuscisse a capire qualcosa, di quei ricordi; e pensando a ciò, l’immagine del nonno gli tornò vivida, come sovrapposta alle bizzarre visioni: perché? Forse che il nonno, tra le sue mille e mille storie, aveva raccontato qualcosa che in qualche maniera si collegasse alla sua avventura? Intanto, ancora, il sogno o incubo o quant’altro fosse forniva nuovi imprevedibili ricordi: altri corridoi, altre gallerie, una specie di labirinto sotterraneo, quasi che la montagna fosse completamente traforata da tali condotti evidentemente artificiali. E poi, e poi… – alla successiva visione mnemonica, che si fece istantaneamente vivida e fulgida di suggestione, Marco ebbe un fremito possente, e una scarica di brividi gli scosse la schiena: egli ricordava – come poteva essere possibile? – ricordava di intravedere una figura in fondo ad uno di quei cunicoli, una forma avvolta da un velo lungo e bianco che parve subito sfuggire alla sua vista, e che egli sapeva essere una figura di donna, ne era inopinatamente certo! Nel sussulto continuo generato da quelle bizzarrie che la memoria gli offriva alla comprensione, come scosso da schiaffi ripetuti che lo percuotevano nel profondo, ora nitidissima ricordava la voce narrante del nonno, e una di quelle sue leggendarie storie sui misteri della valle – sulla Rocca di Baiedo…
“Si dice vi siano sotterranei laggiù, dove sparirono tante persone, e abissi segreti che vennero chiusi con possenti inferriate per non fare che qualche curioso ugualmente scomparisse; si dice vi sia una porta, da dove una dolce e bella ragazza venne rapita, e che quando si oda il lamentoso ululato dei gufi, gli spiriti della Rocca aleggino intorno e tramino vendetta…”
Ma sono soltanto leggende! – quasi Marco urlò, come per svegliarsi a tutti i costi da quello che sembrava un lungo e continuo sogno, una allucinazione impossibile. Sicuramente – si disse – era scivolato e aveva battuto il capo, probabilmente era svenuto, forse se ne era generato uno stato confusionale che ora provocava quegli assurdi ricordi… Certo, era un mistero come era finito alla base dell’altro versante della Rocca, e come era stato ritrovato asciutto quando quel furioso temporale aveva scaricato una gran quantità d’acqua… Ma sì! – nuovamente cercò di scuotersi – era certamente in confusione, e dunque aveva probabilmente sbagliato sentiero; il nonno ne sapeva tantissime di quelle storie, ma la maggior parte erano frutto della fantasia popolare, delle superstizioni d’un tempo, o se vi era un qualche fondo di verità, il passaparola di tante generazioni lo aveva reso mille volte più “abbondante” della effettiva realtà, lo sanno tutti come si generano certe leggende che oggi si definiscono “metropolitane”!
Il mal di testa persisteva ancora, tuttavia Marco decise di alzarsi; doveva anche cambiarsi d’abito, era ancora vestito come durante la bislacca giornata precedente. Si tolse scarpe e maglione, infilò le mani nelle tasche dei pantaloni per cercarvi un fazzoletto; insieme ad esso, le dita estrassero qualcosa che non si ricordava d’avere: una specie di piccolo sasso piatto, rugoso e sporco di terriccio, ma con una parte del bordo ben definita e liscia. Cercò di capire cosa fosse, ripulendola con le dita e il fazzoletto: sembrava un medaglione, cinque o sei centimetri di diametro ma smangiato su buona parte delle facce, e dal bordo eroso – a parte quella parte più netta. Lo osservò per bene, intuì da quel poco che restava cosa rappresentasse, e una ennesima folgore, questa volta tutta interiore, gli piegò le gambe e lo fece cadere disteso sul letto, quasi svenuto dallo sbigottimento: su quella sorta di medaglia vi era impressa una faccia ritratta di profilo, alcune lettere e una data in caratteri romani: “RIGON, MDVI”! RIGON, Arrigoni… Simone Arrigoni, il signore della Rocca di Baiedo, che venne catturato e ucciso dai Francesi nel 1506! – MDVI, millecinquecentosei in caratteri romani – come lo stesso Leonardo aveva raccontato, e come c’era scritto su quel vecchio libro del nonno del 1900 o giù di lì!
Per un tempo indefinito Marco restò così, steso sul letto, in uno stato quasi catatonico, lo strano medaglione stretto nel pugno; certamente si addormentò, sfinito da un’emozione tanto forte quanto irrazionale, illogica come il senso di certe storie che il tempo sovente conserva più della mente umana, la quale invece, di fronte al mistero, si ferma attonita e impotente ancora oggi, quando l’imperante tecnologia domina su ogni cosa e di ogni cosa spesso pretende di possedere il segreto; ma, altrettanto spesso, tale pretesa è solo una mera illusione, buona per chi non possiede la sensibilità di comprendere come quella presunzione è un segno di debolezza, di chi vuole a tutti i costi dominare per non essere dominato, incapace invece di convivere con i potenziali segreti di una terra antica e meravigliosa come la Valsassina, e percepire di essi tutto l’impulso di fascino e misteriosa bellezza profferto all’animo umano.

392_001Marco non tornò mai sulla Rocca a ricercare quel presumibile cunicolo dove cadde nel labirinto sotterraneo, e non rifiuta la possibilità che tutta quell’avventura fu effettivamente frutto di una allucinazione; più semplicemente, egli ha deciso di mantenere nella sua plurisecolare tranquillità il potenziale mistero, senza intaccarne il fascino e l’influsso su chi ne venisse a conoscenza. Anzi, da quella bizzarra avventura ha saputo ancor più aumentare il suo amore per la valle, per questa terra non solo bella esteriormente, nei suoi meravigliosi paesaggi, nei suoi colori, nelle sue armonie naturali, ma anche interiormente, nei suoi segreti sconosciuti, nelle sue leggende e in chissà quanti altri racconti di cui si popola la storia valsassinese, alcuni noti ed altri dei quali nessuno più ricorda nulla… Lo strano medaglione, invece, lo ha voluto incastonare sulla piccola e semplice lapide che segnala il luogo di sepoltura del nonno, giù al cimitero, quale segno di gratitudine per quel vecchio che, con i suoi continui racconti, lo fece innamorare della sua terra e delle sue storie. Ora che da poco è divenuto padre, Marco si è ripromesso di fare lo stesso con il figlio, di affascinarlo con tutte quelle antiche leggende, quei misteri, quegli enigmi, discepolo di quella tradizione orale tramandata di generazione in generazione la cui salvaguardia rappresenta la vera memoria di un luogo, della sue gente e della sua storia; ma l’avventura della Rocca di Baiedo no, non gliela racconterà: è un segreto tutto suo, quello, e nella sua incredibile, inspiegabile natura forse sopravviverà per sempre.

In difesa dei piccoli comuni di montagna, e della loro fondamentale cultura

Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.
Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.

Questo che state per leggere è un post “settoriale”, legato alle mie frequenti occupazioni di temi legati alla montagna – in chiave culturale, letteraria ed editoriale, concretizzata in diverse pubblicazioni, ma inevitabilmente anche sotto l’aspetto prettamente politico (nel senso nobile del termine) e, ultimo ma non ultimo aspetto, anche in senso culturale globale, visto che tratta della cultura antropologica midollare del nostro paese.
Mi sto riferendo alla proposta di legge C.65-2284AMisure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti e dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici” approvata alla Camera lo scorso 28 settembre e ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato (che invece ha fatto arenare precedenti tentativi di introduzione del testo – rallegriamoci ma non troppo, dunque): è il provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli paesi rurali, insomma, che rappresentano una preziosa e fondamentale peculiarità italiana.

Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.
Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.

Come detto altrove, qui sul blog (proprio occupandomi di paesologia), l’Italia è un paese di paesi, piccoli centri abitati sparsi per le campagne e le montagne che il fremente e troppo spesso disordinato progresso del secondo Novecento ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del paese, quando invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale, nel mentre che città medie o grandi sempre più spinte ad imitare l’aspetto di metropoli hanno rapidamente cominciato a palesare gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, non luoghi, alienazioni, dissonanze cognitive e quant’altro. D’altro canto, in un altro articolo pubblicato qui, ho indicato come la montagna – spesso presentata in modo enfatico tanto quanto pragmatico “scuola di vita” –  possa rappresentare il modello socioculturale migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) dell’intera società, al fine di renderla finalmente più equa, più civica, più consapevole e più ricca di cultura, proprio come la montagna riesce ad essere ancora oggi nonostante gli innumerevoli sfregi (politici e non solo) a cui è stata sottoposta negli ultimi decenni.

Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.
Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.

A proposito della suddetta legge votata alla Camera, viene in mente un vecchio adagio milanese, che più o meno fa così: piutost che nigot, l’è mej piutost. Adagio che, ahinoi, si più assai spesso applicare a molti provvedimenti legislativi italiani, che vanno a cercare di coprire mancanze normative totali (in un paese che invece per altre cose di leggi ne ha fin troppe) col minimo sforzo e altrettanto risultato. Sia chiaro: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, posta la situazione altrimenti di ignoranza – ovvero di inettitudine (strategica, purtroppo) della politica sulla questione – pressoché totale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque, anche perché, se nel suo complesso bisogna accogliere con favore il provvedimento appena votato, ferisce l’animo constatare ad esempio che, a fronte dei 5.585 comuni montani sotto i 5.000 abitanti (peculiarità che fornisce il titolo di “piccolo comune”), vengano stanziati 100 milioni di Euro complessivi in 7 anni per (cito da qui)finanziare interventi in tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole, l’acquisizione delle case cantoniere e ferrovie disabitate per realizzare circuiti turistici e promuovere la vendita di prodotti locali”. Molto rozzamente, ma significativamente, divido quei 100 milioni stanziati in 7 anni per i 5.585 comuni che ne possono usufruire: fanno 17.905 Euro e spiccioli per comune. Una cifra che non basta nemmeno per mettere in sicurezza qualche metro di versante passibile di dissesto idrogeologico. Nulla, insomma, soprattutto e confrontato agli ingentissimi stanziamenti di soldi pubblici messi a disposizione a spron battuto per opere e progetti che poi si rivelano fallimentari, oltre che ottime occasioni per speculatori, tangentisti e criminali vari – politicanti e non – per intascarsi quei soldi. Ora, che un così esiguo stanziamento debba essere considerato uno sforzo ammirevole in tempi di crisi e di spending review, oppure un ennesimo segno di disinteresse verso i piccoli comuni il quale rischia di soffocare sul nascere qualsiasi buona intenzione scaturente dalla legge, lascio giudicare a voi.

Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d'Italia, 117 abitanti.
Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d’Italia, 117 abitanti.

Certo, anche qui si può dire: meglio quei 100 milioni che il nulla assoluto. Ma non serve essere esperti del settore per capire che tali denari non bastano affatto, che ci vuole molto di più, che occorre soprattutto una nuova – o, forse una rinnovata – antropologia culturale per i piccoli centri abitati italiani, una visione innovativa nel suo ripescare dal più virtuoso passato che finalmente consideri i paesi – e il territorio rurale nazionale in generale, di montagna ma non solo – una grandissima risorsa e una pari opportunità di sviluppo culturale, economico, sociale e mille altre cose, piuttosto che un peso che possa dar fastidio alle ricche e scintillanti tanto quanto degradate e decadenti città.
Ha ragione Franco Arminio quando dice che “Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.” Perché ancora oggi, checché ne pensino i politici che continuano a guardare con più favore alle città in quanto maggiori bacini elettorali dimenticandosi dei piccoli paesi, e dimenticando che essi stessi sono rappresentanti di un paese che è fatto di tanti piccoli paesi prima che di città, è proprio nei paesi che si conserva e spesso si genera autentica cultura – non solo, che si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative ovvero forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato e consapevole progettazione nel presente.

Bova, Aspromonte, 442 abitanti.
Bova, Aspromonte, 442 abitanti.

Speriamo in bene, anche per noi che scriviamo e ci occupiamo di montagne, di genti delle terre alte, dei loro piccoli paesi e della vita di lassù: un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche ma sempre traboccanti di vitalità vera e inimitabile. Se la perdessimo, questa vitalità, se abbandonassimo i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero, ribadisco, così determinato da una politica spesso del tutto distorta e miope, sperando che la nuova legge possa finalmente invertire la rotta e la sorte) significherebbe svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota.