Vivere in montagna, vivere la montagna

(Prima di leggere questo post, che in origine è stato scritto nell’aprile 2018, leggete qui.]

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un super luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato anche su Alta Vita, qui.

In montagna rinasceremo

[Annibale Salsa. Immagine tratta da “Meridiani Montagne“, fonte qui.]

Quando potremo tornare a spostarci, e non azzardo previsioni sui tempi, la paura degli assembramenti ci sarà ancora, e le frontiere resteranno probabilmente chiuse ancora un po’. Potrebbe essere una grande occasione per l’Appennino e per le zone meno famose delle Alpi.
“E’ vero, per qualche tempo anche il trasporto aereo avrà delle riduzioni, e la diffidenza per i luoghi affollati resterà a lungo. Penso alle vie delle città d’arte, a Piazza San Marco, ma anche alle code agli impianti di risalita e alle cabinovie affollate”.
E allora? Si riscopriranno le zone più tranquille?
“Secondo me sì. Le località turistiche alla moda, come ha teorizzato l’antropologo francese Marc Augé, sono dei “non luoghi”, uguali gli uni agli altri anche se cambia lo sfondo. Per definire un “luogo”, sempre secondo Augé, ci vogliono uno spazio geografico, un sistema di relazioni e una storia. E questo sulle Alpi “minori” e sull’Appennino c’è”.
Sta dicendo che invece dei luoghi esotici, e magari delle montagne lontane, le persone andranno a scoprire le valli e i borghi più vicini?
“Penso e spero di sì. Una volta l’esotismo, che è una delle motivazioni più importanti del viaggio, era dato dalla lontananza. Ora molti luoghi lontani non sono più esotici”.

Sono brani tratti da un intervista-dialogo tra il giornalista e scrittore Stefano Ardito e il professor Annibale Salsa, uno dei maggiori antropologi italiani, past presidente del Club Alpino Italiano, intitolata La comunità della montagna e la reclusione forzata e pubblicata su “Montagna.tv”; cliccate sull’immagine in testa al post oppure qui per leggerla nella sua interezza. In effetti il tema della riscoperta di certi spazi “marginali” (almeno rispetto alle aree maggiormente antropizzate e vissute) come ambito di salubrità vitale, e la montagna è certamente il primo di essi, è un altro di quelli che l’attuale periodo sta proponendo. Salubrità che nell’immediato può essere intesa come sanitaria e fisica ma che subito dopo è certamente mentale, intellettuale, emotiva, spirituale oltre che culturale, sociale e umana; salubrità che, senza dubbio, è sinonimo di vitalità cioè di vita ben vissuta, proficua, benefica e armoniosa: con le altre persone, con il mondo che si vive, con se stessi.

Leggetevi la chiacchierata tra Stefano Ardito e Annibale Salsa, poi, in un prossimo post, vi (ri)proporrò un articolo che scrissi tempo fa sull’argomento e che la suddetta chiacchierata mi ha riportato alla mente. Naturalmente lo scrissi quando nessuna emergenza come quella in corso era prevedibile, ma mi pare che il suo senso sia assolutamente consono e adattabile al presente e alle osservazioni qui sopra esposte.

Cervino’s Tales!

Cervino’s Tales è un ciclo di interventi in streaming programmati tra oggi e il prossimo 23 aprile per approfondire e ripercorrere la ricchezza culturale oltre che paesaggistica del comprensorio di Cervinia-Valtournenche anche in questo periodo di chiusura e lontananza forzata dal suo celeberrimo paesaggio.

Per sviluppare e realizzare quest’iniziativa, il comprensorio si è affidato all’officina culturale Alpes che, già da alcuni anni, propone e realizza per il territorio ai piedi del Cervino eventi culturali legati alla storia, architettura, cultura e paesaggio locali, in particolare le iniziative legate alla riscoperta del patrimonio architettonico della località di Breuil-Cervinia e la rassegna “Sentieri d’Autore ai Piedi del Cervino”, a cui probabilmente chi frequenta Cervinia avrà avuto modo di partecipare.

Alle Cervino’s Tales parteciperò anche io, giovedì 23 aprile alle ore 17.00, con un live streaming sul tema Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, col quale vi porterò alla scoperta e, ancor più, alla considerazione della profonda e “inevitabile” relazione che lega Cervinia e il suo paesaggio con i monti che racchiudono la conca del Breuil – Cervino in primis, ovviamente!

Per avere ogni altra informazione sulle Cervino’s Tales e sul calendario degli interventi cliccate sull’immagine in testa al post o qui, oppure visitate il sito di Alpes.

Luigi Lorenzetti, Nelly Valsangiacomo (a cura di), “Alpi e patrimonio industriale”

È praticamente lapalissiano affermare che, nello sviluppo della nostra parte di mondo, e intendo in primis del continente europeo, dal Settecento in poi si è avviata un’accelerazione costante e crescente che ha radicalmente rivoluzionato ogni cosa, il cui motore tutt’oggi rombante è l’industrializzazione. La nascita dell’industria moderna, basata materialmente sulle invenzioni tecnologiche e scientifiche e immaterialmente sul retaggio ideologico e culturale in gran parte influenzato dall’Illuminismo, ha modificato l’intero paesaggio del nostro mondo, ancor più di quanto avesse fatto nei secoli precedenti l’urbanizzazione residenziale e agraria: ma se tale rivoluzione è stata da subito ben visibile attorno ai centri urbani più o meno grandi, ove si è concentrata, ancor più emblematicamente si è rivelata nei territori rurali marginali, anche in quelli maggiormente “difficili”: nelle vallate delle Alpi, ad esempio. Qui, ai piedi di vette e ghiacciai, sul fondo di valli spesso anguste ma ricche di risorse naturali – acqua e minerali in primis – sono nati distretti e poli industriali sempre significativi e in certi casi assai imponenti e importanti, innescando dinamiche socioeconomiche e culturali dall’impatto ben più ingente rispetto a quanto avveniva nelle aree urbanizzate di pianura. Nelle Alpi, insomma, la rivoluzione industriale è stata oltre modo rivoluzionaria, sia nel suo periodo di crescita, sia in quello – ancora oggi in corso, in molte zone – di decadenza, in forza del quale si sono innescati processi di deindustrializzazione spesso pesanti e impattanti sui tessuti sociali delle zone interessate, per i quali – se così posso dire – la dimensione di rivoluzione di quale decennio prima è stata nuovamente rivoluzionata, ma non necessariamente al contrario, semmai verso direzioni diverse e non del tutto prevedibili.

Questa seconda “rivoluzione” – o “devoluzione”, o “antirivoluzione”, fate voi – ha tra le altre cose generato la nascita quasi improvvisa e certo ingente di un ampio patrimonio di manufatti e infrastrutture industriali, con annesso l’altrettanto ingente patrimonio socioculturale immateriale, i quali oltre agli studi e alle analisi di archeologia industriale che li stanno indagando e in qualche modo classificando, anche a favore della loro necessaria memoria storica, hanno pure avviato profonde e articolate riflessioni multidisciplinari su cosa farne, di questi manufatti deindustrializzati, e come gestire le dinamiche sociali e culturali che hanno innescato. Una materia ancora piuttosto nuova, indagata per di più in superficie ma per inevitabile “ordine dei fattori” oltre che per la mole di materiale sul quale lavorare, che col tempo necessita di approfondimenti il più possibile scientifici e strutturati. Un ottimo strumento – di studio e d’azione – in tal senso è certamente Alpi e patrimonio industriale, opera curata da Luigi Lorenzetti e Nelly Valsangiacomo pubblicata nel 2016 da Mendrisio Academy Press – realtà editoriale legata all’Accademia di Architettura di Mendrisio – sotto l’egida del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana []

[Immagine tratta da qui, ©LabiSAlp.]
(Leggete la recensione completa di Alpi e patrimonio industriale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Preziose mappe geodialettali

In questi giorni, nel “Diario” del suo sito “Stile Alpino”, Michele Comi – mirabile guida alpina valtellinese o, meglio, malenca (della Valmalenco), del quale vi ho già parlato altre volte, qui – si sta impegnando in un lavoro di «restituzione della memoria al dialetto. Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…» e lo fa traendo spunti preziosi dal volume del 2011 Il volgar eloquio – dialetto malenco di Silvio Gaggi, rinomato artigiano/artista della pietra ollare di Valmalenco. Perle di saggezza vernacolare che, come sovente accade con la cultura e i saperi della montagna, nascono tra le vette ma possiedono un valore spaziale e temporale illimitato.

Potete leggere i vari contributi, aggiornati quotidianamente, qui. Ora io ne traggo uno, pubblicato giovedì 19 marzo, che trovo particolarmente affascinante per la sua matrice geo-topografica, che dimostra bene da cosa possa scaturire un senso identitario culturale realmente virtuoso in relazione ai territori abitati e giammai ottusamente ideologico  – come oggi capita spesso in tema di “identità”.
E leggete quanto più potete le cose di Michele Comi, che sono sempre interessanti e illuminanti!

L’Alpe Son (Sun, nel dialetto locale), uno degli alpeggi di Torre di Santa Maria, in Valmalenco. Immagine tratta da qui.

Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.
Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…
Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.
In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: int, ué, giò... (Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.)