Davide Sapienza, “Camminando”

camminando-coverNegli ultimi anni, di libri sul camminare ne sono usciti a iosa: molti interessanti, alcuni del tutto superflui e chiaramente legati a una certa moda editoriale in materia, alcuni altri invece più vicini a una visione della pratica del cammino più genuina e meno legata a luoghi comuni di matrice modaiola, appunto. Tutti, inevitabilmente, scritti da “camminatori” – ma è forse qui, il vero punto della questione, ovvero che non siano tanto i libri ma i loro autori, veramente animati dall’autentico spirito alla base del camminare: azione ancestrale e primaria per gli esseri viventi terrestri che tuttavia l’uomo ha reso (e dovrebbe continuare a rendere a maggior ragione oggi, in qualità di creatura presumibilmente più intelligente delle altre) esercizio filosofico e olistico, pratica di costruzione del proprio mondo e non solo (o non più solo) di esplorazione, nonché esperienza di altissima natura estetico-espressiva assolutamente vicina, per molti aspetti al gesto artistico, come ho scritto qui.
Davide Sapienza credo sia uno di quei camminatori “autentici”, e questo suo Camminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014) è un’opera che lo dimostra perfettamente; anzi, dopo averlo letto ed essendo entrato in contatto con la sua “essenza” – letteraria, filosofica, spirituale, speculativa – mi viene da ritenere che questo non sia un libro nato da una o più esperienze di cammino, come tantissimi altri, ma sia di suo un cammino i cui passi sono le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore come un sentiero immateriale tanto quanto lo è il corpus emotivo che nella sua interezza sorregge la vita quotidiana, intangibile eppure imprescindibile per sentirsi realmente vivi…

Sapienza-Corriere-Web-Bergamo-593x443(Leggete la recensione completa di Camminando cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
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Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”

walkscapesRespirare, gesticolare, muovere gli occhi, emettere suoni vocali, camminare… tutte cose naturali, per l’essere umano, e dunque automatiche, spontanee, istintive ovvero inconsce in senso lato, cioè delle quali non possediamo granché coscienza. Giustamente, d’altro canto, per come appunto siano gesti primari del nostro essere ciò che siamo e del vivere quotidiano che viviamo.
Eppure, dietro quel loro valore primario e ovvio si può celare qualcosa di ben più approfondito; qualcosa che ci riporta in modo diretto, e del tutto filosofico, all’origine stessa di ciò che siamo e della civiltà che abbiamo creato e sviluppato nei millenni. Il cammino, ad esempio: solo un semplice deambulare su due arti qui e là sulla superficie del pianeta? Oppure dietro la pratica del camminare c’è molto, moltissimo di più?
Domanda retorica, chiaramente – l’avrete senza dubbio capito nel momento stesso in cui ve l’ho posta e l’avete letta – e tuttavia dalle risposte molteplici, incredibilmente articolate e frequentemente sorprendenti, nonché illuminanti. Risposte che Francesco Careri struttura nel suo volume Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006, prefazione di Gilles A. Tiberghien), arrivando addirittura a postulare che il camminare possa essere una pratica estetica, dunque per molti versi affine all’espressività artistica. Un’esagerazione? Niente affatto.
Careri inizia il suo cammino saggistico-letterario attraverso il principio stesso della civiltà umana…

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La biblioteca pubblica, imprescindibile “centro” della città

insegna_bibliotecaNon mancano, un po’ ovunque, scritti d’ogni sorta che mettano in luce l’importanza delle biblioteche – inutile che ve lo dica. Tuttavia, in un paese come il nostro che ha un disperato e sempre più pressante bisogno di cultura, credo che il valore, la presenza e l’essenza delle biblioteche pubbliche debbano essere potentemente rinnovate se non ripensate. Credo che la biblioteca, in una città, debba conseguire la stessa importanza pubblica del municipio, della piazza centrale, della chiesa per chi crede o degli altri palazzi fondamentali del potere, quelli che della città rappresentano il centro effettivo, quelli attraverso cui passa la vita della città stessa e nei quali si determina la sua quotidianità. Perché la cultura è potere, bisogna tornare a essere ben consapevoli di ciò, anche a discapito di quel “potere” (politico) che invece, conscio della cosa e infastidito da essa, ha cercato e sta cercando di sminuirne la portata.
Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.” ha scritto Marguerite Yourcenar. È vero: quando la vita delle comunità sociali era basata molto più sulle cose necessarie piuttosto che su quelle consumisticamente superflue, come oggi, più che i palazzi del potere, le chiese, le caserme o quant’altro di affine, erano i granai i luoghi fondamentali per la vita quotidiana della gente. Perché dal signore democratico così come da quello dispotico si poteva cercare di vivere bene ovvero di sopravvivere, ma senza cibo non si campava, ovvio, né allora né oggi. Ora che di cibo ne abbiamo in sovrabbondanza, è invece il nutrimento per la mente a mancare in modo sempre più drammatico: ecco perché c’è necessità assoluta di (ri)costruire i granai pubblici citati da Yourcenar, per ammassarvi riserve culturali a disposizione di chiunque, in ogni momento e con qualsiasi quantità.
La biblioteca, dunque, deve tornare a essere uno dei centri nevralgici, in senso culturale, sociale ma se possibile pure urbano, della città. Quando scrivo che la sua funzione contemporanea debba essere rinnovata se non ripensata, non intendo certo dire che, in ciò che è stata fino a oggi, ci sia qualcosa che non va. Anzi, meno male che è stata così fino a oggi, la biblioteca pubblica, in molti luoghi unico contesto culturale – insieme alle librerie indipendenti – a far da baluardo contro l’invasione soffocante dei non luoghi del capitalismo consumistico contemporaneo, i quali peraltro stanno pure deprimendo in modo letale l’identità propria delle nostre città, facendo diventare gli stessi loro centri dei non luoghi sostanziali – e la cosa è ancora più drammatica qui da noi, in Italia, dove ogni centro città è un piccolo/grande tesoro, praticamente ovunque.
Tuttavia, appunto, credo sia necessario far tornare la biblioteca un luogo dal quale scorre la vita della città e della gente che la abita, trasformandola nel fondamentale centro culturale cittadino: un luogo fatto di libri e di cultura letteraria ma non solo, anche un contesto aperto a qualsivoglia espressività culturale, artistica, mediatica, che vi faccia da palcoscenico oltre che da coordinamento, che accentri in sé quanto più possibile le iniziative pubbliche in tal senso, che ri-diventi un luogo di incontro pubblico tale e quale alla piazza centrale della città, un posto in cui trovarsi, starsene a chiacchierare, rilassarsi, sempre e comunque circondati dai libri, dalla cultura e da qualsiasi elemento ad essi assimilabile. Ciò a cui sto pensando sono i centri culturali di tipica ispirazione e realizzazione nordeuropea: veri e propri fulcri della vita culturale delle grandi città e dei piccoli paesi, luoghi iconici – spesso anche architettonicamente – la cui presenza sia intesa dai residenti come inevitabile e indispensabile, esattamente come si trattasse della cattedrale cittadina o del municipio, senza i quali il concetto stesso di “città” perderebbe molto del suo senso ordinario. In breve, la biblioteca pubblica dovrebbe diventare un luogo talmente inclusivo e interattivo coi propri utenti da rendere palese, e inevitabile, la percezione del bisogno che si deve avere di essa. Bisogno necessario, appunto, tanto quanto bisogno voluto, ricercato, preteso.
Sì, ok, ma servono soldi!” qualcuno di voi dirà. Vero, innegabile, ma anche no. Servono semmai, in primis, una rinnovata e finalmente costante attenzione da parte delle istituzioni, dunque delle altrettanto rinnovate strategie di valorizzazione di quanto si ha a disposizione – strategie che comportino anche azioni di marketing, di pubbliche relazioni, di pubblica curatela culturale, per così dire, il tutto sempre condiviso con gli utenti. Cose che, a dire il vero, ogni luogo culturale di proprietà collettiva (ancor più di quelli privati) dovrebbe poter e saper mettere in atto, e sovente se non le si fa è soltanto per quel diffuso e letale lassismo istituzionale che pervade molte parti della società civile nostrana – il quale, si badi bene, è sovente fonte di sprechi economici e dissesti finanziari! Siamo certi che, già razionalizzando e “strategicizzando” le risorse economiche a disposizione, non si potrebbe già fare molto più di quanto si fa, senza alcun bisogno di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici? Ecco, appunto.
Al solito, quel mare che tanti vedono tra il dire e il fare è in verità un piccolo ruscello tranquillamente guadabile, se solo si ha la volontà di farlo. Ed è bene che la si trovi alla svelta, tale volontà: l’inverno dello spirito – per usare ancora le parole di Marguerite Yourcenar – qui noi ce l’abbiamo appena dietro l’angolo, ormai. E, nel caso, non sarà solo una brutta stagione per lo spirito ma per ogni cosa, se non sapremo finalmente tornare a costruire la nostra società e la comune vita quotidiana che in essa svolgiamo su una solida e ineluttabile base culturale. Che abbiamo lì, bell’e pronta in centro alle nostre città: da riportare in centro anche al nostro futuro, prima possibile.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.