Éric Chevillard, “Sul Soffitto”

cop-sul-suffittoNella prima (e mi auguro non ultima, ovvero l’inizio di una lunga serie) edizione di quella meravigliosa iniziativa che è stata Modus Legendi, nella quale primeggiò Il posto di Annie Ernaux, personalmente avevo votato per Éric Chevillard e questo suo Sul Soffitto (Del Vecchio Editore, 2015, collana “Formelunghe”, traduzione e postfazione di Gianmaria Finardi; orig. Au plafond, 1997). Era stata una scelta soprattutto istintiva, anche se aveva certamente contato la mia predilezione per le opere dotate d’una considerabile carica umoristica, e il romanzo di Chevillard pareva esserne dotato, a dire delle varie recensioni lette.
Beh, ora che l’ho letto, devo ammettere che raramente come questa volta ho creduto che il (da me) sempre ritenuto affidabile istinto letterario personale avesse preso una bella cantonata. Sul soffitto – storia di un tale il quale, per correggere un difetto di postura infantile, gira con una sedia rovesciata sulla testa che, anche dopo la correzione posturale avvenuta, non molla più sentendosela ormai propria ovvero parte di sé stesso e della sua esistenza e che, con un piccolo gruppo di altri personaggi piuttosto squinternati ergo visti in malo modo dalle persone “normali”, si ritrova a vivere sul soffitto della casa d’una ordinaria famiglia medio-borghese (sì, proprio sul soffitto, a testa in giù, vincendo qualsiasi legge fisica tanto quanto qualsiasi naturale logica del lettore) – Sul soffitto, stavo dicendo, è un’opera a dir poco spiazzante, e non solo per la sua trama che, a ben vedere, non è nemmeno così fondamentale affinché il testo possa letterariamente reggersi in piedi…

eric_chevillard_bal_page_livreurs(Leggete la recensione completa di Sul soffitto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Mario Borghi, “Le cose dell’orologio”

cop_borghiIl tempo. Qualcosa che noi uomini contemporanei, ipertecnologici e superemancipati, crediamo ormai di saper dominare perfettamente. Dimenticando tuttavia che tale dominazione in fondo è legata alla semplice esistenza di uno strumento di misurazione diffuso capillarmente e d’uso comune – l’orologio, certo – ma ciò non toglie che, senza di esso ovvero se in qualche modo ne fossimo privati, l’uomo contemporaneo ben difficilmente si potrebbe sentire un “dominatore” del tempo altrettanto sicuro di sé – a parte soltanto che per il ciclo notte/giorno, forse.
E se, al proposito, a sparire fosse un orologio di quelli strategici, di quelli la cui utilità è strettamente legata al luogo in cui si trova tanto da esserne un simbolo ineluttabile  – l’orologio di una stazione ferroviaria, ad esempio, così emblematico nella sua funzione di misuratore del tempo “ufficiale” e pubblicamente riconosciuto al punto di essere così titolato anche al di fuori del luogo in cui è piazzato?
È quanto succede in Le cose dell’orologio, opera prima di Mario Borghi (Rogas Edizioni, 2016; prefazione di Gaia Conventi): un evento apparentemente senza troppa importanza, il furto dell’orologio di una stazione ferroviaria – peraltro un vecchio orologio bisognoso di manutenzione – ma che invece scatena il finimondo, nemmeno tale evento sancisca la perdita di controllo e di dominio del tempo, appunto, lasciando l’umanità locale nella più totale e cieca confusione cronologica…

10522153_10203151730606730_7391611535817485059_n(Leggete la recensione completa di Le cose dell’orologio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Giuseppe Culicchia, “Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità”

cop_misonopersoCredo che se avessimo la capacità di comprendere quanto di ciò che quotidianamente pensiamo, diciamo e facciamo è infarcito di luoghi comuni – in bene e in male, sia chiaro, anche se tempo soprattutto la seconda – avremmo pure la lucidità di restarne sconcertati. E se un tempo il luogo comune, quantunque spesso scaturente dalla più fantasiosa (quando non retriva) suggestione popolare, poteva contribuire alla saggezza popolare diffusa anche trasformandosi in proverbi, oggi pare che in esso si condensi la più superficiale incultura, quella che di frequente risulta alquanto antitetica ad una ordinaria meditazione intellettuale e, semmai, ben più affine a moti di pancia alquanto bifolchi i quali hanno trovato un nuovo e perfetto locus communis (la locuzione latina da cui deriva la definizione moderna) nel web e nei social.
Se tuttavia la capacità e la lucidità citate in principio di questo scritto non le possediamo – o ignoriamo di possederle – non potremo non apprezzare il notevole aiuto che in tal senso ci porge Giuseppe Culicchia con la sua ultima opera Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016) il cui sotto (o secondo) titolo appare fin da subito come il vero input programmatico del libro, sia perché ne spiega indubitabilmente la forma – un vero e proprio dizionario con, in rigoroso ordine alfabetico, centinaia di parole alle quali si associano altrettanti luoghi comuni oltre che svariati aneddoti autobiografici e non che l’autore racconta – e sia perché rimarca in modo ugualmente inequivocabile da cosa quei luoghi comuni derivano ovvero cosa denotano di chi li usa (continua…)

giuseppe-culicchia-a-chiasso-chiassoletteraria(Leggete la recensione completa di Mi sono perso in un luogo comune cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Mirella Tenderini, “Le nevi dell’Equatore”

cop_nevi_equatoreCredo che se tutt’oggi si raccontasse a molta gente comune (definizione qui con accezione del tutto letterale e neutra, sia chiaro) che nel bel mezzo dell’Africa, lungo la linea dell’Equatore e dunque in una zona del mondo che immediatamente richiama alla mente caldo infernale, zone desertiche e savane, leoni, giraffe, elefanti e quant’altro di affine, vi siano montagne con cime innevate e ampi ghiacciai, in tanti storcerebbero il naso e non ci crederebbero granché.
In fondo, da questo punto di vista, la situazione non è cambiata molto da quasi 170 fa, quando i primi esploratori europei presero a raccontare di altissime montagne scintillanti di ghiacci eterni al centro del “continente nero”, venendo presi per visionari in preda ad allucinazioni da febbre malarica o cose del genere. D’altro canto, un po’ per lo stesso motivo, l’aura leggendaria che allora circondava le tre grandi montagne africane, Kilimanjaro, Kenya e Ruwenzori, resiste ancora adesso, continuando ad affascinare gli alpinisti contemporanei che decidono di calcarne le vette massime e nonostante anche lì sia in atto un regresso delle superfici glaciali che la collocazione geografica non rende meno drammatico di quello in corso sulle Alpi o ai Poli.
E’ un’aura leggendaria che affascina anche a distanza, anche chi legga della sua essenza seduto su una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza dacché scaturente da una storia altrettanto leggendaria, nel bene e nel male, che Mirella Tenderini – una delle migliori scrittrici di alpinismo ed esplorazione in circolazione – narra ne Le nevi dell’Equatore (Alpine Studio, 2012; 1a ediz. CDA&Vivalda Editori, 2000).
In effetti la storia della conquista delle più alte montagne africane è assolutamente emblematica della parallela conquista – dovrei usare il termine “colonizzazione”, ma il primo credo renda meglio l’idea – della parte interna dell’Africa da parte degli europei, ovvero è assai significativa di quello storico travaglio che ha caratterizzato il continente tra Settecento e Novecento (e che continua tutt’ora)… (continua)

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Claudio Venturelli, “I bei luoghi dell’Italia nascosta”

cop_venturelliChe l’Italia sia un paese traboccante di bellezze storiche, archeologiche, architettoniche, artistiche, paesaggistiche e culturali in genere è ormai cosa pleonastica di rimarcare. Che vi sia la necessità costante, se non crescente, di farle conoscere, soprattutto quando non siano tra quelle già osannate dalle guide turistiche e dunque abbondantemente visitate dai turisti di tutto il mondo, lo è altrettanto. D’altro canto all’Italia sovente si contesta, giustamente, il non saper adeguatamente valorizzare – in ogni senso questo termine può possedere – un così sconfinato tesoro di bellezza, ergo ogni voce di qualsiasi tono in grado di confutare quella contestazione è utile e preziosa.
Una di esse, di “tono” cinematografico, è stata Il Racconto dei Racconti, il film di Matteo Garrone presentato a Cannes nel 2015, interamente girato in locations italiane spesso poco conosciute ovvero fuori dai classici circuiti turistici ma di grande bellezza e fascino. Luoghi che, per tale motivo, sono stati uniti in un virtuale tour alternativo di turismo culturale dal libro di Claudio Venturelli I bei luoghi dell’Italia nascosta, (Editrice Historica, collana Petit Cahier di Viaggio 2016), sorta di guida molto pratica alla loro scoperta e visita. Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia, località quasi sempre legate a piccoli borghi di provincia immersi nella campagna, tra le cui vecchie case apparentemente insignificanti si celano veri e propri capolavori di arte, architettura e Natura…

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