Annie Ernaux, “Il Posto” (L’Orma Editore)

13087440_1573722166261547_923893955661501395_nHo parlato più volte di Modus Legendi qui nel blog, la “rivoluzione gentile” (come l’ha definita Loredana Lipperini) che s’è proposta di ridare voce e potere ai lettori ottenendo un successo che per il mercato editoriale nostrano ha quasi dell’incredibile: mandare in classifica il romanzo di un editore indipendente col solo appoggio dei suoi lettori e senza tutto il battage promozionale che soltanto i grandi editori possono mettere in atto per i propri (spesso assai discutibili) volumi.
Ecco, il romanzo più votato (e dunque acquistato) dai partecipanti a Modus Legendi e poi, appunto, finito in classifica di vendita – peraltro con posizione assai alta: 3° posto nella narrativa straniera e 11° in quella generale – è uno dei più noti (ma non in Italia, almeno fino a qualche settimana fa!) della scrittrice francese Annie Ernaux, Il Posto (L’Orma Editore, Roma, 2014, traduzione di Lorenzo Flabbi; orig. La place). Anche se, è bene precisarlo subito, definire Il posto un “romanzo” non è del tutto corretto, se non fuorviante, sia nella forma che nella sostanza: è semmai una sorta di racconto lungo (supera di poco le 100 pagine) in forma di biografia, ovvero la razionale e rigorosa narrazione della vita e delle opere del padre della scrittrice strutturata soprattutto in brevi paragrafi che potrebbero quasi ricordare le didascalie di tante fotografie, in cui descrivere con la massima semplicità e chiarezza ciò che in esse è raffigurato senza dare spazio a nulla di correlabile, in senso mnemonico, emotivo, affettivo, nostalgico o quant’altro. Una biografia paterna che, d’altro canto, è pure un’autobiografia indiretta, nella quale Annie Ernaux racconta anche sé stessa in veste di “attrice non protagonista” tuttavia sempre presente, non solo in quanto narratrice ma anche, e soprattutto, come personaggio di riferimento del padre (e viceversa) lungo l’intera sua esistenza. La narrazione diviene dunque un’analisi interiore ed esteriore di un intero mondo, anzi, di più “mondi” concentrici: quello familiare, attorno quello dei luoghi di vita, attorno ancora quello della società civile, della Francia del Novecento, di una cultura, di una peculiare antropologia e di un’altrettanto significativa sociologia delle quali il padre della scrittrice è simbolo, testimonianza, prodotto e, per così dire, “vittima” – ma lo è essa stessa, figlia di tal padre e di quello specifico spazio-tempo entro il quale la narrazione si dipana.
Per raccontare tutto ciò, Annie Ernaux elabora e rifinisce una scrittura che fa “assurgere l’esperienza individuale ad una dimensione universale” – come recita la presentazione de Il posto nel risvolto di copertina. Una scrittura, dunque, ripulita da qualsiasi cenno emozionale, scavata, smussata, minimalizzata e razionalizzata oltre qualsiasi limite “personalizzante”, quasi privata a forza di identità – quantunque qui e là nel testo emergano, inevitabilmente, pur minimi momenti di coinvolgimento emotivo a volte rilevabili proprio dalla costante ricerca (letteraria) di impassibilità, della parola più giusta e più neutra, dell’intento di dotare ciascuna di un proprio senso preciso e inequivocabile così da evitare ogni altro eventuale approfondimento narrativo, sprecando altre parole non necessarie.
Di contro, è la stessa Ernaux, in alcune “pause” nel corso della narrazione, a rilevare questo suo intento – e sforzo non indifferente, mi viene da pensare: “Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. (…) Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentire davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.” (pagg.41-42)
Il tentativo, dunque, di fissare nel testo un’immagine paterna – e familiare e dunque pure autobiografica, appunto – che resti il più possibile pura, genuina, aderente alla realtà e alla verità, quindi in qualche modo incorruttibile. La razionale didascalia di una rappresentazione della realtà oggettiva, giammai di una visione, un ricordo o una raffigurazione personale. E, forse, anche il tentativo di un omaggio postumo ad una persona con la quale il rapporto non si sviluppò come doveva, con la necessaria ampiezza e profondità: “Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci.” (pag.78) Evidenze che nei rapporti tra persone, ancor più negli ambiti familiari più stretti, purtroppo sovente emergono solo con la lontananza, la mancanza, solo dopo la scomparsa.
Ora: il pregio maggiore de Il posto, e della scrittura di Annie Ernaux, è forse anche il suo maggior difetto. Una scrittura così tesa, così tanto affinata ed emotivamente razionalizzata quantunque narrante della vita di un padre, rischia di rendere il proprio intendo di ricerca di distacco emozionale e di non complicità con la narrazione eseguita un motivo di similare distanza da parte del lettore il quale, piuttosto di ritrovarsi nelle parole lette dacché trasportate dall’esperienza individuale alla dimensione universale, potrebbe intendere il tutto come mera ed eccessiva imperturbabilità – o freddezza, appunto. Voluto, funzionale, ottenuto con sacrificio, ma di contro piuttosto “de-coinvolgente” il lettore. Non amo per nulla lo sproloquio emozionale di certi romanzi, nei quali la sfera personale reale dei personaggi viene oltre modo sensazionalizzata per palesi fini di stupefazione; di contro, trovo l’impassibilità narrativa (pur funzionale alla specificità del testo) di Annie Ernaux un filo scombussolante e, se così posso dire, scioccante. Ribadisco: è un gran pregio dell’autrice quello di essere riuscita a formulare e strutturare una scrittura così efficace, dal punto di vista narrativo, ma tale iper-razionalità trovo vada a scapito del valore letterario nonché del lascito emozionale di cui il lettore può godere a fine lettura.
Forse è la stessa autrice, in fondo, a sottolineare per sé stessa una sensazione simile, quando afferma “Naturalmente, nessuna gioia di scrivere” – col relativo rischio, ribadisco, di una paragonabile lettura: ma sono certo che la Ernaux sapesse (e sappia) bene tutto ciò. Per questo Il posto è un libro che va al di là di mere considerazioni critiche, che quasi rientra nell’ambito della testimonianza storica più che della narrativa intesa come “romanzo”, e che genera per sé un valore peculiare che può e deve essere colto, o non colto, da ogni singolo lettore.

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