Se non esistessero librerie e biblioteche, dove li metteremmo i libri? (Eric Chevillard dixit)

Dopo due mesi, quando gli scavatori avevano ormai fatto piazza pulita e le squadre ingaggiate per i lavori strutturali erano appena subentrate, la costruzione della biblioteca fu interrotta per ordine dei pubblici poteri e, simultaneamente, suppongo, mi auguro, tutti i lavori di scrittura in corso – perché, in queste condizioni, che fare delle opere pubblicate di recente, dove sistemarle, classificarle, catalogarle, schedarle e poi fregarsene, dove stoccarle, come disfarsene? A meno che ovviamente non sia l’improvvisa e generale resa degli scrittori – a che pro scrivere? – ad aver provocato la chiusura del cantiere.

(Éric Chevillard, Sul Soffitto, Del Vecchio Editore, 2015, collana “Formelunghe”, traduzione di Gianmaria Finardi, pagg.22-23.)

Nel suo particolare stile razionalmente assurdo, Chevillard ripropone una questione “sotterranea” per tutte le forme espressive artistiche ma che nella letteratura – contemporanea, soprattutto – è forse più evidente: se per assurdo (appunto) i libri non fossero letti da nessuno, se non esistessero scaffali di librerie o di biblioteche che li esponessero, verrebbero comunque scritti? O la scrittura – e gli scrittori – svanirebbero di colpo?
È questione nascosta, come detto, ma a dir poco fondamentale, dacché punta direttamente al senso dello scrivere (nell’epoca contemporanea dell’immagine imperante e della social-visibilità come ragione di vita ancor più, ribadisco) anche al di là della mera evidenza primigenia dell’arte come trasmissione di un messaggio, una storia, una narrazione o che altro.
Oggi, sembrerebbe avvenire qualcosa di opposto: le librerie chiudono perché calano i lettori ma di libri se ne pubblicano sempre di più. E se invece non fosse così opposta, tale situazione? Se l’estinzione (drammatizzo, sì) dei lettori fosse tragicamente propedeutica a quella degli scrittori ovvero, cosa in verità più importante, della scrittura?
È un ragionamento assurdo, lo ribadisco. Ma spesso ragionare per assurdità permette di prevedere e capire la (futura, ma non solo) realtà delle cose meglio di molti altri metodi.

Éric Chevillard, “Sul Soffitto”

cop-sul-suffittoNella prima (e mi auguro non ultima, ovvero l’inizio di una lunga serie) edizione di quella meravigliosa iniziativa che è stata Modus Legendi, nella quale primeggiò Il posto di Annie Ernaux, personalmente avevo votato per Éric Chevillard e questo suo Sul Soffitto (Del Vecchio Editore, 2015, collana “Formelunghe”, traduzione e postfazione di Gianmaria Finardi; orig. Au plafond, 1997). Era stata una scelta soprattutto istintiva, anche se aveva certamente contato la mia predilezione per le opere dotate d’una considerabile carica umoristica, e il romanzo di Chevillard pareva esserne dotato, a dire delle varie recensioni lette.
Beh, ora che l’ho letto, devo ammettere che raramente come questa volta ho creduto che il (da me) sempre ritenuto affidabile istinto letterario personale avesse preso una bella cantonata. Sul soffitto – storia di un tale il quale, per correggere un difetto di postura infantile, gira con una sedia rovesciata sulla testa che, anche dopo la correzione posturale avvenuta, non molla più sentendosela ormai propria ovvero parte di sé stesso e della sua esistenza e che, con un piccolo gruppo di altri personaggi piuttosto squinternati ergo visti in malo modo dalle persone “normali”, si ritrova a vivere sul soffitto della casa d’una ordinaria famiglia medio-borghese (sì, proprio sul soffitto, a testa in giù, vincendo qualsiasi legge fisica tanto quanto qualsiasi naturale logica del lettore) – Sul soffitto, stavo dicendo, è un’opera a dir poco spiazzante, e non solo per la sua trama che, a ben vedere, non è nemmeno così fondamentale affinché il testo possa letterariamente reggersi in piedi…

eric_chevillard_bal_page_livreurs(Leggete la recensione completa di Sul soffitto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)