Mario Borghi, “Le cose dell’orologio” (Rogas Edizioni)

cop_borghiIl tempo. Qualcosa che noi uomini contemporanei, ipertecnologici e superemancipati, crediamo ormai di saper dominare perfettamente. Dimenticando tuttavia che tale dominazione in fondo è legata alla semplice esistenza di uno strumento di misurazione diffuso capillarmente e d’uso comune – l’orologio, certo – ma ciò non toglie che, senza di esso ovvero se in qualche modo ne fossimo privati, l’uomo contemporaneo ben difficilmente si potrebbe sentire un “dominatore” del tempo altrettanto sicuro di sé – a parte soltanto che per il ciclo notte/giorno, forse.
E se, al proposito, a sparire fosse un orologio di quelli strategici, di quelli la cui utilità è strettamente legata al luogo in cui si trova tanto da esserne un simbolo ineluttabile  – l’orologio di una stazione ferroviaria, ad esempio, così emblematico nella sua funzione di misuratore del tempo “ufficiale” e pubblicamente riconosciuto al punto di essere così titolato anche al di fuori del luogo in cui è piazzato?
È quanto succede in Le cose dell’orologio, opera prima di Mario Borghi (Rogas Edizioni, 2016; prefazione di Gaia Conventi): un evento apparentemente senza troppa importanza, il furto dell’orologio di una stazione ferroviaria – peraltro un vecchio orologio bisognoso di manutenzione – ma che invece scatena il finimondo, nemmeno tale evento sancisca la perdita di controllo e di dominio del tempo, appunto, lasciando l’umanità locale nella più totale e cieca confusione cronologica. Si organizzano comitati di cittadini, sit-in di protesta, fiaccolate, accorate lettere dirette alle più alte sfere istituzionali… – atti numerosi e frenetici, insomma, di uno psicodramma comunitario i cui attori principali sono una classica comare di paese, la signorina Piccionetti, il maresciallo della locale stazione dei Carabinieri, da lei corteggiato, il capostazione, un meccanico rovinafamiglie, un criminale filosofo e, ultimo ma non ultimo, l’io narrante del romanzo, il ladro dell’orologio.
Tuttavia, il vero e ineluttabile protagonista di Le cose dell’orologio è proprio il tempo. Quello che, in forza del furto dell’orologio, e dunque nella mancanza visiva delle sue lancette cronometranti, sembra effettivamente sospendersi o meglio perdere consistenza, svanire, generando una sorta di limbo temporale nel quale numerose vicende umane si palesano, si rivelano per ciò che non sembravano, si intrecciano e si scontrano, come se lo scorrere ordinario delle ore e dei minuti fungesse loro da rotta da seguire mentre ora, senza più quello, esse si ritrovino a vagare smarrite e prive di una direzione (cronologica, ma non solo) cui attenersi. Si forma per tutto ciò un groviglio grottesco e paradossale, che la stessa narrazione di Borghi palesa col suo rincorrere a volte frenetico le varie vicende e le realtà che in esse si manifestano.
Ma – ragionando relativisticamente, per così dire – se non c’è più il tempo, come può esserci uno spazio? Se le due dimensione risultano strettamente correlate e una di esse perde formalmente ogni valore, inevitabilmente anche l’altra lo perde – moltiplicando qualsiasi numero per zero, cioè il “nulla” matematico, il risultato sarà ugualmente nulla/zero! – e dunque anche la realtà che su quei due elementi si regge a sua volta perde ogni valore, lasciando il posto ad altre realtà (e relative verità) assolutamente fittizie eppure imposte come effettive e ritenute tali dal solito vox populi vox dei. Come scrive Gaia Conventi nella prefazione al romanzo, “la verità potrebbe essere semplice, ma le ricostruzioni efficacemente pilotate rendono maggior giustizia, non tanto alla Giustizia quanto alle aspettative della platea” ma, paradossalmente, il furto dell’orologio ovvero la “sparizione del tempo”, piuttosto che permettere finalmente ai protagonisti del romanzo (quanto mai metaforici, in questo caso) di approfittarne per fermarsi a loro volta e prendersi tutto il (non)tempo necessario per riflettere con calma e saggezza sulla realtà d’intorno, fa invece perdere loro il controllo della situazione, e definitivamente. Ancor più, ciò, per un evento imprevisto che alla fine risolverà il giallo della sparizione dell’orologio invero senza risolverlo affatto: perché se non c’è più a disposizione un orologio col quale si possa misurare il tempo e dire con precisione che ore sono, chiunque si sentirà autorizzato a dare una propria risposta – le 10 del mattino oppure mezzogiorno o le due del pomeriggio: senza una verità accertata, ogni confutazione, supposizione, congettura, anche se palesemente strampalata, è ammessa.
Le cose dell’orologio è un romanzo dalla spiccata vena surreale e tragicomica, dalla narrazione rapida e breve anche se in certi casi un poco straniante, che riflette su come certe realtà del tutto semplici, banali e ordinarie finiscano per essere credute straordinarie senza alcun motivo, se non per un mero autocompiacimento collettivo e condiviso nei confronti di quella stoltezza che oggi, nell’uomo contemporaneo, pare ormai elevata definitivamente al rango di virtù necessaria per vivere al massimo ovvero più leggermente e in totale spensieratezza – intesa proprio come assenza di pensiero, ecco. Ovvero nel modo che all’uomo contemporaneo non dovrebbe competere, almeno per quello che pretende di essere considerato ipertecnologico e superemancipato.

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