The summer is… Monet!

Poche cose come le opere d’arte dell’impressionismo riescono a trasmettere compiutamente il senso dell’estate, e pochi artisti come Claude Monet lo sanno fare con tanta potenza e suggestione. Se devo cercare qualcosa, nella mia mente, che mi ricordi l’estate, e che la rappresenti nel modo più vivido, è quasi sempre una delle opere del pittore francese che mi appare, come I papaveri (in alto a sinistra) o Passeggiata sulla scogliera a Pourville (a destra), nelle quali i colori, la luminosità, il cielo con le sue nubi bianche, il paesaggio accogliente e avvolgente, l’impressione di movimento della scena come per una leggera brezza e ogni altra cosa riproduce vividamente il momento estivo con tutte le sue peculiarità, il suo calore, la sua energia sfavillante, persino i suoi tipici suoni – il frinire delle cicale nei campi, lo sciabordio delle onde del mare, il tenue fruscio delle foglie degli alberi mossi dal vento.

Anche se, devo dire, tra le opere di Monet che più mi fanno pensare all’estate, nel senso che appena me la ritrovo davanti me la sento dentro, la stagione estiva, anche a metà gennaio, è forse Terrazza a Sainte-Adresse (qui sopra), che in verità raffigura una scena primaverile.
D’altro canto, la bellezza e la forza della grande arte è anche quella di saper valicare qualsiasi limite percettivo, di non rimanere confinata alla cognizione immediata del soggetto ritratto ma di ampliarla verso direzioni, visioni e impressioni anche lontanissime e assai differenti, ampliando così anche la stessa realtà ritratta con tutti i suoi significati nonché l’animo di chi la fruisce. Che sia su una tela oppure nel paesaggio, en plein air appunto.

Fissare lo spazio per non far sfuggire il tempo

[Immagine tratta da https://www.tellerk.com/it/portfolio/drawings/%5D

Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.

(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribunenr.53, gennaio-febbraio 2020.)

Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre  ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.

E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.

Se la cultura deve far solo “divertire”

[Foto di Alexas_Fotos da Pixabay]

Come in occasione della scomparsa di Germano Celant, anche l’infelice frase che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la sera del 13 maggio scorso durante la presentazione del Decreto Rilancio ha suscitato scalpore e indignazione nel mondo dell’arte. “La cultura, non dimentichiamo questo settore, abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e appassionare…”: queste le ‒ ormai famigerate – espressioni incriminate.
Ma, esattamente come nel caso precedente – il peso quasi nullo sui media nazionali della scomparsa del più famoso critico e curatore italiano – anche questo nuovo episodio non avrebbe forse dovuto scatenare una reazione del genere. […] Invece che scaldarci e scandalizzarci, avremmo dovuto piuttosto ringraziare Giuseppe Conte perché, con una semplice frase ci ha illustrato la concezione che governo e classe dirigente hanno – e non da oggi – di arte e cultura.
Qualcosa cioè che rassicura, che facilita l’evasione, che intrattiene; che non pone problemi, che smussa le contraddizioni e i conflitti – invece che farli emergere e deflagrare. Certamente non un disturbo, o una critica. Qualcosa che, appunto, con simpatia e positività, “diverte e appassiona”. In effetti, è un ritratto fedelissimo di ciò che, da anni e decenni, è considerata la produzione artistica e culturale in Italia. […]

Christian Caliandro, sempre interessante e illuminante, qui in un brano del suo articolo L’arte rotta (XVIII). La fatica del cambiamento su “Artribune” lo scorso 18 maggio; cliccate sull’immagine in testa al post per leggere il testo nella sua interezza.
Dunque… quanto tempo è passato dalla volta che quel tizio disse «con la cultura non si mangia»? Una decina, circa. Ecco, siamo sempre lì, fermi sul quel principio di ribrezzo verso la cultura, perché in ItaGlia le tradizioni vanno sempre salvaguardate, no? Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, gli uomini, le idee e le ideologie (all’apparenza) ma, appunto, certi princìpi fondamentali restano ben saldi. E guai a toccarli, sia chiaro: mica che il paese rischi di non far più ridere e divertire le altre nazioni come accade ormai da parecchi lustri, eh!

Christo

[Foto di Oscar Wagenmans, Opera propria, CC BY-SA 4.0: fonte dell’immagine, qui.]

Lei ha spesso affermato che la sua arte è inutile, non c’è un messaggio politico all’interno, qual è allora il senso di queste enormi installazioni?
Arte per me significa creare opere vive che sono lì per essere partecipate dal pubblico. I nostri sono lavori di gioia e bellezza, per noi che li costruiamo e per le persone che li vivono.

(Christo Yavachev, da un’intervista su “Elle Decor” del febbraio 2018. Nell’immagine, Wrapped Reichstag, Berlin, 1971-95, a mio modo di vedere una delle opere in assoluto più potenti e emblematiche di Christo e Jeanne-Claude: un simbolo così evidente e imponente del potere politico, peraltro di uno dei paesi più importanti al mondo, impacchettato e nascosto in modo da renderlo indefinito, per certi aspetti misterioso ed evanescente, facendogli così acquisire un valore e un’attenzione pubblica totalmente differenti da quelle istituzionali normalmente riconosciute ma, pure, bloccando dentro il pacco questo suo valore ordinario – ovviamente soprattutto politico, appunto – annullandone almeno simbolicamente la forza e l’influenza. Nonostante quelle sue parole sornione, tipiche dell’animo sottile e sagace di un autentico grande artista.)

Una gran foto

Ecco, questa gran foto di Claudio Stefanoni (titolo: Aeroporto di Malpensa) – onirica e straniante, determinata eppure sfuggente, così sospesa in una dimensione spaziotemporale interrotta, talmente obiettiva da apparire surreale o forse, per meglio dire, capace di fissare l’attimo in cui reale e surreale si fondono facendosi indistinti – è forse quella che, tra molte altre viste in giro, tanto belle quanto ovvie, potrebbe meglio rappresentare i due mesi di lock down trascorsi e parimenti ben materializzare i timori e le ansie per un suo ritorno, in un eventuale malaugurato futuro prossimo.

Applausi!