Un invito “calorosamente glaciale” per domani sera al Rifugio Zoia in Valmalenco

Vi avviso: sto per invitarvi calorosamente a un evento glaciale! 😄

Lo so, a leggerla così sembra una contraddizione in termini (e non solo in questi), ma non c’è alcuna irrazionalità se l’invito è per l’incontro nel quale domani sera 12 settembre, al Rifugio Zoia in Valmalenco, Michele Comi, nella sua veste di guida alpina intimamente legata ai monti malenchi (non solo per motivi di residenza) nonché in questo caso di stimato geologo, dialogherà con Giovanni Baccolo, altrettanto stimato glaciologo, ricercatore, divulgatore scientifico nonché scrittore, intorno al suo mirabile libro I ghiacciai raccontano: una lettura affascinante che esplora il mondo dei ghiacci del nostro pianeta, gli aspetti scientifici e culturali, le vicende umane storiche e attuali, la realtà corrente e gli scenari futuri, il tutto in un testo dallo stile letterario sempre comprensibile, anche da chi di ghiacciai non sa nulla, e coinvolgente.

Peraltro l’incontro di domani sera rappresenta l’evento di chiusura di “VALMALEGGO” 2025, ormai non più solo la più elevata – per quota altimetrica e qualità tematica – rassegna letteraria delle Alpi ma pure la più intrigante, appunto, e che anche in questa edizione, curata da Marina Morpurgo e il cui tema di fondo è stato proprio «Letture di neve e di ghiaccio», ha raccolto un notevole successo di pubblico e di consensi.

Dunque, rinnovo il calore di questo mio invito – anche perché almeno questo non contribuirà a fondere i già fin troppo sofferenti ghiacciai delle nostre montagne – a partecipare all’incontro al Rifugio Zoia. Sarà una serata affascinante e illuminante, garantito!

Cose che in montagna non dovrebbero mai essere ovvie

[Immagine AI di ©fotoagh.itAlessandro Ghezzer, tratta dalla sua pagina Facebook.]
Tutte queste persone che frequentano le montagne perché «la natura è bella!», «per l’aria pura!», per «il silenzio, il relax…» e poi pretendono di arrivarci in auto e di trovare parcheggi ampi e comodi, di camminare e pedalare su percorsi privi di asperità, di mangiare e bere in rifugio come al ristorante in città, di avere la neve sulle piste da sci anche se intorno ci sono i prati e fa caldo, magari pure di trovare sempre il tempo bello altrimenti disdicono la prenotazione… è evidente che non vogliono frequentare veramente le montagne ma delle città a forma di montagna.

Però la colpa non è tutta loro, a ben vedere, se chi gestisce i territori montani, amministrativamente e turisticamente, invece di far loro capire che la montagna non è come la città si impegnano a ricreare la città in montagna! E lo fanno non tanto per accontentare quei turisti ignari di cosa sia veramente (e al posto di educarli alla sua frequentazione consapevole), ma perché trasformare la montagna in città significa infrastrutturarla, cementificala, asfaltarla… progetti, finanziamenti, appalti, contratti, opere, eccetera. E conseguenti articoli sui media, slogan, propaganda, potere; di contro, nulla o quasi che venga realizzato a favore delle comunità residenti le quali, anzi, vengono sempre più private di servizi e beni collettivi. Il bene delle comunità di montagna ormai fa molta meno notizia e procura minori tornaconti di nuovi mirabolanti infrastrutture e di record di presenze turistiche, è evidente.

Lo so, sto affermando delle ovvietà, in un sacco di posti sulle nostre montagne succede qualcosa del genere, più o meno pesantemente. Ma può essere altrettanto ovvio che si debba tollerare tutto ciò senza chiedere agli amministratori pubblici di tornare a fare gli interessi dei territori e delle comunità invece di quelli delle loro “consorterie” – interessi legittimi giuridicamente (si spera) ma per nulla civicamente, socialmente, ambientalmente, culturalmente, politicamente?

È questa, a mio parere, la cosa che non può e non deve essere ovvia, ben più che la prima.

Stefano Benni, «Lupo» appenninico

Così, anche Stefano Benni ha scelto di andare a raccontare le sue mirabolanti storie, tanto divertenti e surreali quanto profonde e illuminanti, in altre dimensioni ultraterrene.

I suoi libri sono tra i più divertenti che abbia mai letto ma, appunto, capaci di suscitare uno spasso mai fine a se stesso, sempre intelligente e misurato, un divertimento che da subito – appena si legge e si sorride – sedimenta nell’animo qualcosa di indefinibilmente e inestimabilmente fruttuoso, che sai che ti darà beneficio e ti potrà venire utile, prima o poi, nel vivere e cercare di capire il mondo.

E mi viene da pensare che tali doti letterarie, e non solo tali, Benni le abbia sviluppate anche grazie ai propri natali montani, nel piccolo borgo di Biolo in comune di Monzuno tra i monti boscosi e misteriosi (nonché misterici) dell’Appennino Bolognese. «Mi chiamano Lupo perché sono nato a Monzuno e quand’ero piccolo i lupi erano fuori dalla porta di casa», raccontava qui. «Vi passai molto tempo, la mia casa fu distrutta dal passaggio dell’autostrada. Ho cominciato presto a fare i conti con la speculazione: quell’arteria era necessaria, ma non fatta in quel modo».

[Uno scorcio dei monti intorno a Monzuno, dove nacque Benni. Immagine tratta da www.slowactivetours.com.]
La montagna “italiana”, insomma, nelle sue grandi bellezze e nelle bruttezze ad essa imposte da uomini probabilmente incapaci di ridere, temo. Forse anche per questo ci teneva molto a quel suo soprannome lupesco e aveva capito che ci voleva più umorismo, più intelligenza e più cultura in questo nostro mondo.

RIP.

Ci sono i “draghi” al Passo di Emet?

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze estive in Valle Spluga, presso il confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile il cui superamento esponesse a chissà quali pericoli ovvero sembrasse in qualche modo “immorale”. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, dicevano gli antichi Romani in queste circostanze. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi anche lassù, oltre il crinale, così richiamando numerose simili superstizioni un tempo diffuse ovunque sulle Alpi.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno. Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè, con sguardo più consapevoli, vidi che non c’era nulla da vedere sul terreno, niente linee rosse o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico vero con-fine (il punto in cui si congiungono due cose che “finiscono”, come rimarca il significato originario del termine, opposto al senso con il quale lo si intende oggi) era quello fisico, del passo alpino da superare alla testata di una valle e al principio dell’altra.

Hic absunt dracones, esattamente.

Come identificato nel titolo, il valico di confine in questione è il Passo di Emet / Pass da Niemet, posto tra i 2280 e i 2294  m di quota tra la Val Scalcoggia, laterale della Valle Spluga o Val San Giacomo, e la Val Niemet, laterale della Val Ferrera nel Canton Grigioni; ne vedete alcuni scorci nelle immagini lì sopra. È un luogo che ho trovato profondamente affascinante fin dalle prime volte che da ragazzino vi giunsi, come avete letto, e che, dal mio punto di vista, possiede una bellezza ancestrale che va oltre la mera avvenenza morfologica e ambientale, per molti aspetti quasi mistica. Come se a stare lassù, del nodo geografico che il valico rappresenta (presso il quale non si congiungono solo geografie, popoli e culture ma anche i bacini imbriferi del Reno e del Po, dunque lo stesso continente europeo con il Mare del Nord a settentrione e il Mediterraneo a meridione) potessi percepire la forza vividamente dentro di me sì da sentirmi legato al luogo, appunto, ma nel modo meno costrittivo e più vitale possibile. Nel modo in cui un elemento si lega all’ecosistema a cui appartiene, ecco.

P.S.: il testo che avete letto è tratto e riadattato da Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostMediaBooks nel 2021, al quale ho contribuito con un saggio sul concetto di “confine” intitolato proprio Hic absunt dracones.

Per contrastare l’overtourism bisogna limitare la promozione turistica all’estero?

[Turisti a Lauterbrunnen, nell’Oberland bernese. Immagine tratta da thissplendidshambles.com.]
In Svizzera intorno al tema dell’overtourism è in corso già da tempo un dibattito piuttosto articolato, più che dalle nostre parti, anche in forza della peculiare geografia elvetica che rende molte località turistiche più fragili ed esposte ai rischi di degrado da sovraffollamento rispetto ad altre più capienti e attrezzabili al riguardo, ciò nonostante le infrastrutture e i servizi svizzeri siano notoriamente eccellenti e rappresentino un punto di forza nella gestione dei flussi turistici (basti pensare alla capillare ed efficiente rete dei trasporti pubblici, ferroviari e stradali, grazie ai quali si può raggiungere praticamente ogni villaggio del paese, anche nella più solitaria valle alpina).

Di recente un consigliere nazionale, David Roth, per cercare di contrastare l’eccesso di turismo ha proposto di limitare il più possibile la promozione della Svizzera all’estero. «La popolazione è messa sotto pressione da un turismo diventato eccessivo. Più promozione all’estero significa più pressione sulle risorse locali e sulla qualità della vita dei residenti» sostiene Roth. «Se le località sciistiche puntano sempre più su una clientela internazionale d’élite, i prezzi degli skipass aumentano anche per noi. Nelle città, invece, Airbnb contribuisce ad aggravare la penuria di alloggi.» Questioni per buona parte note anche in Italia, come saprete.

A Roth ha risposto un altro consigliere nazionale, Nicolò Paganini, che è anche il Presidente della Federazione Svizzera del Turismo, affermando che «Vietare la pubblicità sui mercati lontani non è efficace. Non bisogna dimenticare che alcune regioni, soprattutto quelle alpine, dipendono fortemente dal turismo. Soprattutto in bassa stagione, i turisti stranieri aiutano a riempire hotel e ristoranti, garantendo così posti di lavoro durante tutto l’anno

Da questo dibattito la testata elvetica “Tio.ch”, riportando le dichiarazioni dei due parlamentari, ha derivato un sondaggio: la domanda proposta e le relative risposte le vedete qui sotto.

Come si evince, la maggioranza degli svizzeri che ha risposto ritiene che sia giusto limitare la promozione e il marketing turistici della Svizzera all’estero.

Visto che anche l’Italia si impegna parecchio nella promozione turistica dei propri territori, pur se di frequente in modi piuttosto raffazzonati (ve li ricordate i pasticci della campagna “Open to meraviglia”? E il precedente fallimento del portale turistico “Italia.it” con conseguente spreco di soldi pubblici?), e posto che i fenomeni di iperturismo sono sempre più frequenti anche da noi, in particolar modo sulle nostre montagne, con conseguenti proteste frequenti dei residenti delle località coinvolte, quella di agire su un maggior controllo della promozione turistica potrebbe essere una delle possibili soluzione ai nostri problemi “overtourism”? Che ne pensate?

[Overtourism a oltre 3000 metri di quota al Gornergrat, sopra Zermatt. Foto di rhysara da Pixabay.]
Personalmente, dalle due risposte preponderanti del sondaggio, cioè chi da un lato ritiene che si debba agire per limitare le presenze turistiche e dall’altro chi rimarca (giustamente) l’importanza economica del turismo per molte località, trovo di dover ribadire nuovamente la necessità di non fare dell’industria turistica un elemento monoculturale e ancor più “monoeconomico” per i territori, rendendo invece il turismo uno degli elementi di un piano di sviluppo socioeconomico e politico (nel senso originario del termine, di gestione della cosa pubblica) organico dei territori, integrato e armonizzato con le altre economie locali, così che la più consona limitazione delle presenze turistiche derivi fisiologicamente dall’organicità politica suddetta, cioè dal fatto che il turismo non rappresenti l’economia fondamentale, dunque irrinunciabile, quindi per necessità costantemente crescente, ma una delle tante, importante come le altre per cui equilibrata con esse e con l’ambito nel quale si sviluppano, con il territorio e la comunità che lo abita. In parole povere: se un luogo vive di turismo ma anche di altre economie locali, è probabile che non sia così interessato a incrementare di continuo le presenze turistiche, non ne ha bisogno e, anzi, è attento a mantenerle entro un certo limite così che le altre economie attive in loco non ne vengano danneggiate.

Questa, dal mio punto di vista, dovrebbe oggi rappresentare una visione strategica di default per tutti i luoghi turistici. Invece non mi pare di vedere, nella stragrande maggioranza dei casi, né la predisposizione politica (nel senso più ordinario del termine, di chi amministra i territori) necessaria alla sua elaborazione né tanto meno la volontà di avviare una discussione concreta e ben strutturata al riguardo. Nel frattempo i fenomeni iperturistici peggiorano, i territori si degradano e le tensioni con le comunità locali aumentano: se non si fa qualcosa per rimettere in ordine la situazione, nella “miniera d’oro” che secondo molti è il turismo si rischia veramente di rimanere sepolti.