Giovedì prossimo 13 marzo a Milano, per la presentazione del report “Neve Diversa 2025”

Eccovi qui sopra il programma dell’evento di presentazione dell’annuale rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2025”, giovedì 13 marzo a Milano. Come anticipato qualche giorno fa, alla successiva tavola rotonda in programma alle ore 11 parteciperò anch’io, cercando di offrire la mia esperienza maturata nei costanti vagabondaggi alpestri e la conseguente visione sulla possibilità di elaborare da subito e nel futuro prossimo una “montagna diversa”, non più assoggettata come succede ancora oggi al modello turistico sciistico pur in evidente crisi in forza della crisi climatica in atto e delle trasformazioni socioeconomiche del pubblico che frequenta i territori montani.

Ma cosa insegna la realtà attuale alle nostre montagne e alle loro comunità? Cosa insegna a chi le frequenta per diletto e piacere? Quale futuro è possibile e quale sarebbe necessario per i territori montani? Cosa farne dei modelli di frequentazione turistica attuali? Come si può conferire nuovamente alle nostre montagne una dignità politica, economica, sociale, culturale?

Sono alcune delle tante domande alle quali, partendo dallo stato di fatto dell’industria dello sci che “Neve Diversa” ogni anno offre con insuperabile precisione e affidabilità, giovedì 13 a Milano si proverà a dare buone e valide risposte.

Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra, oppure la potete scaricare in formato pdf qui.

Mi auguro che possiate partecipare alla giornata milanese e agli appuntamenti in programma, tutti di notevolissimo interesse e altrettanta importanza per immaginare, pensare e ancor più concretamente per creare insieme la montagna di domani – nonché, per molti versi, noi stessi che la abitiamo e frequentiamo.

Nel caso, ci vediamo a Milano!

Neve Diversa 2025, 13 marzo a Milano: save the date!

Prendete nota e segnatevi l’appuntamento: giovedì 13 marzo a Milano verrà presentato l’annuale rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2025” e, tra i vari relatori che interverranno, vi sarò anch’io.

A breve ne saprete di più al riguardo ma, appunto, save the date!

La solita grande attenzione della politica italiana per le aree interne del paese

[Morterone, in provincia di Lecco, con 33 abitanti uno dei comuni meno popolosi d’Italia. Immagine tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
È sempre molto significativo constatare la grande attenzione e sensibilità (spoiler: sono eufemistico!) da decenni della politica italiana per le “aree interne” del paese, la gran parte delle quali di montagna. Ogni occasione è buona al riguardo, l’ultima è segnalata da “il Post” così (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo):

L’Italia è un paese fatto di “aree interne”, ne rappresentano la principale geografia sociale, antropica e identitaria (più dei litorali e almeno al pari delle città d’arte) oltre che un serbatoio di potenzialità socioeconomiche e culturali inestimabile e fondamentale nella realtà in divenire per il futuro del paese, ma da tempo la politica le ha abbandonate al loro destino, semmai trasformandole in ambiti sfruttabili soltanto attraverso modelli economico-consumistici deviati come quelli del turismo di massa, spacciati per “sviluppo” (pure “sostenibile”, ora) ma in concreto divenuti fonte di crescente degrado.

Si blatera tanto di “salvaguardia” di tali aree non metropolitane, di “lotta allo spopolamento”, di rinascita, di economie circolari locali e di quanto campagne e montagne possano garantire “benessere” rispetto alle città caotiche e inquinate, ma poi ai piccoli comuni da decenni si continua a tagliare qualsiasi cosa, a partire dai servizi di base, a togliere fondi e finanziamenti, tutte cose che alimentano proprio ciò che si dice di voler contrastare l’abbandono dei territori e lo spopolamento; nel frattempo la tanto decantata “Strategia Nazionale per le Aree Interne”, varata ormai più di dieci anni fa, si sta rivelando un (ennesimo) fallimento ovvero dell’altro fumo negli occhi dei piccoli comuni, e parimenti si continuano a spingere e finanziare con centinaia di milioni di Euro pubblici progetti di sfruttamento turistico e infrastrutturale che impattano sui territori consumandone l’ambiente, le risorse, le culture, le identità, così accelerandone ancora di più il degrado socioeconomico.

Ha mille ragioni l’amico Marco Bussone, presidente dell’Unione nazionale comuni comunità enti montani (UNCEM), citato da “Il Post”: «La decisione del governo avrà un impatto negativo su un complesso di comuni già molto fragile e frammentato. Per Bussone sarebbe urgente promuovere una riforma che realizzi più unioni di comuni, cioè forme di associazione tra comuni confinanti che mantengono una certa autonomia (le amministrazioni non vengono fuse tra loro) ma condividono la gestione di alcune funzioni e servizi». Verissimo, giustissimo. Ma – mi permetto di vaneggiare – in forza di ciò che è la politica italiana (tutta, sia chiaro) e del suo sostanziale menefreghismo di lungo corso su tali questioni (in fondo la decadenza politica delle aree interne italiane e della montagna in particolare si sviluppa fin dall’Unità d’Italia) chi ci dice che poi, ad esempio, fusi i comuni con mille abitanti per fare uno solo da quattromila, quella politica non rimoduli lo stesso modello menefreghistico ai comuni con meno di cinquemila abitanti? E poi a quelli con meno di settemila, poi di diecimila, poi a quelli sopra i mille metri di quota o sotto i duemila oppure più o meno estesi… eccetera, ecco.

O vogliamo/possiamo sperare che nel frattempo le finanze del paese migliorino così tanto da consentire ai futuri governi di invertire il modus operandi attuale e invece di tagliare fondi elargire un sacco di finanziamenti alle aree interne del paese? Speriamo, certo, non ci costa nulla – almeno questo no!

Lo so, sono diffidente, pessimista e pure sprezzante, ma faccio molta fatica a non esserlo.

 

I trasporti pubblici in montagna: indispensabili per le comunità, superflui per la politica

[Veduta panoramica di Alice Superiore e delle sue montagne. Immagine tratta da  https://visitvaldichy.it/storia-di-alice-superiore.]

Dal centro di Alice Superiore passano circa due bus al giorno, uno al mattino e uno al pomeriggio. Circa due perché le corse e gli orari cambiano spesso. Dipendono dall’apertura delle scuole, dalle festività, talvolta dalle coincidenze che saltano, dai guasti, dagli scioperi. Da tempo gli studenti della Valchiusella e i loro genitori si lamentano dei disservizi, le persone anziane invece non hanno nemmeno provato a protestare: sanno che per spostarsi più a valle o a Ivrea devono arrangiarsi. Chi ha un’auto ha meno problemi, tutti gli altri devono farsi accompagnare per fare qualsiasi cosa. Le faccende più urgenti e sentite sono la spesa e le visite in ospedale.
Fino a pochi anni fa c’erano più autobus e meno necessità di spostarsi. In quasi tutti i paesi della valle, anche i più piccoli, non mancavano negozi di alimentari e medici. Ora molti hanno chiuso, così come gli ambulatori. Se ne sono andate anche le banche, i bar, le Poste, i barbieri e le parrucchiere, le mercerie, le ferramenta. […] Al di là di speranze e proclami, nessuno finora sembra aver trovato un modo per invertire questa tendenza. Anzi, i fondi per il trasporto pubblico sono stati tagliati più volte quando c’era bisogno di risparmiare soldi pubblici.

Di recente ho citato e rilanciato la protesta dei residenti dei Piani Resinelli, località a 1300 m di quota sopra Lecco che a inizio settembre, di punto in bianco, s’è vista tagliare il trasporto pubblico feriale, quello indispensabile alla quotidianità di chi ai Resinelli vive visto che lassù la gran parte dei servizi di base sono assenti. Una circostanza purtroppo assai frequente in molte altre località della montagna italiana, inutile rimarcarlo.

Ecco, a tal proposito, quelli che avete letto lì sopra sono alcuni brani da un articolo del “Post” intitolato Nelle valli piemontesi ci si inventa di tutto per rimediare al taglio dei bus, pubblicato il 9 settembre scorso nel quale, attraverso il racconto della situazione del trasporto pubblico nelle valli piemontesi, si certifica per l’ennesima volta il sostanziale reiterato disinteresse della politica, per non dire il vero e proprio menefreghismo, nei confronti dei territori montani e delle aree interne – provato anche dal caso dei Piani Resinelli.

L’abitato citato nel brano citato, Alice Superiore, è un municipio di 711 abitanti del comune di Val di Chy, in Valchiusella, a 610 metri di quota: ma come denota anche l’articolo del “Post” e come ribadisco io, quanti “Alice Superiore” e quanti “Piani Resinelli” ci sono in Italia, sulle Alpi e in Appennino? Quante simili situazioni di trascuratezza politico-amministrativa da parte delle istituzioni pubbliche si possono contare, con tutte le relative conseguenze?

Di contro, quanti proclami, promesse, slogan sentiamo proferire dai politici al riguardo di iniziative contro lo spopolamento della montagna, lo sviluppo della sua economia, il sostegno delle aree interne? Poi, a conti fatti, e pure al netto degli opinabili e sovente deprecabili investimenti speculativi legati all’industria turistica che tuttavia toccano solo alcune zone e dimenticano del tutto le altre, manca completamente un progetto globale con effetti locali, una legge nazionale (se ne parla di continuo senza alcun risultato concreto), una strategia (quella “nazionale delle aree interne” non sta dando i risultati prospettati in origine), una visione, ma pure un’idea del futuro della montagna e delle sue comunità. Niente. Quel poco che si fa o sono speculazioni cementizie legate a interessi locali particolari – turistici e no – oppure sono interventi privi di logica, di un piano operativo, di consequenzialità, di contestualità, spesso meramente emergenziali o dal valore soprattutto propagandistico.

Tutto ciò comporta solo una cosa: che si continua a proclamare a parole di sostenere la montagna ma nei fatti si favorisce il suo degrado e la prossima fine. Forse è proprio questo l’obiettivo, per certa politica: togliersi di mezzo il problema così come ci si toglie il dente per togliere il dolore. È un pensiero triste e doloroso ma sorge spontaneo, in questa situazione.

Dunque, la montagna italiana ha il destino segnato? E possiamo accettare che prima o poi finisca così? Possibile che questo paese continui a non capire che le montagne (delle quali per gran parte è fatto) e le aree interne sono la sua forza e il suo futuro e invece continua a considerarlo il suo più retrogrado e fastidioso passato?

La montagna che ricerca una nuova centralità e la politica che continua a marginalizzarla

[Foto di Dana Katharina su Unsplash.]
Ormai da anni si segnala, rimarca, sostiene, si promuove la nuova centralità dei territori alpini, ritenuti per troppo tempo arretrati, incapaci di elaborare una propria identità politica, marginalizzati dalla predominanza dei modelli urbani funzionali all’industria turistica monoculturale, e invece oggi, in forza della realtà che stiamo vivendo, considerati ambiti ideali per sperimentare processi e progetti innovativi di gestione territoriale – amministrativa, sociale, economica, ecologica, ambientale, eccetera – condivisa e sostenibile, e conseguenti nuove relazioni tra genti e luoghi, nuove geografie antropiche ben più equilibrate agli spazi e al tempo attuali di quanto sappiano fare le città, sovente in preda a criticità sempre più intaccanti l’idea stessa dell’“abitare” e del fare comunità.

È la montagna che si de-marginalizza, che ritorna centro, che riacquisisce rilevanza e dignità dando valore alla propria alterità rispetto ai modelli urbani senza più contrapposizione ma in cooperazione (la cosiddetta metromontagna) e ricominciando a costruirsi e governare principalmente da sé il proprio buon futuro.

Ma poi ecco che a certe località montane – ancora troppe, nel nostro paese – vengono imposte cose del genere:

Quante volte abbiamo a che fare con progetti di “valorizzazione” dei territori montani esclusivamente basati su cose di questo tipo? Qualsivoglia infrastrutture e attrazioni estive o invernali essi offrano, la sostanza non cambia. E non è mai vantaggiosa per le montagne che ne sono coinvolte, anzi: oltre al danno all’ambiente e al paesaggio c’è sempre la beffa – dell’illusione che all’inizio fa credere a qualche locale di farci buoni guadagni e poi svanisce rapidamente, lasciando scoramento e rabbia.

In men che non si dica tutto quel processo di rigenerazione di comunità, di recupero di dignità, di rilevanza politica, di identità, di riscatto dopo decenni di marginalizzazione viene gettato alle ortiche per fare spazio a un ennesimo, “divertente”, anonimo e spesso cafonesco luna park da periferia urbana in altura, funzionale ad attirare qualche centinaia (se va bene) di gitanti senza pretese, per qualche giorno all’anno e senza alcuna attenzione al luogo e alle sue peculiarità: un banale copia/incolla di cose già viste centinaia di volte altrove, ordinarie e monotone, che soffocano qualsiasi specificità locale. Di innovazione, sperimentazione, rigenerazione, dignità, identità, non c’è traccia: resta solo l’uso ludico-ricreativo e l’usura culturale e ambientale dei luoghi. In questo modo la montagna viene nuovamente marginalizzata, la sua istanza di centralità è messa al bando e ridicolizzata, la sua identità resa anonima e trascurabile. Così ci si fa beffe della montagna, della sua realtà e della comunità che ci vive: i luna park sui monti servono per far giocare i gitanti e per prendersi gioco degli abitanti, illusi dalla promessa di qualche Euro in più da intascarsi.

Questa, di frequente, è la realtà oggettiva in tali situazioni. Una realtà della quale sulle montagne si dovrebbe essere il più possibile consapevoli, per non rischiare di finire a piangere sul latte versato – magari senza più avere dell’altro latte da rimpiazzare.