Una Caccia al Tesoro Poetico, a Colle di Sogno!

REMINDER!
Una particolarissima caccia al tesoro in un particolarissimo nucleo montano… non può che uscirne un’esperienza particolarissimamente intrigante!

Sabato 23 luglio alle 18.00, a Colle di Sogno (Carenno), uno dei più bei borghi delle Prealpi Lombarde a quasi 1000 m di quota (alla faccia della canicola in basso); la prenotazione è obbligatoria qui: segreteria@teatroinvito.it oppure su Whatsapp al 339.860.18.38. L’ingresso è di 5 Euro ma l’uscita, da un evento così bello non avrà prezzo, statene certi!

Per saperne di più, cliccate sull’immagine lì sopra.

A monte lo spettacolo!

In certi casi, per apprezzare al meglio uno spettacolo artistico, bisogna mandarlo a monte!

O meglio al monte, ovvero farlo salire di quota, in alcune località montane di particolare suggestione o che abbiano montagne a far da scenografica quinta naturale, e lì proporre eventi non solo originali e divertenti ma pure formativi, a loro modo, nei confronti dei luoghi stessi e della loro bellezza paesaggistica.

A far ciò ci pensa Teatro Invito con una delle sue intriganti rassegne diffuse nel territorio lecchese e nelle zone limitrofe: A MONTE LO SPETTACOLO!, undici appuntamenti artistico-culturali, uno diverso dall’altro, in altrettante località tra lago e montagne, da luglio a ottobre, e con uno slogan tanto semplice quanto bello: vivere la natura per amare la cultura. Il quale funziona altrettanto bene e con immutato valore anche invertendo i “fattori”: vivere la cultura per amare la natura.

Veramente bello e attraente, no?

Se potete, partecipate a qualche evento: ne vale la pena, statene certi. Per mio “interesse di parte”, vi segnalerei soprattutto l’appuntamento di sabato 23 luglio a Colle di Sogno, luogo per me speciale, ma, ribadisco, ogni evento del calendario è intrigante. D’altro canto, l’organizzazione e la cura di Teatro Invito è garanzia sia di qualità assoluta che di divertimento assicurato.

La locandina della rassegna è lì sopra, potete cliccarci sopra per ingrandirla: insomma, non vi resta che (m)andare a monte anche voi!

La messinscena del paesaggio

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.

Armonie musicali in armonie montane

Ho la fortuna di conoscere personalmente Giuseppe Capoferri, apprezzato baritono classico dal prestigioso curriculum artistico e altrettanto ammirevole organizzatore di eventi culturali, che cura con grande impegno e passione autentica. Ma i suoi non sono eventi come tanti altri, dal momento che Giuseppe li realizza nei “suoi” (e miei) territori montani, portando esibizioni di qualità artistica assolutamente elevata e importanti iniziative in ambito musicale in luoghi, contrade e paesi sui monti tra lecchese e bergamasca, sovente piccoli e poco conosciuti gioielli di architettura rurale e di bellezza paesaggistica, ricchi di storia e di umanità, che sanno offrire una inopinata tanto quanto sublime scenografia per gli eventi proposti, in un potente connubio tra paesaggi naturali e paesaggi sonori che rende tali eventi dei momenti artistici estremamente affascinanti, per quanto possibile da non perdere.

Qui sopra vedete le locandine delle rassegne organizzate e curate da Capoferri lungo l’estate 2022. Se siete di zona o passerete qualche giorno di vacanza nelle località sedi degli eventi oppure se potete arrivarci, partecipatevi: vi assicuro che saranno esperienze veramente intense e armoniose, proprio come sa esserlo la grande arte musicale.

Di antiche storie scritte “sul” Monte di Brianza

Questa volta io e Loki, il mio fidato segretario personale a forma di cane – sempre più abile nella sua mansione di «scovavecchisentieri» -, siamo andati a leggere antiche narrazioni di paesaggi antropici inscritti con caratteri selciati di vario stile sulle “pagine” del libro-Monte di Brianza, lì dove le prime propaggini prealpine si innalzano tra la pianura alto-milanese e la valle dell’Adda, le cui acque da poco uscite dal Lago di Como fluiscono verso Sud.

Anche qui, a poche centinaia di metri in linea d’aria da strade ipertrafficate e abitati rumorosi, boschi giovani ma già orgogliosamente rigogliosi nascondono e sovente inglobano nel proprio manto virente innumerevoli segni umani che oggi raccontano – a chi sa coglierle – di relazioni ormai dimenticate degli abitanti di queste zone con il monte e i suoi fianchi i quali, sempre aguzzando la curiosità e lo sguardo per intrufolarsi tra le ramature ombrose e i fitti cespugli, rivelano la presenza frequente di terrazzamenti e altri adattamenti che l’uomo ha invocato alla montagna e la montagna – d’altro canto qui del tutto bonaria e quasi del tutto priva di precipitevoli rudezze più classicamente alpestri – per secoli ha concesso.

Poi, anche qui come in innumerevoli altri posti, tutto è cambiato: per fortuna (forse) per gli abitanti, purtroppo per la montagna, che da inseparabile sodale di esistenza e resilienza quotidiana è diventata quasi del tutto estranea, all’improvviso lontana, quasi temuta con questi suoi boschi ora così densi e ombrosi da sembrare diffidenti verso chi ora li penetra.

Ma quassù, se pur a molti questo luogo suscita ormai un che di selvaggio, in verità c’è ancora un paesaggio, diverso da com’era un tempo ma nemmeno troppo. Il libro-territorio ha pagine polverose e un po’ sgualcite sulle quali tuttavia si possono ancora leggere piuttosto bene molte scritte, numerose narrazioni, diverse storie stese sul monte come sul tempo che raccontano il paesaggio e che consentono al viandante di farne parte, anche solo per qualche momento. Trovo sempre affascinante constatare la realtà di questi luoghi nei quali la Natura s’è rapidamente ripresa lo spazio che aveva concesso all’uomo, il quale in origine glielo aveva richiesto, a volte anche in modo pressante e poi, nel giro di breve tempo, ha deciso di disinteressarsene. Affascinante è il contrasto tra il bosco rigoglioso che ammanta la gran parte del monte e di primo acchito suscita sensazioni di vigorosa selvatichezza inglobando rapidamente ogni cosa, come se fosse lì da secoli, e la presenza comunque ancora lampante di tantissime tracce umane che raccontano d’un passato assai meno selvatico, appunto. Come la bellissima mulattiera selciata che io e Loki abbiamo seguito: nella prima parte assai deteriorata al punto da poter essere confusa con l’alveo di un ruscello in secca (ma che tale ritorna a essere nel caso di forti piogge, temo), la mulattiera rivela se stessa e la propria storia penetrando sempre più nel bosco e salendo in quota, quando comincia a diventare visibile l’artificialità della disposizione delle pietre che spuntano dal terreno le quali poi si conformano in una selciatura ormai evidente e particolare, diversa rispetto a quelle che si possono riscontrare a solo pochi km di distanza sui monti dell’altra sponda della valle dell’Adda (storicamente un altro mondo, tuttavia, che il fiume ha diviso politicamente e sotto certi aspetti anche culturalmente per molti secoli) e con peculiarità a volte insolite – come l’improvviso cambio di tipologia di selciato che si vede bene in una delle immagini che vi propongo qui.

Poi, la mulattiera – le cui origini, al di là della selciatura oggi visibile, sono sicuramente antiche, visto che porta a un nucleo abitato già citato su documenti dell’anno 1085, sbuca nel bosco e giunge nei pressi della propria meta, a suo modo del tutto emblematica rispetto – ovvero in antitesi – all’itinerario appena percorso e altrettanto parossistica riguardo la relazione tra l’uomo contemporaneo e la montagna che si è sviluppata dal dopoguerra in poi, quando l’ambiente naturale è spesso diventato uno mero strumento da sfruttare per ricavarne interessi e tornaconti del tutto avulsi dal contesto geografico, dalla sua storia e dal patrimonio culturale che il paesaggio conserva. Sto parlando di Consonno, sì: forse uno dei primi non luoghi in altura nel senso più significativo della definizione (quando la definizione non esisteva ancora, peraltro). Ma in effetti questa è un’altra (non) storia, ecco.