Grazie a Enrico Camanni, su “la Stampa”

Ringrazio di cuore Enrico Camanni, figura il cui prestigio e autorevolezza non abbisognano di presentazioni, che oggi su “La Stampa” pubblica un bellissimo e umanissimo “commento” alla vicenda della speleologa Ottavia Piana, citandomi con un passaggio del post che al riguardo ho pubblicato sul blog e sui social ieri e donandomi il privilegio di poter essere stato utile a intessere considerazioni così condivisibili. Cliccate sull’immagine qui sopra per ingrandirla e leggere meglio.

La vicenda di Ottavia Piana, come sapete, ha avuto un lieto fine che tuttavia spero potrà essere ricordato come “lietissimo” se lo sdegno sollevatosi contro quella messe di odiatori che l’hanno insultata sui social non svanirà con l’interesse mediatico sulla vicenda ma diventerà deterrenza culturale autentica, concreta e costante – il che è pure un tema laterale a quello degli aspetti culturali della frequentazione contemporanea dell’ambiente naturale e della montagna nello specifico, basti pensare a cosa si legge sui social quando su monti accade qualcosa di spiacevole. Sinceramente non ho molta fiducia riguardo la formazione di tale deterrenza nel breve periodo ma nel lungo di più. Gli “haters” che strepitano la loro ignoranza nelle pubbliche piazze virtuali dei social media fanno sempre più rumore delle manifestazioni di intelligenza, ben più numerose ma per loro natura molto più pacate.

Voglio citare pure io un amico altrettanto prestigioso, Luca Calzolari, già direttore della stampa sociale del Club Alpino Italiano, che su “Planetmountain.com” ha espresso sulla vicenda in questione ulteriori riflessioni che, non casualmente, risultano pienamente armoniche con quelle di Camanni su “la Stampa”:

È così difficile mostrare empatia? O, se proprio non condividiamo le scelte di qualcuno, è così complicato restare in silenzio? Questa donna non merita tutta questa violenza verbale, così come non lo merita chi, con cognizione e competenza, sceglie l’avventura e resta vittima di un incidente. Merita rispetto, comprensione e, soprattutto, quella cosa che troppo spesso manca: umanità.

Personale augurio finale: a Ottavia Piana di ristabilirsi pienamente al più presto e, perché no, di tornare a esplorare grotte, e a quegli haters da divano di trovarsi altrettanto presto in pericolo nel mentre che facciano cose per puro divertimento necessitando di ricevere soccorso. Ecco.

[Immagine tratta dal web.]

La speleologa Ottavia Piana è salva, l’intelligenza di certe persone no

Ottavia Piana, la speleologa rimasta intrappolata nell’abisso “Bueno Fonteno”, in provincia di Bergamo, è finalmente stata tratta in salvo con un’operazione del CNSAS tanto efficiente quanto commovente. Ora è in ospedale, sarà curata, mi auguro che possa riprendersi completamente al più presto così da mettere definitivamente la (lieta) parola “fine” a questa vicenda che poteva rivelarsi ben più tragica. Fortunatamente, anche grazie al lavoro dei soccorritori, la tragedia è svanita lasciando spazio al sollievo e alla gioia.

[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]
Ma un’altra tragedia legata alla vicenda di Ottavia Piana resterà invece indelebile: quella fissata sui social dai tanti, troppo utenti che si sono prodigati in un linciaggio mediatico sconcertante per il quale il commento più “gentile” era «fatele pagare i soccorsi» – ne scrive al riguardo “Il Dolomiti” qui. I soliti “haters” da salotto che insultano per il solo gusto di farlo senza sapere nulla di ciò che stanno commentando, certamente. Ma è altrettanto certo che non ci si possa fermare solo a questa ovvia constatazione risolvendo in tal modo la questione.

Innanzi tutto perché lo stesso comportamento ignorante, nel principio che lo anima, è lo stesso che purtroppo devo constatare non di rado nella frequentazione turistica delle montagne (ambito al quale la speleologia afferisce: non a caso a intervenire in caso di incidente è proprio il Soccorso Alpino, che è anche Speleologico), ove a essere sottoposta a linciaggio è la loro cultura e le valenze che ne fanno luoghi di pregio e patrimoni di inestimabile importanza. E chissà che alcuni di quegli haters che hanno insultato Piana non vadano in montagna per mero divertimento e magari frequentandola con lo stesso atteggiamento ignorante non si facciano male sicché nel caso qualcuno non gli si pari davanti dicendo loro «ora pagateli tu i soccorsi!»

In secondo luogo, leggendo di tutte quelle manifestazioni di rozza ignoranza, non posso non pensare al recente rapporto sulle competenze cognitive degli adulti italiani elaborato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (INAPP), su incarico Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel quale si rileva che gli italiani sono in fondo alle classifiche mondiali (e molto sotto le medie OCSE) in tutti i campi oggetto di indagine: le capacità di lettura e comprensione di testi scritti (dominio cognitivo della literacy), le capacità di comprensione e utilizzo di informazioni matematiche e numeriche (dominio cognitivo della numeracy) e le capacità di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile (dominio cognitivo del adaptive problem solving). Al punto che Natale Forlani, il Presidente dell’INAPP, ha affermato che «È evidente la stretta relazione tra competenze cognitive e sviluppo del Paese»: sviluppo che non è ovviamente solo economico ma è anche, e per molti versi soprattutto, sociale, civico e culturale, ovvero di quegli ambiti che fanno il paese e la sua società civile ben prima che i risultati economici, i quali semmai ne rappresentano una conseguenza.

In presenza di una tale situazione scientificamente sancita, forse da un lato si può essere meno sorpresi di quella messe di commenti tanto ignobili (che sono la manifestazione di una minoranza, sia chiaro, ma non per questo da sottovalutare ignorandola) tuttavia dall’altro si deve restare ancor più sconcertati dal rilevare, grazie al rapporto dell’INAPP perché così facilmente si presentino. E un paese che vuole ritenersi civile e avanzato ma soffre di questi ampi deficit analfabetico-funzionali deve necessariamente e rapidamente attivare una generale rialfabetizzazione* culturale, civica, democratica e soprattutto umana. La classe politica non credo sia in grado di elaborare e attivare tale dinamica (anzi, il contrario): deve farlo la società civile ovvero dobbiamo farlo tutti quanti dimostrando di essere veramente una “società civile”. Possibilmente fuori dai social, nella realtà quotidiana, nel mondo e nel tempo che viviamo e condividiamo, nel qui-&-ora. Cioè dove si vive veramente coltivando la civiltà e dove invece quelle persone così odiose e ignoranti svaniscono come polvere al vento dell’intelligenza.

*: alcuni ritengono il termine “rialfabetizzazione” troppo aspro, persino violento, e non hanno tutti i torti. Di contro, in certi casi diventa il più comprensibile e inevitabile da utilizzare, nella sua accezione più scolastica e didattica, in antitesi all’analfabetismo funzionale copra citato.

Su “Sherpa-gate” di Alessandro Gogna

È sempre motivo di grande onore e piacere, per chi scrive, vedere un proprio articolo ripubblicato su “Sherpa-gate.com”, il portale web dedicato alla montagna, all’ambiente e agli ambiti correlati curato da Alessandro Gogna, che della montagna italiana (e non solo) è una delle figure fondamentali e più autorevoli in assoluto – lo posso dire senza rischiare di essere tacciato di piaggeria, vista appunto la caratura del personaggio!

Lo ringrazio di cuore, per la pubblicazione e ancor più per la considerazione in ciò che ho scritto intorno a uno degli aspetti meno evidenti e considerati della frequentazione delle terre alte ma a ben vedere tra i più influenti sulla qualità di essa e di chi ne è protagonista, cioè il turista alpino contemporaneo.

Per leggere l’articolo su Sherpa-gate.com cliccate sull’immagine lì sopra.

L’immaginazione è più importante della conoscenza. Anche in montagna

[Val di Fassa, Trentino.]
«Imagination is more important than knowledge», “L’immaginazione è più importante della conoscenza” affermò Albert Einstein. Una frase da molti stupidamente travisata in funzione antiscientifica, come se la fantasia contasse di più della scienza quando viceversa Einstein volle rimarcare che lo sviluppo della conoscenza scientifica lo si ottiene immaginando, ipotizzando, intuendo le soluzioni ai problemi che poi la scienza sa elaborare e concretizzare – proprio ciò che egli fece per arrivare alle sue più brillanti intuizioni. Vuol dire, ad esempio, che per la scienza che ha permesso l’invenzione della ruota è stato prima necessario immaginare di esplorare il mondo in un modo ben più efficiente di prima. L’una cosa in funzione dell’altra, non più o meno dell’altra.

Ecco, mi viene da pensare che un principio simile valga anche in montagna, in relazione a come oggi la frequentiamo. Immaginare la montagna, manifestare curiosità, volontà di capire le sue peculiarità, è più importante della sua conoscenza: che è ovviamente fondamentale ma si può costruire e approfondire soprattutto manifestando l’immaginazione tipica della curiosità, ponendosi domande anche immaginifiche e cercando le relative risposte. E più se ne trovano, più si apprende la conoscenza della montagna, più l’immaginazione diventa fervida e accresce la volontà di saperne sempre di più, lasciando l’istinto libero di esplorare e la razionalità di capire ciò che si è esplorato.

[Sul ghiacciaio a oltre 3000 m di quota vestiti come in spiaggia. Foto tratta da https://torino.repubblica.it.]
Spesso si contesta a tanti frequentatori della montagna contemporanea l’evidente mancanza di conoscenza di essa, alla base di comportamenti variamente discutibili e deprecabili. Contestazione inevitabile, senza dubbio; ma ancor prima e ancora di più io vedo mancante, in quei tanti frequentatori, la volontà di voler conoscere, cioè la curiosità verso le montagne, l’immaginazione che luoghi così speciali sanno stimolare e che invece quelli vivono e frequentano come fossero uguali a tanti altri e dai quali conta solo ricavare una “soddisfazione” meramente ludica di matrice consumistica da ostentare poi nei soliti futili modi consentiti dai social media. Non conta dove si è e la valenza che il luogo ha, ma come lo si può sfruttare per il proprio godimento ovvero per come l’odierna società dei consumi indica e impone di fare (vedi qui). L’immaginazione è soffocata dalla materialità, la conoscenza non viene né ricercata né alimentata: per giunta, il tutto viene reso funzionale ai tornaconti dell’industria turistica, che induce e alimenta questa modalità di frequentazione dei territori montani in vari modi, innanzi tutto con un marketing sovente conformista, banalizzante e poco o nulla attento alle valenze culturali dei luoghi, tanto meno ai loro ambienti e ai paesaggi. Si comporta, l’industria turistica, un po’ come quelli che travisano l’affermazione di Einstein: lo fa in funzione anticulturale, cioè contro la cultura delle montagne che sottopongono ai loro business turistici, al riguardo evidentemente ritenuta un ostacolo.

Risultato di tutto ciò: meravigliosi territori montani vengono invasi da frequentatori poco o nulla consapevoli e per nulla indotti ad acquisirne la conoscenza, i quali per ciò manifestano comportamenti discutibili e nel complesso finiscono per banalizzare, finanche per degradare, quei territori. I quali perdono anche molto del loro potere immaginifico, non solo della possibilità di essere conosciuti come meriterebbero per essere goduti al meglio. Né immaginazione né conoscenza, nulla di veramente importante. La fine inevitabile del meccanismo è questa.

Eppure, mi verrebbe da ritenere, non occorrerebbe essere degli Einstein per capire ciò. O forse sì?

Non si può sempre dire di «no» alle cose proposte per la montagna

[Foto di Sir. Simo su Unsplash.]
Sono d’accordo con chi sostenga che in montagna non si possa sempre dire di «no» a qualsiasi intervento antropico, come a volte certo ambientalismo molto schierato dà l’impressione di fare. Da secoli l’uomo abita i monti e li adatta ai propri bisogni: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza e buon senso, trovando il giusto compromesso che preservi l’equilibrio tra uomo e natura e permetta a entrambi di coabitare il territorio.

Di contro, veramente non capisco perché spesso si impongano a tutti i costi alle montagne progetti e infrastrutture privi alla base di qualsiasi consapevolezza e buon senso, fatti per chi evidentemente non vuole elaborare una buona e sensata consapevolezza verso i territori montani – vedete un esempio al riguardo lì sotto. Per «valorizzarli», dicono i loro promotori, per attirare persone che altrimenti in montagna non salirebbero e così sostenere l’economia locale. Ma se senza tali infrastrutture (che non avendo come obiettivo la preservazione dell’equilibrio con i luoghi vi risultano parecchio impattanti), quelle persone non salirebbero in montagna, cioè se in mancanza di queste attrazioni essi non si sentono attratti da tutto ciò che di straordinario la montagna sa offrire, forse è perché queste persone non sono fatte per la montagna ma per altri luoghi di svago.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Insomma: se a molti l’arte contemporanea non interessa e non se ne sente attratta, bisogna piazzare delle giostre nei musei affinché ci finisca per entrare? E se anche ciò avvenisse, che tipo di esperienza ne trarrebbero quelli, così mediata dalla presenza di infrastrutture che nulla centrano con il museo? Credo proprio che nessuno accetterebbe qualcosa del genere pur di sviluppare la frequentazione dei luoghi d’arte: verrebbe rudemente contrastata.

Forse è meglio rendere i potenziali visitatori consapevoli del luogo che potrebbero visitare prima che ci finiscano: ma veramente c’è bisogno di fare questo con le montagne e la loro straordinaria bellezza? Veramente bisogna piazzare sui monti infrastrutture ludico-ricreative di varia (e spesso pacchiana) natura per far sì che molti ci salgano? Cioè per attrarre visitatori che, appunto, non sono in grado di capire da soli che la montagna è un luogo eccezionale e per scoprirne tutta la bellezza va visitato, senza bisogno di null’altro? Dunque per aiutare l’economia locale (?) si corre il rischio concreto (ma è più una certezza che una possibilità) di degradare e banalizzare il luogo così da renderlo nel giro di breve tempo sterile, tanto turisticamente e economicamente quanto socialmente e culturalmente?

Ribadisco: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza, buon senso e in modi che veramente sostengano e sviluppino i luoghi nel modo più compiuto e benefico possibile. Riguardo invece ogni altra cosa che non rispetta queste naturali condizioni, il «no» è doveroso, inevitabile e irremovibile.