In vetta

[Foto di StockSnap da Pixabay]

La vetta sulla quale preferivo sedermi non è l’altura sovrana si cui installarsi come un re sul trono, per contemplare ai propri piedi gli estesi reami. Mi sentivo più felice sulla vetta secondaria da cui il mio sguardo poteva al tempo stesso scendere verso pendii più bassi, poi risalire, di cresta in cresta, verso le pareti superiori e la punta immersa nel cielo azzurro. Là, senza dover reprimere quel moto d’orgoglio che avrei provato mio malgrado sul punto culminante della montagna, assaporavo il piacere di soddisfare completamente i miei sguardi alla vista di ciò che nevi, rocce, foreste e pascoli mi offrivano di bello. Planavo a mezza costa tra le due zone della terra e del cielo, e mi sentivo libero senza essere isolato. In nessun altro luogo un sentimento di pace più dolce mi penetrava il cuore.

(Élisée Reclus, Storia di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pagg.8-9; 1a ed.1880.)

Ecco, esattamente come a me piace fare, quando vado per monti. Anche perché in fondo ogni vetta è un “luogo assoluto” a prescindere dall’altezza, sulla quale poter stare sopra il mondo d’intorno e grazie alla quale poter “toccare” – poco o tanto non importa, appunto – l’infinito del cielo, sentendosene parte.

(E comunque, a breve, vi racconterò del libro dal quale ho tratto questa citazione.)

 

Superare un valico di montagna

Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.

(Carl SpittelerIl GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pagg.31-32; orig. Der Gotthard, 1897.)

Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza

Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e oltre Lugano.

La Biblioteca di Stromboli non deve chiudere

Non posso non condividere questa petizione che ho trovato su change.org (e ovviamente firmata al volo) con la quale si cerca di scongiurare la chiusura della piccola ma essenziale biblioteca di Stromboli – un luogo semplicemente meraviglioso, ma non serve che ve lo dica. Così come, mi auguro, non serve rimarcare quanto per un’isola in mezzo al mare, con soli 400 abitanti e gioco forza priva dei servizi di cui può godere una comunità urbana più grande, un presidio culturale come una biblioteca sia un luogo fondamentale, e non solo per la cultura ma pure per la socialità dell’isola. Anzi: ha ben più valore su Stromboli, una biblioteca pur piccola, che una molto più grande in un’altrettanto grande città. Oltre a fare da sublime supporto alla preziosa cultura scaturente dalla bellezza del paesaggio dell’isola, in un connubio di rara importanza e fascino.

Vi chiedo dunque di leggere (cliccando sulle immagini) le motivazioni a sostegno della petizione e firmare, perché è veramente un gesto tanto piccolo quanto fondamentale. Grazie.

David, Jess, Hansjörg

Da sempre frequento le montagne, le studio, le racconto, vi ci lavoro e, soprattutto, le percorro in lungo e in largo. Pratico alpinismo in forme assolutamente blande e, col tempo, mi sono abbastanza allontanato da quella mentalità parecchio “prestazionale” diffusa tra molti alpinisti per la quale pare che una montagna valga soprattutto per quanto vale la possibilità di scalarla, la difficoltà delle vie di salita e, ovviamente, la bravura di chi la salga e ne racconti poi l’impresa in recit d’ascension scritti bene ma sostanzialmente tutti uguali e tutti stucchevoli. Mentalità, peraltro, che non di rado ha causato illogiche rivalità, contenziosi, liti e quant’altro che poco abbia a che fare con la levità delle alte quote.

Di contro, spesso tra gli alpinisti ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, donne e uomini che, al di là delle capacità tecniche arrampicatorie, mi hanno rivelato doti umane di raro valore ed effettivamente poco riscontrabili in altri ambiti ugualmente competitivi. Alpinisti che, tolti di mezzo i gradi di difficoltà, i metri saliti, le tempistiche eccetera – quasi fossero, pure questi, “abbigliamenti tecnici” funzionali alla scalata ma poi da togliersi di dosso perché inutili alla definizione del valore umano – appaiono per ciò che alla fine sono, ovvero gran belle persone mosse da una passione pura, sincera e irrefrenabile.

Quanto ho appena affermato vale soprattutto per molti alpinisti delle nuove generazioni, capaci di portare sulle pareti del mondo un atteggiamento alpinistico nuovo, fresco, privo delle belligeranze retoriche d’un tempo, più attento alla relazione tra uomo e locus montis. Come lo erano David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, dei quali purtroppo è giunta la triste notizia della morte per una valanga, in Canada. Un tragico evento di fronte al quale, come accaduto di recente con Daniele Nardi e Tom Ballard al Nanga Parbat, nessuno che abbia la montagna “dentro” può restare insensibile e non sentirsi parte della comunità di Homo Sapiens che hanno scelto di diventare «conquistatori dell’inutile», come Lionel Terray aveva definito gli alpinisti. Un “inutile” assolutamente e profondamente fondamentale, insopprimibile, sostanziale. Vitale. Anche quando sia proprio la vita ad essere in gioco.

RIP.

Il Resegone

Il Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fó ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fó, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fó, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

(Brano tratto da questo libro. Se ne siete interessati, contattatemi.)