A volte “stare” nel(la) Melma non è affatto una brutta cosa. Ovvero: breve diario di un’esplorazione della montagna di Lecco (forse) meno considerata, a torto

Ultima domenica prima di Natale, tutti o quasi sciamano verso le città, le vie pedonali, le zone dello shopping, i centri commerciali: per recuperare i regali non c’è più molto tempo e per giunta la giornata grigia, con nubi basse e pioggia incombente, convince al riguardo anche i più restii.

Tutti o quasi, dicevo: ecco, tra i “quasi” ci siamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki, che invece risaliamo la corrente veicolare fluente a valle al contrario, verso monte, con l’intenzione di esplorare la montagna più “negletta” tra quelle che fanno da cornice alla città di Lecco: il Monte Melma. Negletta inesorabilmente: la modesta quota massima, 914 metri, la fa sovrastare da tutti gli altri rilievi d’intorno, ben più alti e incombenti oltre che più celebrati – il Coltignone coi suoi satelliti, il Monte Due Mani, il Pizzo e i Piani d’Erna, il Resegone e lassù, oltre modo svettante, la Grignetta – e pure l’oronimo non appare così attrattivo, visto l’uso vernacolare sovente negativo che a volte se ne fa (in realtà il termine “melma” deriva dal longobardo malm che, prima di denominare un terreno variamente fangoso, in origine significa “sabbia”, e in effetti delle cave di sabbia c’erano, sul versante occidentale del monte, che potrebbero spiegarne la denominazione).

[Mostro a chi non fosse esperto della zona la posizione del Monte Melma. Immagine tratta da www.italia.it.]
Di contro, il Melma risulta alquanto importante per il paesaggio antropico e antropologico di Lecco: sui suoi fianchi, i più dolci e accessibili tra quelli direttamente a monte del centro città, si sono addensati alcuni dei rioni più importanti e da lì nel passato si transitava per andare verso la Valsassina, la Valtellina e la Valle Brembana quando ancora la strada a lago non esisteva. Ciò spiega la presenza di numerose mulattiere selciate, tutt’oggi ben conservate – anche grazie al prezioso lavoro manutentivo recente del CAI di Lecco – che risalgono il monte, segni antropici che, con le tante baite sparse sul versante, i diffusi terrazzamenti, i pascoli certamente ricavati in boschi un tempo imperanti ovunque e le selve castanili ormai pressoché abbandonate, raccontano la secolare frequentazione del monte e la sua importanza nell’economia delle genti che ne abitavano le pendici.

Io e Loki percorriamo una di quelle mulattiere fino a Montalbano, località che i boomer appassionati di musica rock ricorderanno come sede dell’edizione del 1971 del “Re Nudo Pop Festival”, evento musicale itinerante tra i primi e più noti dell’epoca con nomi importanti della scena musicale (soprattutto progressive), che seppe radunare in questi boschi raggiungibili solo a piedi oltre diecimila persone (!). Oggi qui invece regna il silenzio: anche i rumori della città, del traffico e della sua iper vitalità prenatalizia, nel primo tratto ben presenti in forma di un indistinto rumore bianco, si sono fatti sempre più flebili ad ogni passo verso l’alto e ora sono completamente svaniti. Il bosco è piuttosto cupo, tinto delle più svariate tonalità brune e certo il cielo spento non aiuta a illuminarlo: il tentativo di farlo è completamente affidato agli ellebori che biancheggiano qui e là, unica variante cromatica presente e distinguibile.

Superata Montalbano, il sentiero per la vetta del Melma si fa deciso e erto, zigzagando sulla dorsale che separa il versante settentrionale da quello più scosceso verso sud; la fatica dell’ascesa si fa sentire, ma per alleviarla basta voltarsi verso valle e tra la vegetazione mai troppo fitta si ammirano notevoli vedute della città di Lecco, dei laghi e dell’alta Brianza lecchese, mentre dalla parte opposta si traguarda la conca ove si stende il paese di Ballabio, che per abitudine si ritiene già parte della Valsassina quando invece non lo è (geograficamente la Valsassina inizia oltre il Colle di Balisio) e la sua valle è semmai opera delle acque del torrente Grigna, che poi scendono verso Lecco a nord del Melma.

L’erta salita termina al cosiddetto Sass Quader, cumulo di massi che pare piazzato lì a mo’ di enorme cairn da un gigante piuttosto maldestro, punto panoramico assoluto del Monte Melma che anche per ciò alcune mappe (Google Maps, tanto per non far nomi) e certe descrizioni escursionistiche considerano la vetta della montagna. Ma non lo è: oltre il Sass Quader il sentiero continua lungo il filo della dorsale per ancora duecento metri circa e risale infine alla vera massima sommità del Monte Melma, contrassegnata dalla presenza di un ripetitore. Seppur qui la vista verso Lecco è occlusa dalla morfologia del monte, alzando gli occhi si possono osservare con visuale a trecentosessanta gradi quasi tutte le più elevate vette che circondano il Melma e sovrastano la città, e così rendersi conto che, per molti versi, questo piccolo monte rappresenta pure il centro del paesaggio montano lecchese che gli ruota tutt’intorno:

Il Coltignone con la sua articolata struttura, la Grigna Meridionale che veglia maestosa sul paesaggio (approfittando del fatto che il più alto e dominante Grignone qui non si vede), l’accigliato Monte Due Mani con la sua struttura a bancate rocciose sovrapposte, il massiccio Pizzo d’Erna sul quale si poggiano gli appuntiti denti del Resegone… insomma, un piccolo ma fondamentale fulcro geografico, il Monte Melma, che in qualche modo ha cercato di sopperire alla propria modesta altitudine facendosi spazio tra quei monti ben più grandi come un bambino curioso tra le gambe degli adulti e intestardendosi nel rimanere lì, al punto da respingere pure la spinta del grande ghiacciaio dell’Adda che ne circondò i fianchi meridionali senza riuscire ad andarvi oltre così invadendo la conca di Ballabio – rimasta inopinatamente libera dai ghiacci anche nel periodo della loro massima espansione, circa 20.000 anni fa, dalla parte opposta protetta dal conoide alluvionale del Pioverna che poi ha formato il colmo del citato Colle di Balisio.

Oggi la visuale dei monti è assai parziale: nubi sempre più dense nascondono le vette e più sotto si sfilacciano tra torri, canaloni e vallecole, mentre la pioggia lentamente ma inesorabilmente aumenta d’intensità – ma lo rimarco spesso, d’altro canto, che in montagne le “giornate brutte” non esistono. Io e Loki scendiamo a Ballabio, sostiamo su una panchina per mangiare qualcosa osservati con sguardo basito dagli automobilisti in transito come fossimo l’ebreo errante e il suo cane, e poi imbocchiamo la valletta dalla quale fluisce il torrente Grigna, solco ombroso chiuso a sud dallo stesso Monte Melma e a nord dai fianchi franosi del Due Mani, che rappresenta lo sbocco idrografico della conca ballabiese quando invece verrebbe da credere che lo sia la valle percorsa dalla strada provinciale che collega il paese a Lecco, la quale di contro è parte di un altro sottobacino idrografico, quello del torrente Gerenzone. Percorriamo il vecchio tracciato di servizio alla nuova strada che sale in Valsassina (tecnicamente denominata “Strada statale 36-racc Raccordo Lecco-Valsassina”, invero aperta quasi vent’anni fa, nel 2006, ma abitualmente definita “nuova” proprio per differenziarla dalla vecchia strada sopra citata) e poi per sentiero scendiamo al Passo del Lupo, proprio sotto il viadotto della statale che sorvola la forra del torrente Caldone, nel quale più a valle confluisce anche il Grigna. Chissà se quel toponimo in origine indicasse effettivamente la presenza di lupi in zona: una leggenda locale racconta che il nome deriverebbe dalla presenza di un lupo ferito che si sarebbe nascosto in una grotta nel pressi del torrente Caldone le cui rocce sarebbero rimaste macchiate del sangue della bestia. Più razionalmente verrebbe da spiegare il rossore litico con la presenza di minerale ferroso, assai diffuso nella zona; di contro l’altrettanto ampia presenza di fauna selvatica un tempo avrebbe potuto giustificare anche quella dei lupi, da cui il nome del “passo” – che in verità un passo propriamente detto non è, il termine va inteso come passaggio. In effetti proprio da qui un tempo si passava per andare a Morterone, il piccolo centro abitato (tra i comuni meno popolosi d’Italia) la cui chiesa fin dal Trecento era parte della Pieve di Lecco, con un percorso più diretto rispetto a quello che risaliva i fianchi del Monte Melma per andare a Ballabio e in Valsassina. Peraltro, volgendo lo sguardo a settentrione, mi rendo conto di come il Melma acquisisca qui il suo aspetto più alpestre, di montagna “vera”, irta, con cuspidi aguzze, speroni rocciosi ben definiti e accenni di verticalità che ogni altro suo versante non rivela.

A proposito di antropizzazione del territorio, in questa zona se ne può raccogliere una testimonianza diversa dalle precedenti di cui ho detto e piuttosto emblematica in forza della sua narrazione diacronica. Andando verso il piccolo e suggestivo nucleo rurale di Versasio, con i suoi terrazzi prativi, gli orti, le selve, la piccola chiesa sul limitare del bosco, io e Loki incrociamo più volte (tramite sottopassi) la citata nuova strada per la Valsassina col suo traffico incessante, nei giorni feriali prevalentemente industriale e nei fine settimana quasi del tutto turistico. Il tracciato stradale – veloce, comodo, per buona parte in galleria, che ha avuto il pregio di togliere quel gran traffico dai rioni alti di Lecco che stava avvelenando – qui delimita i prati di Versasio e col bastione di cemento sul quale corre li separa dal resto del versante che divalla verso Lecco. È una cesura emblematica, come detto, che dà l’impressione di aver diviso nettamente la città dalle montagne – al di sotto la parte più antropizzata e l’anima cittadina più urbanizzata, al di sopra quella mantenutasi rurale e legata alla dimensione montana: così circondata da prati e boschi, sfiorante baite e stalle vecchie di secoli oltre che le bancate rocciose che sorreggono i Piani d’Erna, la strada appare un elemento inevitabilmente alieno al luogo, una sorta di disturbo temporale, una sciabolata di contemporaneità che taglia un paesaggio che invece sembra rimasto fermo nel passato. Percezioni inevitabili, ribadisco, cagionate da elementi troppo differenti messi l’uno accanto all’altro ma privi di un vero dialogo reciproco, difficile da instaurare ma non impossibile, io credo, con un po’ di sensibilità in più per il paesaggio: fatto sta che ne esce una geografia antropica bizzarra, un po’ confusa, sicuramente significativa e per certi versi interessante – eccetto che per la fascia appena a valle della statale, trasformata in discarica da alcuni utenti della stessa… all’inciviltà non esiste mai un limite, purtroppo.

Per fortuna, poco sotto, il tracciato riprende l’aspetto di bella mulattiera selciata e in parte gradinata che, con alcuni tornanti, ci riporta sul fondo della valle del Caldone alle prime case del rione di Bonacina, un altro dei tanti che compongono la parte alta di Lecco. La pioggia s’è fatta ormai battente, le montagne sono del tutto scomparse nelle nubi e più in basso la foschia vela il resto del territorio ma, a questo punto, il paesaggio esteriore che abbiamo esplorato, con le sue tante peculiarità alcune delle quali ho cercato qui di raccontare, si è già fatto interiore: i selciati delle mulattiere, le pietre dei sentieri percorsi, i colori e gli odori del bosco, le acque fredde, i rumori umani e quelli naturali, le visioni del territorio d’intorno, il vento e la pioggia, le presenze e le assenze, le percezioni, le sensazioni e le intuizioni e ogni altra cosa più o meno còlta hanno disegnato una mappa impressa tanto nella mente quanto nell’animo che rappresenta e racconta questa minima parte di mondo attraversata con una gran messe di referenze e un dettaglio insuperabile, e ciò perché noi stessi ora siamo diventati suoi elementi, vi abbiamo lasciato la nostra traccia e con il cammino percorso abbiamo disegnato su quella mappa l’esperienza vissuta, la conoscenza ricavata e la relazione intessuta con i luoghi, intensa, genuina e incontaminata (d’altro canto, persone incrociate lungo l’intero percorso: tre, ma se considero la sola parte prettamente escursionistica: zero).

Eco, stavolta nel(la) Melma ci siamo finiti volontariamente e consapevolmente, ed è stato quanto mai piacevole e affascinante.

Il solito N.B.: le foto che trovate qui, le ho fatte da non fotografo quale sono con un cellulare ormai datato, dunque chiedo venia a chi le giudicherà di qualità carente.

In montagna non esistono giornate “brutte”

Ore 07.30, cielo coperto, nebbie sfilacciate sulle cime, nevischio, freddo.
Una giornata perfetta per andare in montagna, conveniamo io e il segretario personale (a forma di cane) Loki!

Così andiamo e la montagna, di solito tra le più frequentate di tutte le Alpi, oggi è quasi tutta nostra: è bizzarro trovare il grande parcheggio praticamente vuoto, non incrociare nessuno sui sentieri, non udire del vociare umano nei prati o nelle baite – ma forse dovrei pensare che è “bizzarro” il contrario, per certi versi.

La montagna è assopita in un silenzio che la neve fresca caduta la notte prima rende ancora più avvolgente. Mi diverto a sentirla crocchiare sotto le suole delle scarpe e a cercare dal suono di indovinarne la densità. È uno dei rumori più piacevoli che si possano sentire, camminando nella natura, e qui lo è anche di più visto come stia diventando ormai raro.

In verità non siamo del tutto soli: il segretario Loki ogni tanto punta occhi e corpo verso il folto del bosco, intercettando infallibilmente qualche presenza. Io non vedo nulla, ma forse quel tonfo sordo appena sentito non era provocato dalla caduta al suolo di un grumo di neve da qualche albero.

Torniamo all’auto a metà pomeriggio fendendo la nebbia che ora avvolge la zona. Persone incrociate sui sentieri percorsi dalla mattina, in totale: quattro. Ci fosse stato il Sole, e magari una temperatura mite come di questi tempi spesso accade, ci sarebbero voluti due zeri dopo quel numero

In montagna non esistono “brutte” giornate (a meno che non ci si trovi sul K2 o sul Cerro Torre, ovviamente!), ma solo giornate più o meno “confortevoli” per come noi vogliamo intenderle. È comprensibile, senza dubbio, però certe volte sono proprio le giornate “brutte” a regalare dei momenti di insperabile e inopinata bellezza, quei momenti che non si direbbero tali e d’altro canto solo vivendone gli attimi li si può riconoscere. Sarebbe stato un vero peccato non goderne: a volte è il comfort interiore quello che conta veramente.

«Un punto di accoglienza strategico per i “migranti verticali” in fuga dalle città» (a un’ora da Milano)

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 30 settembre 2024.)

I Piani Resinelli sono senza dubbio una delle località montane più emblematiche delle Alpi lombarde. Posti sopra Lecco a 1300 m di quota, a un’ora d’auto da Milano e ai piedi delle celeberrime Grigne, sono stati culla dello sci (nel 1913 vi si disputò il primo campionato italiano assoluto) e poi dell’arrampicata su roccia, ma col tempo sono scivolati nelle dinamiche del turismo mordi-e-fuggi più massificato e degradante, a volte imposto da una politica locale poco attenta alle grandi potenzialità del luogo. Oggi cercano di invertire una sorte altrimenti segnata anche grazie a Resinelli Tourism Lab, una realtà di recente costituzione che propone e sperimenta nuovi modelli di sviluppo turistico partendo da presupposti culturali differenti. Ne ho parlato con Sofia Bolognini, co-fondatrice di RTL (e “neo-montanara” che ha scelto di vivere con la propria famiglia ai Piani) per “L’Altra Montagna”:

Come è nato Resinelli Tourism Lab e soprattutto perché avete sentito il bisogno di creare un “laboratorio turistico” per una località così significativa e nota come i Piani Resinelli?

L’idea ci è venuta subito dopo la fine del primo lockdown da Covid-19. Complice l’inaugurazione di un’attrazione turistica di massa (una passerella panoramica a strapiombo nel vuoto, che è subito diventata oggetto di reel da migliaia di views), nel momento delle riaperture l’intensità dei flussi ha rapidamente superato la capacità di carico della località. Colonne di automobili, grandi quantità di spazzatura abbandonata sui sentieri: i segni più evidenti lasciati dall’overtourism, che ormai abbiamo imparato a riconoscere. Ma ci sono anche segni meno evidenti: la progressiva perdita dell’identità e della memoria storica locale, i disagi vissuti dalla comunità residente. I Piani Resinelli sono sempre stati una località attrattiva: il turismo, però, ha tanti volti. Da un lato può contribuire a generare ricchezza per chi vive e lavora sull’altopiano; dall’altro, può cannibalizzare le risorse, distruggendo i servizi per i residenti e favorendo lo spopolamento. Dopo gli anni d’oro dell’alpinismo, questo luogo è stato la culla dello sci alpino lombardo. Sono ancora visibili i resti degli impianti dismessi, i grandi alberghi abbandonati tra cui il grattacielo, icona di un modello turistico che ha fatto grandi danni prima di collassare e fallire. Fin da subito, quindi, siamo nati con l’idea di sperimentare nuovi modelli di sviluppo turistico, partendo da presupposti culturali differenti.

[Veduta dei Piani Resinelli con lo sfondo della Grigna Meridionale, o Grignetta, e in primo piano il “famigerato” grattacielo, simbolo nel bene e soprattutto nel male della località.]
Di recente vi siete costituiti APS, Associazione di Promozione Sociale. Un obiettivo che finalizza la prima parte di vita della vostra realtà e al contempo rappresenta l’inizio di un nuovo percorso, conseguente al primo ma certamente pure diverso. Perché avete intrapreso questa decisione e qual è il piano d’azione che avete immaginato per il “nuovo” Resinelli Tourism Lab?

I Piani Resinelli non sono un piccolo Comune di montagna, ma un territorio diviso in 4 comuni e due comunità montane diverse. Per un motivo o per l’altro, è sempre mancata una comunità locale vera e propria. Quando siamo nati speravamo di poter attrarre attorno al progetto questa comunità ancora invisibile, aiutandola ad emergere. E così è accaduto: nel tempo, le persone sono arrivate. Oggi l’associazione nasce per essere un punto di riferimento sul territorio: tra i soci ci sono residenti, proprietari di seconde case, esercenti e operatori, ma anche appassionati, persone che amano il territorio e desiderano prendersene cura mettendo a servizio le proprie competenze. Il “nuovo” Resinelli Tourism Lab è un corpo collettivo, che si muove sul territorio interpretando i bisogni di una comunità sfaccettata: persone con background ed esperienze diverse, competenze professionali, aspirazioni, desideri e aspettative.

[Panorama dei Piani Resinelli e in lontananza della pianura lombarda dai contrafforti della Grigna Meridionale. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it.]
Cosa sono i Piani Resinelli, dal vostro punto di vista? Quali le potenzialità e quali le criticità che presenta un luogo così particolare e per certi versi raro (è l’alta montagna più vicina in assoluto a Milano) e come si possono e devono (dovrebbero) gestire, secondo voi?

Senza dubbio, i Piani Resinelli sono la Grignetta. La Grigna è l’orizzonte di questo luogo, il suo carattere, la sua anima. È una montagna iconica, il simbolo cult per la vicina Milano, la riproduzione in scala del suo Duomo. Le fragilità riguardano l’affastellamento istituzionale e la facilità con cui a fasi alterne nel tempo si è scivolati verso un modello turistico estrattivo, diverso nei modi ma identico nella sostanza. Dai tempi dello sci a quelli della passerella panoramica. In un’ora e mezza è possibile partire da Milano e arrivare in Grigna. Una prossimità che può potenzialmente trasformare i Piani Resinelli in un vero laboratorio di innovazione metromontano. Il termine “Lab” per noi è molto importante. Fin da subito, siamo nati con l’idea di fare dei Resinelli laboratorio per un’Altra montagna. In questi anni abbiamo collaborato con università e centri di ricerca, abbiamo ospitato studenti e studentesse, nomadi digitali e smart workers. La possibilità di sperimentare processi di innovazione civica e costruire un ponte tra le terre alte e la metropoli urbana qui ha una dimensione di concretezza anche geografica. Con l’orizzonte del cambiamento climatico e l’aumento delle temperature, i Piani Resinelli possono essere un punto di accoglienza strategico per i migranti verticali in fuga dalle città sempre più torride: vorremmo che il territorio fosse gestito con questa prospettiva, ovvero quella di rafforzare i servizi per rendere possibili diverse forme di abitanza. […]

[Il bello e il brutto dei Piani Resinelli: sopra, la spettacolare Grignetta con le sue innumerevoli guglie (e il Grignone che spunta dietro di esse); sotto, il parcheggio principale della località, nei weekend caoticamente pieno di auto, di rumore, di gas di scarico.]
(Potete leggere l’intervista in versione completa su “L’AltraMontagna”, qui. Invece i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato ai Piani Resinelli li trovate qui.)

Piani Resinelli, la solita storia: turisti privilegiati, residenti trascurati. Così il luogo muore (ma tanto c’è il bel panorama, no?)

[Panorama dei Piani Resinelli dai contrafforti della Grigna Meridionale o Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]

Un bel giorno, consultando gli orari degli autobus dall’app mobile della tua città, scopri che la fermata dietro casa è stata soppressa. Non per un giorno, non per qualche settimana. Per sempre. Stordita, cerchi informazioni sulle fermate della zona. Tutte soppresse. Ti domandi come farai a cucinare qualcosa per pranzo, dato che il frigo è quasi vuoto e il primo supermercato dista da te più di 25 km. Non ci sono alimentari nelle vicinanze, tutte le attività sono state chiuse e sostituite da alberghi, ristoranti e attrazioni per turisti.
In effetti ti chiedi come farai a lavorare, visto che anche la connessione internet è debole e la fibra non funziona. Sei completamente isolata, senza mezzi pubblici e senza connessione web. Ti accorgi che anche l’acqua ha smesso di uscire dal rubinetto della cucina: la tua casa non è più allacciata all’acquedotto comunale. Dovrai arrangiarti.
Ora, tutto questo, è la quotidianità di chi vive in montagna. Non in qualche valle sperduta ma qui, ai Piani Resinelli, a un’ora da Milano. Cerchiamo di ripeterlo, alle istituzioni, che su queste montagne ci sono persone che ci vivono. Famiglie. Cittadini e cittadine che pagano regolarmente i contributi, proprio come tutti gli altri a quote inferiori o sul lago. A differenza degli altri, però, queste cittadine e cittadini sono soli. E scoprire così, un mattino, che i mezzi pubblici sono stati cancellati, senza un avviso, senza uno scrupolo, perché bisogna fare dei tagli, perché quella tratta non raccoglie grandi numeri e quindi non è importante, lasciamoli lassù a brontolare, i montanari. Lasciamoli lassù, che c’è l’aria buona. L’aria che piace tanto ai turisti, quella che profuma di soldi e fatturato.
Noi siamo i cittadini sacrificabili. Quelli che tanto è una scelta loro. Quelli che vabè, tanto hanno il panorama. Quelli che tanto vivere in montagna è come stare sempre in vacanza. Un giorno questo luogo sarà finalmente come lo vogliono: deserto. Un circo per i turisti della domenica. Disabitato e spettrale per tutto il resto del tempo. Ci siamo già vicini. Notizie come questa sono passi sempre più decisi che muoviamo in questa direzione. Dobbiamo esserne consapevoli.

Riproduco tale e quale e rilancio la testimonianza/denuncia che ha pubblicato sulla propria pagina Instagram Resinelli Tourism Lab riguardo la situazione della località montana ai piedi delle Grigne, dacché sono pienamente d’accordo con quanto vi è espresso (la potete leggere in originale cliccando sull’immagine qui sotto.). La situazione dei Piani Resinelli, località meravigliosa e ricolma di infinite possibilità di frequentazione turistica sostenibili e virtuose a beneficio di tutti, turisti, residenti e villeggianti, ma che da alcuni degli amministratori pubblici locali viene considerata solo come una meta da turismo giornaliero di massa, un divertimentificio dove conta solo la quantità di persone che ci possono stare, non la qualità della fruizione del luogo, e per ciò viene offesa e degradata – una situazione sulla quale ho scritto spesso, peraltro – sta diventando sempre più paradossale oltre che pericolosa per la sopravvivenza sociale e culturale della località stessa. Il menefreghismo nei suoi confronti è ormai palese, il disinteresse nel suo futuro anche, il fastidio verso chi comprende le grandi valenze dei Piani e vorrebbe che i turisti vi ci si trovassero bene innanzi tutto perché bene ci si sentono i residenti altrettanto.

A proposito di trasporto pubblico poi – uno dei servizi di base del quale un luogo di montagna e la sua comunità hanno bisogno, per giunta – notate il paradosso (appunto): si chiama “trasporto pubblico” perché è della collettività, è di tutti, ma la politica, che dovrebbe rappresentare la collettività, si comporta come se il trasporto fosse privato, roba sua e dunque della quale disporre a piacimento e in base a qualsiasi motivazione, peraltro usurpando il valore funzionale delle tasse pagate della collettività. Se dunque il trasporto è pubblico e le tasse le paga il pubblico, se non ci sono i soldi e per ciò il trasporto viene tagliato non è un problema del pubblico ma della politica che, evidentemente, i soldi delle tasse non li sa gestire al meglio così come non sa gestire al meglio i servizi di base che vanno (andrebbero) garantiti alla collettività. Garantiti, ripeto, senza se e senza ma così come senza giustificazioni d’alcun genere. Garantiti e basta.

[Evidentemente a certi amministratori pubblici locali i Piani Resinelli piacciono solo così, ingolfati di auto e sovraffollati di turisti-mordi-e-fuggi.]
Dunque, la suddetta politica che dice? Che fa? Come intende agire? Ovviamente con i fatti, non solo con le belle parole che sa sempre ben spendere e altrettanto bene sa non concretizzare. Quella politica che in gran parte, per dire, da anni diffonde promesse, intenzioni, impegni a favore dei Piani Resinelli (così come in innumerevoli altre località delle montagne italiane), e poi lascia che i servizi essenziali alla comunità vengano tagliati. Quindi, che ha da dire ora al riguardo?

Le “tre montagne del cuore”: ecco cosa ne è saltato fuori

[Le Grigne – la Grignetta a sinistra, il Grignone a destra – viste dalla Val San Martino. Foto di ©Alessia Scaglia.]
Qualche giorno fa ho proposto un piccolo “gioco” cioè una domanda apparentemente banale ma nemmeno troppo alla quale rispondere d’istinto: quali fossero per ciascuno le tre montagne del cuore.

Innanzi tutto ringrazio molto tutti quelli (tantissimi!) che hanno risposto qui e sui social citando le loro tre montagne del cuore: le ho elencate tutte nella tabella qui sotto, in ordine di preferenze; cliccateci sopra per ingrandirla:

L’elenco completo lo trovate qui.

Sia chiaro: un tale gioco non aveva/ha valore demoscopico e nemmeno alcuna intenzione di compilare graduatorie di montagne più importanti di altre, che sarebbero futili oltre che inutili. Di contro una risposta istintiva a questa domanda riesce comunque a rivelare cose interessanti: ad esempio su cosa acquisisca valore il nostro legame con le montagne, sul perché alcune di esse diventino in un modo o nell’altro referenziali per chi le conosce e frequenta, sull’immaginario che le montagne determinano il quale poi determina il senso stesso del frequentarle.

Al netto delle ragioni meramente personali e geografiche che hanno certamente determinato molte delle risposte, è bello constatare che montagne di tutte le Alpi, da est a ovest, siano state citate e anche gli Appennini, pur in misura minore, siano rappresentati per una buona parte della loro estensione. Le Grigne (nelle quali ho identificato unitariamente Grignetta e Grignone) la fanno da padrone: conta le geolocalizzazione di chi le ha citate, come detto, ma d’altro canto sono “le” vette prealpine per eccellenza, quelle più vicine a Milano e al suo vasto e iper antropizzato hinterland che già regalano a chi le frequenta sensazioni di montagna “vera”, e il cui aspetto duale (la Grignetta tutta torrioni, guglie e canali, il Grignone massiccio e compatto) rappresenta senza dubbio un ambiente montano speciale. In fondo tutte queste preferenze mi fanno tornare alla mente che qualche anno fa come «rifugio più amato d’Italia» fu eletto proprio il Brioschi, posto in vetta al Grignone. Probabilmente, anche a prescindere dalla loro facile e rapida frequentazione, le Grigne sono veramente montagne “speciali”, non tanto rispetto ad altre quanto in relazione al territorio nel quale si trovano e a chi vi abita.

Altre cose interessanti emerse dalle risposte: ad esempio, tra le grandi montagne alpine, il Monte Rosa batte il Monte Bianco mentre tra quelle più “estetiche”, cioè le vette che attraggono interesse in primis per le loro forme particolarmente spettacolari, sorprendentemente (o forse no?) il Gran Zebrù batte “sua maestà” il Cervino/Matterhorn, superato anche dal Pizzo Badile. Citatissimi anche Resegone e Presolana, montagne identitarie per i loro territori (il primo certamente in forza gli stessi motivi addotti per le Grigne); inoltre le numerose citazioni di vette delle Dolomiti dimostrano bene l’anima poliedrica di questa regione alpina, la cui essenza non si ritrova tanto in una sola montagna, in una singola vetta ma nel complesso di tutte quelle che animano in maniera così meravigliosa il paesaggio dolomitico.

È interessante anche constatare l’assenza di montagne pur celeberrime (l’Eiger, ad esempio: troppo inquietante per poter entrare nel cuore delle persone?); è invece assolutamente significativo leggere il gran numero di montagne minori, secondarie se non di più, poco o nulla note al di fuori delle loro zone eppure, evidentemente, capaci di rappresentare un’idea intima e determinata di “montagna” nelle persone che le hanno citate. Ciò rimarca che di sicuro esistono montagne più celebri e “amate” di altre ma che in effetti ogni montagna è importante, possiede una propria identità alpestre, un proprio valore culturale e emozionale, la dote di diventare un elemento referenziale e identitario per chi le conosca, le frequenti o abiti le pendici, dunque che ogni montagna merita attenzione, considerazione, rispetto e cura. Sia essa altissima o poco elevata, spettacolare o trascurabile, glaciale, rocciosa, boscosa o prativa, ogni vetta contribuisce a dare valore e spessore all’idea di “montagna” che ci portiamo dentro e che, in modi più o meno consci, determina la nostra visione e la relazione con il mondo nel quale viviamo.

Di nuovo grazie di cuore a tutti quelli che hanno voluto “giocare” e citare le proprie montagne del cuore. Ci ritroveremo presto con un altro “gioco” simile!