È la Natura che deve adattarsi all’uomo e alle sue attività, o viceversa?

[Foto di ©Roberto Garghentini.]
P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che potete leggere di seguito è stato pubblicato sul quotidiano “Lecco on line” giovedì 9 maggio e fa riferimento all’incontro svoltosi qualche giorno fa a Casargo, in Valsassina (provincia di Lecco) dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi”, durante il quale è intervenuto il Consigliere di Regione Lombardia Giacomo Zamperini.
Inutile dire che questo mio articolo non vuole (e non deve) avere alcun obiettivo polemico, anzi, cerca di implementare il dialogo il più possibile costruttivo e necessariamente fondato non solo sul tema del suddetto incontro ma in generale sull’intera realtà dei territori montani, la cui gestione nel presente e ancor più nel futuro che ci attende si presenta delicata e ricca di incertezze.
Buona lettura.

Lettera aperta (e cordiale, ma…) al Consigliere Giacomo Zamperini, Presidente della Commissione Montagna di Regione Lombardia

Nel recente incontro svoltosi a Casargo dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” e, come si evince, dedicato alla presenza di ritorno dei lupi sulle nostre montagne e alle problematiche a ciò connesse, soprattutto riferite al lavoro degli allevatori nei territori ove il lupo si sia manifestato, ha partecipato anche il Consigliere regionale – e Presidente della Commissione Montagna – Giacomo Zamperini, che più volte ha proferito in pubblico parole assolutamente condivisibili in merito alla realtà montana contemporanea e alla gestione politico-amministrativa delle terre alte.

Nel suo intervento a Casargo, invece, Zamperini ha fatto un’affermazione che proprio nell’ottica della miglior gestione possibile dei territori montani non può considerarsi sostenibile, sostenendo – come la vostra testata ha riportato – che «sono il lupo e la natura a doversi adattare alla presenza e all’attività dell’uomo, e non viceversa».

Al netto dell’elemento “lupo”, la cui problematica impone strategie mirate, ciò che ha dichiarato il Consigliere Zamperini è esattamente il principio per il quale la presenza e il rapporto dell’uomo con la montagna nel Novecento si è disequilibrato e distorto al punto da generare le circostanze di involuzione sociale, economico, ambientale, culturale, a livelli più o meno evidenti e gravi, che oggi purtroppo si possono constatare un po’ ovunque, sulle Alpi e sugli Appennini. No, la natura non si deve adattare alla presenza dell’uomo: da sempre avviene il contrario, così accade anche oggi e d’altronde è qualcosa di inevitabile. Semmai è proprio la ricerca del miglior equilibrio adattativo dell’uomo nei territori montani, in forza della peculiare realtà ambientale che presentano, a garantire i massimi vantaggi reciproci tanto alle montagne quanto alle genti che le abitano da secoli e, ci si augura, continuino a farlo nel futuro. È il bello dello stare in montagna, ancor più oggi che lo sviluppo tecnologico a disposizione consente di adattarsi alle condizioni montane ben più che una volta – ma non del tutto, visto che basta una bella nevicata o un periodo di forti piogge a mettere in crisi la nostra civiltà tanto avanzata e a volte un po’ troppo supponente. E meno male, a mio modo di vedere: ci consente di tenere sempre ben presente chi siamo, dove siamo e cosa dobbiamo fare per starci al meglio senza subire conseguenze deleterie.

D’altro canto, ovunque l’uomo abbia preteso di adattare la natura montana ai suoi voleri ne sono usciti dei gran danni, quando non dei disastri: è successo con il turismo quando si è massificato diventando eccessivamente impattante per i territori coinvolti, è successo con talune attività industriali che hanno superato il limite di sostenibilità dello sfruttamento territoriale (si pensi alle attività estrattive, ad esempio), ed è successo quando l’uomo ha voluto infrangere gli equilibri ecosistemici naturali, ad esempio nell’attività venatoria o con l’uso eccessivo delle risorse boschive.

Invece, proprio la dimensione di adattamento costante dell’uomo alla montagna e alle sue caratteristiche è ciò che rende la vita nelle terre alte speciale, preziosa, certamente più scomoda che in città ma per questo anche più importante e di valore: è esattamente quello che lo stesso Consigliere Zamperini ha sostenuto in un altro passaggio del suo intervento a Casargo citato nel vostro articolo, quando ha affermato che «preservare la montagna significa tutelare l’ambiente e mantenere in vita un’economia, una società e una cultura rurale millenaria». Ecco, guarda caso questa è un’ottima definizione per spiegare cosa significhi che l’uomo debba adattarsi alla natura montana e mantenere equilibrata la sua presenza in essa: è proprio ciò che i nostri montanari hanno fatto per secoli, è la realtà dalla quale è scaturita la cultura rurale millenaria che oggi cerchiamo di tutelare rispetto all’omologazione consumistica imperante nonché, a ben vedere, è uno degli elementi sui quali si fonda l’identità culturale contemporanea delle montagne. Soprattutto rispetto ai territori metropolitani iper urbanizzati, proprio quelli dove l’uomo ha adattato così estesamente il territorio alle proprie esigenze e alle attività antropiche da provocarne spesso un degrado diffuso e a volte profondo (lo stesso che poi fa affollare le località montane di cittadini in cerca di qualche ora d’aria buona e di mente libera).

Vogliamo che la montagna assomigli anche in questo alla città? Non credo proprio sia il caso, dunque non è ammissibile – non per qualsivoglia ideologia ma proprio per sensibilità politica e culturale – che si possa ragionare in montagna attraverso modelli di antropizzazione mutuati da realtà del tutto diverse e per questo potenzialmente pericolosi. Che è poi, per tornare all’altro “elemento” discusso a Casargo citato da Zamperini, il motivo per il quale la presenza del lupo oggi è problematica e si fatica non solo a trovare strategie efficaci ma pure a dialogare sul tema senza cadere in parteggiamenti e strumentalizzazioni ideologiche, che finiscono per rendere cronico il problema piuttosto di alleviarne il portato.

In ogni caso, ribadisco, il Consigliere Zamperini si è rivelato in altre occasioni ben più apprezzabile nelle parole pubblicamente spese su cose di montagna, e posso pensare che l’infelice uscita di Casargo sia stata soltanto una boutade malamente influenzata dalle circostanze del momento o per altri motivi poco meditata mentre in futuro le sue considerazioni sulla realtà presente e futura delle nostre montagne potranno essere più ponderate e provvidenziali per chiunque abbia a cuore le terre alte.

Come poter risolvere il “problema lupo” sulle nostre montagne se per farlo si sostengono palesi fake news?

[“Zagor” nr.536, marzo 2010.]
P.S. – Pre Scriptum: il testo che potete leggere è di una lettera che ho inviato alla redazione del quotidiano “La Provincia di Lecco”, sul quale domenica 5 maggio è apparso l’articolo (lo vedete qui sotto) che è l’oggetto delle mie considerazioni. Ciò nell’ottica solita di favorire il dibattito più franco, obiettivo e onesto, dunque costruttivo, sul tema in questione così come su ogni altro: qualcosa di cui abbiamo costantemente bisogno, e in modi crescenti.
Buona lettura.

La «minaccia del lupo sugli alpeggi» e le fake news (istituzionali) che la rendono ancora più grave

Qualche giorno fa a Casargo si è svolto l’incontro dal titolo “La minaccia del lupo sugli alpeggi” dedicato, come il titolo rende chiaro da subito, al ritorno del lupo sulle nostre montagne e alla problematica presenza nelle zone antropizzate, ove operano diversi allevatori con i loro animali; la vostra testata ne ha riferito qui. È un tema parecchio dibattuto, inutile rimarcarlo, anche se troppo spesso attraverso modalità eccessivamente polarizzate sulle due posizioni maggiormente contrapposte, quella che propugna la più estesa salvaguardia del lupo e l’altra che mira a supportare in maniera altrettanto estesa l’attività degli allevatori. Su tali posizioni per giunta si innesta – tradizione nostrana del tutto deprecabile – la strumentalizzazione politica, così che il dialogo tra le parti, qualsiasi esse siano, diventa pressoché impossibile, con il risultato che al problema non solo non si trovano soluzioni ma se ne aggrava le conseguenze.

Ma c’è qualcosa di ancora più deleterio all’analisi del problema, in questo caso come in ogni altro simile: la diffusione di falsità. Ed è piuttosto desolante constatare che, nel caso dell’incontro di Casargo, a praticare questo infelice metodo è stato proprio il Primo Cittadino del comune, quando ha affermato che «Il lupo è stato introdotto con il denaro pubblico». Niente di più falso: come è chiaramente spiegato nel sito di Life Wolf Alps EU, il programma europeo di azioni coordinate per migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane a livello di popolazione alpina, «in Europa nessun lupo, è stato mai catturato per essere poi spostato e liberato a scopo di ripopolamento. L’espansione del lupo in Italia negli ultimi quarant’anni è frutto solo ed esclusivamente di dinamiche naturali della specie.» E se qualcuno, vedendo che si tratta di un progetto europeo, per parteggiamenti politici pensasse che ciò non sia vero, sappia che anche il sito della Provincia Autonoma di Trento, notoriamente su posizioni piuttosto “decisioniste” contro la presenza dei grandi carnivori sulle Alpi, mette ben in chiaro da subito la stessa verità, chiarendo che «La ricolonizzazione del lupo sulle montagne trentine è peraltro inserita in un fenomeno che sta avvenendo su scala addirittura continentale: in buona parte d’Europa si sta verificando un rapido e diffuso ritorno della specie, dovuto alle migliori condizioni delle foreste rispetto al passato, all’abbondante disponibilità di specie preda (in particolare ungulati selvatici), al quadro normativo vigente e alla maggiore accettazione della specie da parte dell’uomo».

Obiettivamente quello del Primo Cittadino di Casargo sembra un atteggiamento alquanto discutibile e ben poco accettabile, venendo da un rappresentante delle istituzioni cioè del comune che per giunta ha patrocinato l’incontro in questione. Ogni posizione sul tema dibattuto è legittima e vagliabile, si possa essere d’accordo o meno con ciascuna di esse: il problema esiste e va gestito al meglio, per il bene di tutti i soggetti coinvolti, ma senza alcun dubbio per elaborare la migliore gestione di esso bisogna lavorare su dati certi e obiettivi, non su fake news che generano solo ulteriore confusione oltre che esacerbazione degli animi.

Ci si potrebbe chiedere cosa possa cambiare, che i lupi siano stati reintrodotti sulle Alpi o se siano in dispersione, al fine della gestione del problema: inutile dire che cambia uno dei punti di partenza fondamentale per l’elaborazione delle più efficaci soluzioni sistemiche al riguardo, visto che nello stesso incontro di Casargo si è messa in evidenza l’importanza di adottare «strategie territoriali» che sarebbero da strutturare si vari livelli, da quello che concerne la macro-area alpina fino alla scala locale, al fine di mettere in atto soluzioni perfettamente contestali ai territori e all’entità del problema in essi. Ovvio che cercare di costruire qualcosa su basi così inconsistenti non può portare a nulla di veramente utile.

C’è solo da augurarsi che il Sindaco di Casargo abbia affermato quanto sopra in maniera solo troppo avventata, senza prima informarsi sulla fondatezza delle sue convinzioni e, parimenti, che l’abbia fatto senza con ciò aver voluto scientemente manifestare posizioni ideologiche strumentalizzate che, come detto, sono tra gli elementi che più determinano l’attuale confusione sul tema e la mancanza di strategie risolutive efficaci – in questa come in molte altre questioni che concernono la realtà contemporanea dei territori montani. E, in fin dei conti, che renderebbero inutile e inaffidabile l’incontro svoltosi nel suo paese: cosa che, lo si può ben immaginare, chiaramente il sindaco di Casargo in primis non vorrà appurare. Ce ne sono già fin troppe di incertezze che gravano sul presente e ancor più sul futuro delle montagne: è (sarebbe) bene non aggiungerne altre.

Animali giuridici

[Foto di Cristofer Maximilian da Unsplash.]
Come riporta “Il Post”, l’anno prossimo, forse già a gennaio, la Corte di Appello dello stato di New York dovrà stabilire se Happy, un’elefantessa asiatica di circa 50 anni che vive da sola in un’area recintata di 4mila metri quadrati nello zoo del Bronx, a New York, sia una persona giuridica, cioè un individuo con diritti morali e legali di fronte alla legge americana, con potenziali grosse conseguenze per molti altri animali in cattività.

Se da un lato fa piacere leggere che il sistema giuridico di un paese avanzato come gli USA si occupi finalmente di questo tema, dall’altro risulta parecchio sconcertante che la parte più evoluta e “civile” del genere umano – ben rappresentata dagli Stati Uniti, appunto – solo ora si renda conto (forse) di quanto sia ineludibile il tema in questione. Un tema fondamentale non solo e non tanto per le ricadute giuridiche che può avere ma, io credo, per la nostra stessa presenza sul pianeta tra le altre specie viventi in qualità di razza “dominante”, certamente in senso tecnologico ma ben più discutibilmente dal punto di vista ecologico.

In verità, alle persone dotate di autentica sensibilità intellettuale e morale il quesito posto all’attenzione della Corte newyorchese appare quanto mai retorico e privo di senso biologico: certo che gli animali hanno una “personalità giuridica”, tutti quanti e in special modo quelli con i quali l’uomo – razza che ha il diritto/dovere di stabilire quanto sopra – interagisce! Ce l’hanno naturalmente, ancor più di quanto l’uomo ce l’abbia pure giuridicamente, e il fatto che tale “ovvietà” non sia ancora stata considerata per come dovrebbe dal genere umano è una delle sue più grandi colpe, anche per come essa abbia causato e cagioni continuamente danni tremendi alle altre creature viventi e agli ecosistemi del pianeta. Ma non è, questo mio, un discorso meramente ambientalista o animalista: è una questione filosofica e etica nonché politica, ancor prima che giuridica. Non c’è nulla da stabilire in un senso o nell’altro in forza di un provvedimento legale: c’è da prendere atto con adeguata consapevolezza di un dato di fatto biologico.

A tale proposito mi pare che non abbia granché senso l’obiezione – citata nell’articolo de “Il Post” e che immagino sarà posta da molti – del giurista statunitense Richard Cupp, oppositore dello status di persona giuridica per gli animali, il quale ha detto: «Un caso che potrebbe portare miliardi di altri animali in tribunale sarebbe un disastro. Una volta che ammetti che un cavallo, un cane o un gatto possono sporgere denuncia per aver subito degli abusi, si arriva in un attimo alla considerazione che una persona giuridica non può essere mangiata». Mi sembra che tale affermazione crei solo confusione tra due questioni ben differenti anche se di apparente simile sostanza, l’una relativa alla relazione etico-ecologica tra umani e animali e l’altra all’aspetto ecosistemico: una confusione che sottende una reiterata visione antropocentrica del tema e non considera la necessità inderogabile, in una rete ambiente complessa, di un equilibrio armonico tra specie viventi, in primis negli aspetti etici, appunto. Un equilibrio biologico pragmatico, in parole povere, che può ammettere che l’uomo – razza onnivora per natura, non per altri motivi – si cibi di certe specie animali ma non può ammettere affatto che qualsiasi specie animale venga maltrattata (qualsiasi cosa ciò possa significare) dall’uomo solo perché razza dominante.

Se a tal fine occorre che una legge di uno stato stabilisca la personalità giuridica degli animali, ben venga. Tuttavia, ribadisco, le persone che sanno vivere in consapevole armonia con il mondo che hanno intorno già la riconoscono e la rispettano verso qualsiasi altra specie vivente, questa dote. Ed è alquanto importante che l’intero genere umano raggiunga questa consapevolezza ecologica: non ne va solo della vita animale ma, forse soprattutto, ne va della vita umana, di tutti noi.

 

“La Montagna assetata”

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla a un formato più leggibile.]
Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.