[Immagine a destra: autore sconosciuto/poetrycenter.org., pubblico dominio; fonte qui. Immagine a destra: di Nukes4Tots, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]«Hai sentito a chi hanno dato il Nobel per la letteratura, quest’anno?»
«No, a chi?»
«Alla Glück.»
«Come? A quelli che fanno coltelli e pistole?»
«No, quella è la Glock. Questa è la Glück.»
«Ah, ok. L’ho sparata grossa, allora.»
«Be’, è il caso di dirlo.»
«Però, leggo su Wikipedia che il padre della Glück aveva una fabbrica di coltelli. Come la Glock.»
«Ah.»
«Quindi non ho poi sbagliato del tutto.»
«Ehm… ok, ok. Ti sei mosso sul filo del rasoio e ti è andata bene.»
«In effetti quella fabbrica che il padre della Glück gestiva produce anche rasoi.»
«Ah.»
«E la Glück ha vinto un premio, il Nobel appunto, istituito dall’inventore tra altre cose anche della balistite, un propellente per armi da fuoco. Come quelle che produce la Glock.»
«Ok, mi arrendo!»
«E senza nemmeno che ti minacci con coltelli o pistole, visto? Questa sì che è nonviolenza!»
«Ma va là, pistòla!»
«Eh?»
«Ehm, no, niente… come non detto!»
Ahimè, devo gioco forza ammettere che, sempre più spesso, a stare in mezzo alle “persone normali” – nel senso più ampio della definizione – mi viene da parafrasare quel famoso passaggio del Manzoni ne I Promessi Sposi, «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune» con il buon gusto c’è ancora, forse, ma se ne sta nascosto per paura del gusto comune.
E intendo “buon gusto” tanto esteriore quanto interiore – mentre non lo intendo affatto nel senso gastronomico, col quale invece pare venir unicamente correlata l’espressione, oggi. Il che la dice molto lunga in merito a quanto la sua accezione primaria sia scaduta e dimenticata.
Ecco.
Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.
Per gli antiamericani, già.
I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.
In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:
Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?
N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde. Cliccateci sopra per leggere il post originario.
La comunicazione usata nell’emergenza ha favorito la paura. Ne sono convinto. È un meccanismo non casuale, ma scelto. Se alimento sempre più paura, la gente fa come dico io. Ma è un meccanismo non solo italiano, viene usato in Inghilterra e in altri Paesi. Una comunicazione che crea un tempo sospeso, in cui nessuno dice con precisione cosa avverrà. E questo non può che accrescere la paura. […] Credo però, e si avverte anche in questi giorni, che basterà poco per ritrovare un sentire diverso. Determinante sarà la percezione individuale del pericolo e della paura, perché l’incertezza non può accompagnarci per sempre.
Sono parole di Giuseppe De Rita, sociologo e presidente del Censis, in un’intervista su “Il Mattino” ripresa da varie altre testate, ad esempio qui. «Se alimento sempre più paura, la gente fa come dico io»: è esattamente il principio che muove il sistema di potere dal quale continuiamo a farci governare, sempre più distante e antitetico da qualsiasi definizione di “democrazia” e più vicino a realizzare quella famosa provocazione di Charles Bukowski, «La differenza tra democrazia e dittatura è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare» (da Compagno di sbronze).
Ma la paura è sempre sintomo di debolezza, di fragilità, di inferiorità: ogni società che si faccia governare da un sistema di potere attraverso i meccanismi evidenziati da De Rita – ed è cosa assai comune, appunto: l’Italia ne è un modello tra i più evidenti – è inesorabilmente destinata a crollare su se stessa. È l’unica certezza, questa, che può dare la dimensione d’incertezza strumentalmente creata dal potere per preservarsi e proliferare. La democrazia è tutt’altra cosa: la percezione individuale invocata da De Rita, del pericolo e della paura così come del civismo e del senso sociale e di ogni altra cosa che definisce l’ambito collettivo in cui tutti viviamo, è forse l’arma più potente contro quella bieca e pericolosa deriva fobicocratica del potere. Anche per questo è “determinante”: non solo per risolvere la questione della paura, ma per non dissolvere il futuro libero e democratico di tutti noi in un’oscura decadenza degna della peggior distopia letteraria. Non a caso è una delle doti umane e intellettive più odiate da esso, la percezione: perché fa capire rapidamente e in modo ben determinato la reale natura del potere.