Nenie d’altri tempi e spazi

Il mio udito torna a intercettare quella nenia musicale che avevo sentito anche poco fa. Me ne faccio incuriosire; deve provenire da qui vicino. Infatti, poco oltre l’angolo della strada che da Lossi plats scende a meridione ed esce da Toompea, ai piedi dei bastioni che reggono il curatissimo giardino – in parte coltivato a roseto – del palazzo del Parlamento, c’è un suonatore di fisarmonica che rilascia nell’aria tale melodia dimessa e trascinata, malinconica e nostalgica di chissà quale tempo e spazio. È un anziano suonatore di strada, suppongo russo dalla percezione linguistica che colgo (per quanto ne possa capire, certo) nel canto profuso; la sua nenia è una via di mezzo tra un rap ante litteram e un lamento remissivo, una filastrocca mandata in loop e suonata senza interruzione alcuna, tant’è che non capisco se abbia strofe e ritornelli, se duri pochi secondi oppure molto di più – dacché l’impressione è quella d’un disco rotto che ad ogni scarsa manciata di secondi riprenda daccapo il suo melodiare. Conferisce al luogo un’atmosfera particolare, quasi inquieta, se non fosse che la sua figura seduta su un piccolo sgabellino e piegata sullo strumento tenuto in grembo contrasti in modo stridente con la lunga fila di bus turistici allineati poco oltre lungo il viale che costeggia Toompea in attesa dei propri occupanti vacanzieri e ridanciani tra i quali ho serpeggiato poco fa come esile zattera tra gorgoglianti flutti umani.
Gli ripongo del denaro nella borsa che tiene aperta davanti e sono l’unico a farlo; da quando sono qui a osservarlo e ascoltarlo, cerco di immaginare chi possa essere o chi sia stato: un ex militare russo o un membro dell’apparato di potere sovietico, un colono venuto qui dall’Est per costruirsi pur forzatamente una nuova vita, semplicemente un poveraccio indigente… Ripenso alla questione inerente il rapporto tra estoni indigeni ed estoni russi, perché mi pare che realmente non sia di poco conto e non semplicemente suggestiva, per la città e per il suo presente, non solo per il passato.

Indovinato! È un altro brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

Nel KuMu, a Tallinn

[…] Due opere in particolare attraggono la mia attenzione, messe l’una accanto all’altra in un accostamento a dir poco drammatico – anzi, parecchio tragico! – le quali nuovamente finiscono per indagare non solo la storia politica nazionale ma pure il tribolato rapporto tra estoni e russi in chiave psicosociale. A destra, un classico ritratto di Iosif Stalin, colui che riportò l’Estonia sotto il controllo totalitario dell’URSS, dopo la Seconda Guerra Mondiale: in uniforme militare, il piglio fiero, lo sguardo rivolto verso l’infinito, lo sfondo scuro ad esaltarne la figura solenne, perentoria, conturbante nel bene (per i suoi sostenitori) e nel male (per tutti gli altri), con la tela racchiusa in una sottile cornice chiara. A sinistra, accanto pochi centimetri, un’opera di sapore impressionista raffigurante una donna apparentemente giovane, con indosso un abito blu, la capigliatura moderna, impiccata ad una finestra dalla quale si vede una città illuminata, un cielo stellato e, proprio in corrispondenza del capo della donna a mo’ di aureola, una luna giallo-ocra. Gli occhi riversi, la bocca aperta nell’ultimo disperato afflato vitale, le braccia inermi distese lungo i fianchi dell’esile corpo.
Terribile, appunto. Tragico all’ennesima potenza, con un messaggio primario, forse banale ma senza dubbio indotto da un tale accostamento, che pare sancire al visitatore: ecco, guarda, lui e tutto ciò che ha rappresentato ci ha portato a questo. La manifestazione di una disperazione assoluta al punto da dissolvere ogni buon motivo di vita, che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dalla ritrovata indipendenza nazionale e a più di mezzo secolo da quel periodo, conserva intatta la sua tragicità […]

Sì, esatto, è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per la cronaca, il KuMu è questo.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

INTERVALLO – Roma, Casa Museo Alberto Moravia

Alberto Moravia non ha certo bisogno d’alcuna presentazione, forse invece non tutti conoscono un luogo assolutamente affascinante legato al grande scrittore e alla sua vita: la Casa Museo di Roma, un appartamento all’ultimo piano di Lungotevere della Vittoria 1, dove lo scrittore, nato nella capitale italiana nel 1907, abitò dal 1963 fino al 1990, anno della morte.

L’intimità domestica, che il luogo conserva inalterata, offre al pubblico l’opportunità di avvicinarsi  con uno sguardo privo di soggezione ad una delle figure più importanti del Novecento europeo; uno scrittore dalla personalità complessa, intellettuale engagé, sostenuto da una profonda passione civile a da una curiosità culturale che hanno trovato espressione in molteplici forme e linguaggi. Nei diversi ambienti dell’appartamento, caratterizzato dalla semplicità degli arredi, moderni ma senza ostentazione, visitatori e studiosi possono ammirare le opere d’arte e gli oggetti della collezione in mostra sulle pareti delle stanze e dei corridoi dove si alternano agli scaffali ricchi di importanti volumi. Un luogo “museale” ma quanto mai vivo e attivo, di grande fascino e suggestione, che ospita inoltre le attività e le iniziative culturali promosse dall’Associazione Fondo Alberto Moravia: incontri, mostre, convegni internazionali, dibattiti, progetti editoriali e filmici che mantengono vivo l’interesse per lo scrittore e il suo lavoro.

Per saperne di più potete cliccare sulle immagini e visitare il sito web della Casa Museo, ove troverete ogni informazione utile per la visita.

(Le immagini presenti in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook della Casa Museo.)

INTERVALLO – Tartu (Estonia), Eesti Rahva Muuseum/Estonian National Museum

L’Estonia, piccolo paese baltico i cui abitanti in totale sono meno di quelli della sola Milano, ha costruito un museo nazionale a dir poco sensazionale, senza dubbio tra gli edifici culturali più belli e architettonicamente particolari al mondo, al punto che ne Milano e neanche città pure più grandi e importanti possono ambire di averne di simili, credo. E lo dico essendo legato a Milano ed avendo pure un certo legame “letterario” con l’Estonia, dunque in modo emotivamente “neutro”, per così dire.

L’Eesti Rahva Muuseum / Estonian National Museum, aperto nel 2016, è stato progettato da un team di giovani architetti capitanato dalla franco-libanese Lina Ghotmeh e ha sede a Tartu, la seconda più importante città estone. L’eccezionale edificio museale prende forma dalla pista di un vecchio aeroporto militare sovietico la cui superficie fa “decollare” verso l’alto, proprio come se l’ampia striscia di cemento si sollevasse dal terreno grazie al lunghissimo tetto inclinato del museo. Come si può leggere in questo articolo su Archiportale.com, «Il progetto mira a creare una sorta di ‘casa aperta’ ai visitatori, un luogo di incontro e di interazione capace di riunire le persone accomunate dalla stessa storia che, per quanto sia stata anche dolorosa, deve essere celebrata e ricordata. In questo scenario la base militare abbandonata si configura come lo spazio ideale ad accogliere le intenzioni dei progettisti, in quanto luogo fortemente drammatico. La struttura rappresenta il più grande museo dei paesi baltici che racconta la storia culturale dell’Estonia a partire dall’età della pietra fino all’epoca contemporanea, con approfondimenti su tradizioni e rituali tipici di questa nazione.»

Potete ammirare molte immagini dell’Estonian National Museum, oltre alla storia del progetto da cui è nato, nel sito di Lina Ghotmet, qui.

Qualcosa da vedere, assolutamente, per chiunque passi da lassù – e magari lo faccia anche “grazie” a me!

Berlino, 9 novembre per sempre

Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.

Così dichiarava, proprio il giorno 9 novembre del 1989, Günter Schabowski, membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR. La fine del Muro di Berlino, insomma, il quale “cadeva” esattamente 30 anni fa.

Io l’ho visto, il Muro di Berlino.
Quel che ne resta, certo, ma che resta assolutamente, profondamente emblematico.
L’ho visto – da tanto volevo andare a vederlo, intuivo che fosse qualcosa da fare per chiunque nella vita, almeno una volta – l’ho toccato, l’ho osservato nel contesto urbano in cui venne calato con la forza, mi ci sono messo davanti per far che i miei occhi vedessero solo cemento grigio e niente altro. E ho visitato alcuni luoghi museali e di rimembranza che ne raccontano la storia e le vicende di chi vi rimase imprigionato o cercò di superarlo, frequentemente a costo della vita.

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/k3cooosvp488hntf-525908/)

Berlino è una città bellissima e affascinante, ricca di arte, cultura, luoghi storici fondamentali, angoli meravigliosi, musei, gallerie d’arte, locali unici al mondo. Ma, io credo, chiunque dovrebbe recarsi almeno una volta a Berlino per entrare direttamente in contatto – un contatto fisico e insieme spirituale – con la storia del Muro di Berlino, una delle più sconcertanti follie mai messe in atto dal genere umano. Chiunque dovrebbe recarsi in città, magari in uno di quei luoghi ove qualche brandello del muro originario sia ancora in piedi, e toccarlo, sentire la ruvidezza del suo cemento sulle mani, cercare di percepire cosa ancora quei pezzi diroccati di sbarramento abbiano da raccontare – ed è ancora tantissimo, io credo, e molto esplicativo.

Chiunque dovrebbe farlo, per se stesso, per i propri figli, per il futuro della civiltà umana. E magari spendere ancora una mezza giornata in un museo o in uno spazio culturale che conservi in modo vivido e attivo la memoria di quella follia assoluta e di tutto ciò che ne conseguì fino a quel 9 novembre di trent’anni fa. Sono certissimo che, se chiunque sapesse fare ciò, e ne comprendesse l’importanza, il nostro mondo sarebbe molto migliore di quanto sia e il senso di quel giorno di libertà si potrebbe perpetuare vivido e benefico, a vantaggio della vita libera di tutti noi, per sempre.

(La foto in testa al post è ovviamente del sottoscritto: fateci clic sopra…)