
Nel Museo delle meravigliose Utopie dovremmo andarci più spesso, per renderci conto di quante buone occasioni l’umanità abbia messo in un angolo a prendere polvere soltanto per non essere stata capace di crederci veramente.
Tanto, state tranquilli, di coda all’ingresso non se ne troverà.
(L.)
Tag: museo
Il podcast della puntata #12 di RADIO THULE 2012/2013
Ecco qui, come tradizione del giorno successivo a quello della diretta, il file in podcast della puntata #12 di RADIO THULE 2012/2013 di lunedì 25 Marzo 2013, intitolata “Un museo dalla forte eco“…
Ovvero: il “museo”, inutile dirlo, è un luogo, generalmente un edificio, che conserva una certa collezione di opere (storiche, artistiche, culturali) e che si può visitare per poter ammirare tale collezione conservata. Ma può invece esistere un museo privo di mura e d’un tetto, la cui collezione non è fatta di opere vere e proprie ma di paesaggi, ambienti, tradizioni, culture, e che, più che visitarlo, lo si può addirittura vivere? Sì, esiste: è un ecomuseo, e approfittando della presenza di un tale “museo diffuso” del territorio nel quale RCI Radio ha sede, in questa puntata RADIO THULE ospita
(una volta ancora, e sempre con grande onore e piacere) Fabio Bonaiti, Coordinatore dell’Ecomuseo della Val San Martino, per guidarci alla scoperta di questo e degli ecomusei esistenti oggi sul nostro territorio: come e quando sono nati, cosa sono, come “funzionano”, perché esistono e come si può godere del loro patrimonio – ovviamente con un occhio di riguardo per l’Ecomuseo locale e per quanto ci può offrire, ma indubbiamente con un focus generale sull’intera realtà ecomuseale nazionale e internazionale.
Per avere da subito maggiori informazioni sull’Ecomuseo Val San Martino, cliccate sul logo per visitarne il sito web.
Cliccate sulla radio qui sopra per ascoltare e scaricare il file, oppure visitate la pagina del blog dedicata al programma con tutto l’archivio delle puntate di questa e delle stagioni precedenti.
Prossimo appuntamento con RADIO THULE, lunedì 8 Aprile 2013. Save the date e, per ora, buon ascolto!
Lunedì 25/03, ore 21.00: torna RADIO THULE #12-12/13, live in FM e streaming su RCI Radio!
Lunedì 25/03, ore 21.00, live su RCI Radio 91.8/92.1 FM e in streaming:
RADIO THULE, anno IX, puntata #12!
Sapete che potreste vivere dentro un “museo”, senza saperlo? Ve lo potrebbe rivelare questa puntata, intitolata “Un museo dalla forte eco“… Ovvero: il “museo”, inutile dirlo, è un luogo, generalmente un edificio, che conserva una certa collezione di opere (storiche, artistiche, culturali) e che si può visitare per poter ammirare tale collezione conservata. Ma può invece esistere un museo privo di mura e d’un tetto, la cui collezione non è fatta di opere vere e proprie ma di paesaggi, ambienti, tradizioni, culture, e che, più che visitarlo, lo
si può addirittura vivere? Sì, esiste: è un ecomuseo, e approfittando della presenza di un tale “museo diffuso” del territorio nel quale RCI Radio ha sede, in questa puntata RADIO THULE ospita (una volta ancora, e sempre con grande onore e piacere) Fabio Bonaiti, Coordinatore dell’Ecomuseo della Val San Martino, per guidarci alla scoperta di questo e degli ecomusei esistenti oggi sul nostro territorio: come e quando sono nati, cosa sono, come “funzionano”, perché esistono e come si può godere del loro patrimonio – ovviamente con un occhio di riguardo per l’Ecomuseo locale e per quanto ci può offrire, ma indubbiamente con un focus generale sull’intera realtà ecomuseale nazionale e internazionale.
Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, oppure QUI per lo streaming in HD o ancora QUI per lo streaming in UltraHD! E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: save the date e stay tuned!
#4179 buoni motivi per conoscere Alex Dorici (e la sua ultima opera d’arte)

Ho conosciuto Alex Dorici e la sua produzione artistica nel 2007, e da subito mi sembrò parecchio interessante la sua ricerca di un costante dialogo tra opera d’arte, artista-creatore, ambiente d’intorno e fruitore di essa, il tutto partendo da elementi non esattamente assimilabili al concetto “popolare” di arte, quasi anzi cercando (ricerca nella ricerca!) di generare, trarre, liberare arte direttamente dall’essenza di quegli elementi e riportandola ad una condizione di riconoscibilità estetica in grado di trasformarli in modo chiaro e indubbio, negli occhi e nella mente del visitatore, in “opera d’arte”, appunto. Un’operazione non semplice, con la quale sarebbe stato facile superare il limite oltre il quale tutto si banalizza, si svuota di senso e significato e diventa al massimo mero esercizio tecnico-stilistico, che non lascia nulla di sé in chi se lo trova di fronte. Alex Dorici ha saputo invece muoversi verso la direzione opposta, facendo sì che il senso del suo lavoro diventi non solo il tema principale del dialogo sopra citato tra opera d’arte, artista, ambiente e fruitore, ma pure si arricchisca di innumerevoli ulteriori temi che proprio l’ambiente e i fruitori “donano” all’opera d’arte e al suo creatore attraverso l’interattività fisica e metafisica con essi. Una sorta di microcosmo artistico, insomma, che va ben oltre il classico e chiuso rapporto tra opera d’arte e fruitore di essa (il quadro al muro e la persona che lo osserva, in pratica, situazione in cui la fruizione artistica è tutta lì, risolta in tale confronto univoco) e che cerca di coinvolgere il fruitore nell’arte e nel concetto/messaggio alla base di essa, in un’armonia tanto ignorata (finché non la si constata) quanto sorprendente (una volta constatata) e, per così dire, gioiosa e propedeutica a qualsiasi eventuale successivo sviluppo interattivo e di pathos artistico.
Guarda caso conobbi Alex Dorici, nel 2007, proprio con quello che fu la prima importante realizzazione pubblica del “Progetto Scatole”: Opera scomponibile – 1140 moduli, inaugurata a Lugano nel Novembre di quell’anno (ne parlo diffusamente nello scritto che troverete cliccando sul link in calce a questo articolo, e che scrissi nel 2009 quale presentazione generale della ricerca artistica di Alex Dorici). Lo ritrovo ora con l’evoluzione finale (almeno concettualmente) di quel progetto: #4179, esposizione personale (sempre in forma di installazione) a cura del Museo d’Arte di Lugano, visitabile fino al 18 Gennaio 2013 presso la Limonaia di Villa Saroli, il polo espositivo che la città svizzera dedica all’arte giovane e più innovativa.
#4179 mi sorprende da subito nel constatare quanto avanti la ricerca alla base del “Progetto Scatole” sia arrivata e come si sia evoluta, giungendo alla creazione di un’installazione imponente e potente che pare realmente appartenere ad uno stadio evolutivo superiore rispetto ai lavori degli anni scorsi. Le sue forme sinuose quasi annullano la percezione della modularità dell’opera, del suo essere composta da così tanti elementi singoli (quattromilacentosettantanove scatole, appunto!), ma annullano pure certa “ovvia” monumentalità – la parvenza di avere di fronte un muro, seppur insolito e particolare; l’installazione sembra ben più viva di un muro o di altro di simile, pare appartenere ad una dimensione non del tutto diversa da quella solita ma un po’ sì, e seguire regole di armonia per certi versi classiche ma per altri innovative. E’ forse anche merito dell’illuminazione, studiata appositamente non solo per dare luce alla struttura ma in qualche modo anche per acuire negli occhi e nella mente del visitatore la sensazione di vitalità di essa – e l’edificio della Limonaia a sua volta agevola tale sensazione, proteggendo nel suo involucro novecentesco una sorta di stringa di pixel postmoderna, dacché pure a ciò potrebbe far pensare l’installazione così illuminata…
Ho chiesto direttamente ad Alex Dorici cosa rappresenti #4179 nella propria ricerca artistica, e così mi ha risposto:
“Quest’opera rappresenta la fine di una prima parte di ricerca durata 5 anni in cui ho sviluppato un modo di ragionare e lavorare soprattutto nell’ambito delle grandi installazioni.
#4179 è l’opera che va ha concludere una serie di installazioni iniziate nel 2007 con Dechictement de l’Ouvre 1140 Modules. Questo non significa che non presenterò più opere del genere ma significa che ho sviluppato una buona conoscenza di questo modo di sviluppare un lavoro, e quindi può essere un buon motivo per iniziare a elaborare situazioni e lavori nuovi, con nuovi concetti.
Per farti un esempio mi piacerebbe molto realizzare una serie di opere in cui si passi all’estremo opposto delle installazioni realizzate negli ultimi anni, ad esempio lasciare uno spazio espositivo enorme vuoto con al suo interno una sola scatola.”
Ecco perché poco fa ho parlato di evoluzione finale, per #4179. Ne hanno fatta di strada le semplici, banali scatole per la frutta che Alex Dorici ha utilizzato per il suo “Progetto Scatole”: un vero e proprio cammino evolutivo, fino ad un punto “ideale” che, appunto, può diventare ideale principio per nuovi percorsi artistici, figli legittimi e consapevoli di quanto fatto fino ad oggi ma pronti a percorrere nuove strade, nuove ricerche per chissà quali nuove affascinanti evoluzioni.
In ogni caso, lo ribadisco, avete tempo fino al 18 Gennaio 2013 per visitare #4179, presso la Limonaia di Villa Saroli, con la cura del Museo d’Arte di Lugano: lo merita parecchio, e vi sorprenderà non poco.
Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Alex Dorici (nel quale peraltro potrete osservare molte immagini di #4179), oppure QUI per il sito web del Museo d’Arte di Lugano, oppure ancora leggete il mio scritto di presentazione dell’artista ticinese e del suo lavoro: Alex Dorici. Lineari frammenti di un’arte incisiva.
La fotografia contemporanea: nuova pietanza artistica, o ennesima minestra riscaldata?

Cito, ad esempio:
“Si resta perplessi (…) ascoltare o leggere spesso, in questi dibattiti, la riproposizione di questioni che dovrebbero essere assodate: mi riferisco, per fare qualche esempio, alla obsoleta questione della fotografia come documento o come arte, al suo rapporto con il mondo dell’arte con tutte le conseguenze che il (falso) problema comporta − tiratura limitata o riproduzione infinita, definizione di fotografo-fotografo o fotografo-artista o artista-fotografo o artista che usa la fotografia e così via – o problematiche inerenti al passaggio dall’analogico al digitale.
Ho definito, queste ultime citate, problematiche obsolete perché ritengo che siano dei falsi problemi; non è il caso in questa sede, a meno che non lo richiedano eventuali possibili interventi su queste mie note, di approfondire queste tematiche proprio perché vorrei incentrare questo mio intervento su un altro aspetto che personalmente ritengo invece rilevante e sul quale, come scrivevo all’inizio, mi interrogo da molti anni: e cioè in che modo la fotografia interpreta o può interpretare una forma d’espressione contemporanea senza risultare succube delle tendenze artistiche più attuali, così come, alla fine dell’Ottocento una fotografia per certi aspetti ancora immatura tentava di imitare la pittura per darsi dignità artistica.“
E, poco più avanti:
“(…) Il problema che mi pongo, e sul quale spesso in questi anni mi è capitato di discutere con molti amici, è appunto quello di come la fotografia, soprattutto nella sua versione anti-realistica, può oggi portare un contributo importante nella riflessione sul mondo e nei modi, appunto, in cui questa riflessione si esplica. Ancora una volta quindi il problema, e scusate se mi ripeto, è quale reale valore hanno, in una più ampia prospettiva storico-critica, i tantissimi tentativi di quella parte che, per semplificare, potremmo definire più concettuale dell’arte e in particolare della fotografia che già di per sé ha una denotazione fortemente concettuale basandosi sulla riproduzione del mondo attraverso un procedimento tecnico (dal ready–made delle Avanguardie all’inconscio tecnologico di Vaccari).“
(Cliccate QUI per leggere l’intero articolo nel blog dell’Associazione Amici del Mu.Fo.Co.)
Questioni, riflessioni, domande, dubbi che anch’io mi ritrovo spesso a pormi, a fronte di un evidente e possente boom della fotografia nel sistema dell’arte contemporaneo (sembra che oggi non vi possa essere alcuna istituzione museale-espositiva che non presenti appena possibile una mostra fotografica, come se il non farlo significhi automaticamente il dimostrarsi fuori dal tempo e lontano dalla realtà…) e di una produzione veramente imponente, molto spesso di ottima qualità estetica (o tecnico-estetica) ma assai meno spesso di buon livello autenticamente artistico. Cioè, per dirla tutta, sovente bella da vedere ma che nell’ammirarla comunica poco o nulla…
Come rimarca Tarantini, la fotografia, e non solo per tutta l’attuale tecnologia che le consente di essere e di fare tutto e il contrario di tutto, non può limitarsi a esprimere la stessa essenza artistica già espressa in passato da altri media, ovvero dalla storia della fotografia stessa. Deve cercare di andare oltre, di palesarsi come autentico nuovo media espressivo artistico, e di comunicare in modo proprio, originale, cose non ancora dette, o almeno non dette nel modo che la fotografia può esprimere.
E’ certamente una bella sfida, quella illuminata da Tarantini, il cui cimento primario è senza dubbio insito nella costante esplorazione del media fotografico e delle sue capacità espressive da parte di chi lo utilizza. Una sfida che in ogni caso, comunque la si affronti e si cerchi di vincerla, deve rappresentare uno dei fondamenti del lavoro di un fotografo contemporaneo, dal momento che, se non vi sia o se sia messa da parte per mere convenienze (anche speculative, come lo stesso Tarantini segnala nel suo pezzo), quel posto “buono” nel pantheon artistico contemporaneo potrebbe anche risultare vacillante.
P.S.: ho visitato il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello poco tempo fa, una domenica mattina di tempo incerto. Non c’era dentro nessun visitatore, e nell’ora abbondante in cui ci sono stato non ne è entrato alcun altro. Sarà stato un caso, vero? Non è il caso di sconfortarsi, giusto?
Uhm…