Camminare sulle parole #3

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. I primi due articoli sono qui e qui.)

Quando ho effettuato il “sopralluogo” lungo questo tratto del Sentiero Rusca in preparazione del cammino letterario, ricercando gli elementi fondamentali del paesaggio d’intorno, uno di essi si è imposto subito come potente più d’ogni altro e per questo ineluttabile: il rumore dell’acqua del Torrente Mallero, qui quasi sempre parecchio impetuoso. E ho pensato che una delle cose che fanno ritenere a molti “brutto” questo tratto del Sentiero Rusca è proprio l’essere una sorta di alzaia “imboscata” dell’argine in cemento del corso d’acqua; poi, ho pensato pure a una circostanza di qualche tempo fa, quando sentii alcune persone, in un altro luogo montano lungo un simile torrente, lamentarsi del “frastuono” dell’acqua che impediva loro di parlare senza alzare la voce, chiedendomi nuovamente, ora come allora, come si possa considerare fastidioso un suono tra i più vitali che la Natura offra all’orecchio umano. Quindi, dopo tutte queste meditazioni, m’è venuto in mente La strada era l’acqua, il libro di Davide Sapienza dal quale ho tratto la citazione impressa sul Sentiero Rusca (la si trova a pagina 70 del volume) e quel bellissimo parallelismo tra l’esistenza dell’uomo e il corso di un fiume, entrambi dotati di un proprio suono da ascoltare, comprendere e le cui pur (all’apparenza) inopinate armonie seguire per poterle “navigare” al meglio.

Poi, in un gioco di continui rimandi mentali che l’osservazione e l’ascolto del Mallero mi sollecita(va), ho còlto un altro parallelismo qui presente, tra due flussi di simile rumore ma ben diversa vitalità: quello del torrente, dell’acqua fonte di vita che dai monti scende verso il fondovalle e la pianura, e quello della carrozzabile della Valmalenco, in un momento nel quale sulla stessa il traffico era particolarmente intenso, rumoroso (nel senso più disturbante del termine), puzzolente (stavano passando tre TIR uno dietro l’altro) e inquinante. Eppure il rumore di quei due “flussi” così diversi è molto simile, appunto: e quale diverso impatto, ambientale e culturale, sul paesaggio (sonoro e non) della valle! Il primo, quello del torrente, è un suono del tutto contestuale al paesaggio locale dacché ne è parte formante e integrante; il secondo, decontestuale seppur ormai tristemente “storicizzato” in quell’ambito paesaggistico, ne è diventato parte integrante senza esserne parte formante. È l’esemplificazione concreta di un paradosso tra i maggiori che un po’ ovunque il paesaggio alpino antropizzato manifesta: la presenza di elementi avulsi al contesto paesaggistico e ad esso imposti sovente con la forza e dietro motivazioni altrettanto spesso fallaci ma ormai ritenuta, quella presenza, ordinaria, normale anzi, “utile”. Ma è realmente utile e funzionale alla bellezza del paesaggio ciò che, se non in armonia con esso, finisce inevitabilmente per apportarvi danni poi ignorati per mere umane convenienze?

Sono allora tornato, dopo queste riflessioni, a osservare il Mallero, il moto delle sue acque, apparentemente sempre uguale ma in realtà sempre diverso, così fremente, dinamico, energico, e così costantemente in azione nei confronti del paesaggio sia materialmente (l’acqua che dà vita al territorio e col tempo lo trasforma) e immaterialmente (il suono dell’acqua che forma la nota fondamentale del paesaggio sonoro locale), mi sono lasciato incantare dall’osservazione dei mulinelli, delle cascatelle, delle numerose, piccole e meno piccole rapide, della miriade di correnti… come si può dire di questo tratto che sia “brutto” quando è vitalizzato da una così potente bellezza fluida? Una bellezza che supporta con vigore ciò che scrive Davide Sapienza perché ne diventa una rappresentazione visiva perfetta per chiunque cammini lungo questo tratto del Sentiero Rusca: «E ogni storia, ogni racconto, ogni cammino, anche se lo avrai ascoltato e ripetuto cento, mille volte, sarà sempre una scoperta.» Perché anche il paesaggio è sempre una scoperta, e forse lo è o lo può essere soprattutto dove si pensa o ci viene detto che non lo sia, che sia poco interessante, noioso, brutto. Basta guardarsi intorno e, qui, ascoltare, per capire che non è così.

Camminare sulle parole #2

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Il primo articolo è qui.)

Questa seconda citazione “stencilata” lungo il Sentiero Rusca per “Camminare sulle Parole” è tratta da Il Silenzio (pagg.42-43), un romanzo nel quale Max Frisch utilizza la montagna come ambito nel quale mettere in discussione la vita, i sogni, le ambizioni, il valore umano del protagonista, e dal quale (ovvero dalla cui dimensione così particolare) cercare di trarne alcune buone risposte – in effetti il titolo originale del libro è Antwort aus der Stille, “Risposta dal silenzio”. A suo modo nel romanzo il grande scrittore svizzero mette in discussione anche alcune delle certezze elementari sulle quali noi tutti basiamo, in modo sovente automatico e non meditato, la relazione con il mondo in cui viviamo, in generale, e con la montagna e il suo paesaggio in particolare, anche dal punto di vista estetico.

Così Frisch ci fornisce una sorta di “risposta”, o di considerazione alternativa, a quanto scriveva Dandolo nel brano della prima citazione di questo cammino letterario, invitandoci a non considerare, nel bene o nel male, solo ciò che è grande e spettacolare (pur se è su tali elementi che è stato costruito l’immaginario estetico alpino in uso, cioè sulla spettacolarizzazione, a volte esasperata al punto da risultare distorcente, degli elementi geografici e geoscenografici più evidenti nel paesaggio) ma di prestare attenzione anche alle cose minime, ai più piccoli dettagli, a quei particolari che spesso non vediamo, sopraffatti da quelle visioni più grandi e spettacolari, ma che a loro volta concorrono a determinare (materialmente e immaterialmente o, se preferite, geograficamente e culturalmente) il paesaggio alpino, se sommati insieme forse pure in modo maggiore che gli elementi geografici più imponenti. A ricercare la grande bellezza anche nelle piccole cose, insomma.

Così, per ribadire le parole di Frisch, «a volte anche un fungo, che preso in mano si sbriciola, può essere molto bello, o un pezzo di legno marcio che, staccato da un tronco d’albero umido, si frantuma tra le dita». È la bellezza della vita che c’è ovunque, in montagna, anche dove a volte non è così visibile ed evidente, ma che ci può regalare dettagli tanto minimi quanto emblematici ed emozionanti: magari in tal modo rimanendo impressi nella nostra mente, e nel nostro animo, esattamente come il più scenografico panorama, sovvertendo ciò che potevano pensare di quei minimi dettagli, forse ritenendoli “brutti” o comunque insignificanti. No, tutto il paesaggio montano è significante, in ogni suo elemento: anche solo per questo ovunque, in esso, è possibile trovare “bellezza”. Serve solo saperla cogliere ovunque, appunto, e comprenderla al meglio, per poter sentirsi «felici e grati». Pare “tanta roba” fare ciò, ovvero qualcosa di difficile: e se invece non lo fosse?

 

Camminare sulle parole #1

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui.)

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]

Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo PaciL’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»

Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?

Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!

Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?

La bellezza di ALT[R]O FESTIVAL

È stato veramente bello, per me, partecipare all’edizione 2020 di ALT[R]O FESTIVAL, andata in scena lo scorso fine settimana tra Sondrio e la Val Malenco (un po’ di rassegna stampa la trovate qui, qui e qui). Bello aver potuto dare una mano – per quanto mi è stato possibile – insieme agli altri protagonisti di questa seconda edizione, a sviluppare un evento tra i più originali e innovativi tra quelli che si realizzano sulle montagne italiane nonché, senza dubbio, uno dei pochi che facciano della montagna la protagonista attiva e l’entità fondamentale, non la mera scenografia o il “prodotto” da vendere (in base a interessi altri, però). Un’esperienza culturale collettiva che come poche altre sa offrire nuove vie, visioni, narrazioni, speranze alla montagna italiana, quanto mai bisognosa di sfuggire definitivamente da certi paradigmi turistico-commerciali, ormai sempre più avulsi dalla realtà montana attuale e reiterati soltanto per vantaggi politici e tornaconti particolari, che ne stanno soffocando ogni valore, oltre che qualsiasi buon futuro.

Eccovi una rapida cronaca video e fotografica di ALT[R]O FESTIVAL 2020:

Il mio intervento, “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole”, che si è realizzato sabato 26 settembre in tre appuntamenti nel tratto tra le località di Prato e di Tornadù del Sentiero Rusca, il quale da Sondrio sale a Chiesa Valmalenco (e prosegue poi come itinerario escursionistico fino al Passo del Muretto, ai confini con l’Engadina) l’ho rapidamente illustrato qui. Avendo (a quanto pare) riscontrato il consenso e l’interesse di tutti, lo voglio riproporre qui sul blog per chiunque non fosse presente quel giorno in Valmalenco in una serie di articoli ciascuno dedicati a una delle citazioni letterarie che sono state impresse con la tecnica dello stencil sul fondo di quel tratto di Sentiero Rusca, trasformandolo in un vero e proprio cammino letterario – nel senso più letterale del termine, dacché si cammina veramente sulle parole – sul tema e sulla concezione del “bello” (e del “brutto”) nel paesaggio di montagna. In questo modo anche chi non era presente e non ha potuto usufruire della mia “guida” lungo il cammino letterario potrà percorrerlo portando con sé osservazioni, delucidazioni e stimoli utili ad una miglior comprensione delle varie citazioni e del cammino nel suo complesso.

Lunedì 5 ottobre troverete il primo articolo della serie sulla citazione iniziale, quella che apre il cammino; nei giorni seguenti potrete leggere gli altri e le successive citazioni.

Dunque, buon cammino letterario!

Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.