La lettura rende ricchi

L’immagine lì sopra, che traggo da questo articolo de “Il Libraio”, a sua volta ricavato da Rapporto Istat sulla lettura 2018, relativo ai dati del 2017, trovo che sia assolutamente significativa di come la cultura (per la quale la lettura di libri è uno degli aspetti più identificanti ed emblematici) sia legata a doppio filo alle condizioni socio-economiche dei territori a cui i dati si riferiscono. Non solo è evidente come l’Italia non sia una nazione – una “unità nazionale”, voglio dire – nemmeno dal punto di vista della lettura dei libri, ma palesa quanto i tassi maggiori di lettura si riscontrino nelle regioni maggiormente benestanti, coerentemente con altri paesi europei ed extraeuropei: non è un caso, infatti, che gli stati nei quali si leggano più libri siano quelli scandinavi, di gran lunga i più avanzati nelle condizioni economiche e sociali.

Potrebbe anche sembra una cosa ovvia, quella da me (e da altri) evidenziata ma, io credo, la realtà illustrata nel grafico sopra pubblicato va anche oltre l’ovvietà, in qualche modo indicando pure come la cultura e il bagaglio culturale individuale – che non è solo quello certificato dal livello di istruzione, sia chiaro – siano elementi assolutamente funzionali e strutturali di/per qualsiasi società progredita e avanzata, ovvero “genetici”, per così dire, al suo elevato stato di progresso. Il che rende ancora più bieca e colpevole la mancanza di attenzione verso la cultura e la produzione culturale da parte della politica nostrana, sempre ferma a quell’ormai drammaticamente celebre (ma strategico, per “lorsingori” politicanti) «con la cultura non si mangia» che, di questo passo e paradossalmente (visto che l’Italia viene ancora considerata una delle culle della cultura mondiale), finirà per non far mangiare più nessuno, qui.

L’estetica di Instagram

Su “Artribune” – che io considero la migliore rivista italiana di arte e vi assicuro che non è una marchetta, questa – Marco Senaldi cura da tempo la rubrica In fondo in fondo, l’ultima di ogni numero, sorta di contro-editoriale che risulta sempre interessante per come tratti le realtà del nostro mondo contemporaneo da punti di vista alternativi e intriganti, non di rado illuminanti. Quasi sempre, infatti, l’osservazione comune della realtà avviene da prospettive indotte e uniformate, generando inevitabilmente visioni standardizzate; basta spostarsi di un poco a lato, di un pochissimo spesso, perché la visione cambi completamente e altrettanto si modifichi la percezione e il valore di quella realtà osservata. È ciò che cerca sempre di fare la buona arte contemporanea, in fondo, dunque i testi di Senaldi ci stanno benissimo su una rivista che se ne occupa, anzi: vi risultano fondamentali, appunto.

Sul numero 45 del magazine, in un pezzo intitolato The Instagram Aesthetics, Senaldi ci porta a ragionare su come i social media, e in particolare quello “tutto immagini” citato nel titolo, stiano nemmeno troppo lentamente causano un ribaltamento nel regime scopico collettivo, cioè – semplifico radicalmente per massima chiarezza – nella visione dimensionale e prospettica che utilizziamo come sistema standard di osservazione del mondo, attraverso il quale recepiamo le informazioni per concepirlo, (non sempre) comprenderlo e per identificarci in/con esso.

Ve ne cito un brano significativo; l’intero articolo lo potete leggere (e merita alquanto di essere letto e meditato) cliccando sull’immagine in testa al post, tratta dall’articolo stesso. Qui invece potete scaricare “Artribune” #45 in pdf.

Qualcosa di nuovo è accaduto nel nostro regime scopico (per usare l’efficace espressione di Pierre Sorlin) e, anche se sembra un dettaglio trascurabile, è come se, a quello che siamo abituati giustamente a chiamare “il paesaggio mediale” – e un paesaggio per definizione è più largo che alto – si fosse aggiunta una dimensione nuova, che “risolleva” le proporzioni, come nei ritratti dei gentiluomini messi in posa all’impiedi, insomma un “ritratto mediale” (spesso i ritratti hanno una ratio inversa rispetto ai paesaggi).
Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale. La verticalità dei dispositivi neomediali, infatti, sembra sostituire una metafora antichissima del tempo, dettata invece dall’orizzontalità: quella, risalente agli esordi della filosofia antica, dello scorrere delle acque di un fiume. Quando, abbastanza ingenuamente, si dice che i new media hanno “mutato il nostro orizzonte” – si afferma qualcosa di vero, poiché essi hanno letteralmente mutato la disposizione verso il mondo che ci ha caratterizzato da sempre.

Berlino, 9 novembre per sempre

Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente.

Così dichiarava, proprio il giorno 9 novembre del 1989, Günter Schabowski, membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR. La fine del Muro di Berlino, insomma, il quale “cadeva” esattamente 30 anni fa.

Io l’ho visto, il Muro di Berlino.
Quel che ne resta, certo, ma che resta assolutamente, profondamente emblematico.
L’ho visto – da tanto volevo andare a vederlo, intuivo che fosse qualcosa da fare per chiunque nella vita, almeno una volta – l’ho toccato, l’ho osservato nel contesto urbano in cui venne calato con la forza, mi ci sono messo davanti per far che i miei occhi vedessero solo cemento grigio e niente altro. E ho visitato alcuni luoghi museali e di rimembranza che ne raccontano la storia e le vicende di chi vi rimase imprigionato o cercò di superarlo, frequentemente a costo della vita.

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/k3cooosvp488hntf-525908/)

Berlino è una città bellissima e affascinante, ricca di arte, cultura, luoghi storici fondamentali, angoli meravigliosi, musei, gallerie d’arte, locali unici al mondo. Ma, io credo, chiunque dovrebbe recarsi almeno una volta a Berlino per entrare direttamente in contatto – un contatto fisico e insieme spirituale – con la storia del Muro di Berlino, una delle più sconcertanti follie mai messe in atto dal genere umano. Chiunque dovrebbe recarsi in città, magari in uno di quei luoghi ove qualche brandello del muro originario sia ancora in piedi, e toccarlo, sentire la ruvidezza del suo cemento sulle mani, cercare di percepire cosa ancora quei pezzi diroccati di sbarramento abbiano da raccontare – ed è ancora tantissimo, io credo, e molto esplicativo.

Chiunque dovrebbe farlo, per se stesso, per i propri figli, per il futuro della civiltà umana. E magari spendere ancora una mezza giornata in un museo o in uno spazio culturale che conservi in modo vivido e attivo la memoria di quella follia assoluta e di tutto ciò che ne conseguì fino a quel 9 novembre di trent’anni fa. Sono certissimo che, se chiunque sapesse fare ciò, e ne comprendesse l’importanza, il nostro mondo sarebbe molto migliore di quanto sia e il senso di quel giorno di libertà si potrebbe perpetuare vivido e benefico, a vantaggio della vita libera di tutti noi, per sempre.

(La foto in testa al post è ovviamente del sottoscritto: fateci clic sopra…)

Sui brutti “filmoni” di oggi

(Image credit: https://www.flickr.com/photos/laruloteca Rulo [CC BY-SA 2.0 – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0%5D)
Ogni qualvolta sento per radio le rubriche di anteprima dei film in uscita, le quali ovviamente presentano le pellicole mainstream, quella da record al botteghino e probabili blockbuster, mi dico che no, a sentir quei trailer radiofonici non mi viene proprio voglia ne di andare al cinema, ne di pensare a una successiva visione casalinga. Ammetto di non essere un gran cinefilo e tendo a dare la colpa di ciò alla mia gran passione per la lettura dei (buoni) libri, la quale dai testi letti mi suscita visioni mentali e relativi moti d’animo che difficilmente riscontro nella visione di tanti film. Inutile dire che ciò vale per me, è un’impressione assolutamente personale.

Tuttavia, leggere cosa pensa il grande Martin Scorsese del cinema moderno per certi versi – se così posso dire – mi “rincuora”, perché quanto affermato da Scorsese (qui ne parla “Il Post”) è assai attinente al mio pensiero al riguardo. Questa una delle sue osservazioni:

Non li guardo. Ci ho provato, sai? Ma non sono cinema. Sinceramente, la cosa a cui mi fanno pensare – pur ammettendo quanto bene sono fatti e come gli attori riescano comunque a tirarne fuori il meglio possibile – sono i parchi a tema. Quei film non sono un cinema fatto da esseri umani che provano a trasmettere emozioni ed esperienze psicologiche ad altri esseri umani.

Ecco. Proprio così. Se la cinematografia è un’arte, come lo è pienamente, molti dei filmoni moderni non sono arte ma mero intrattenimento commerciale se non consumista. Fatto benissimo, spettacolare, avvincente, ma non è arte cinematografica. Il paragone di Scorsese dei parchi a tema calza a pennello: un po’ come mettere a confronto un castello storico (qui, per dire, c’è un elenco di 20 dei più bei castelli italiani) con il castello di Disneyland: spettacolare ed emozionante ma, sotto ogni punto di vista, non è un vero castello e sfido chiunque a dire che non sia così.

Di contro, continuando a preferire di gran lunga di spendere il mio tempo libero nella lettura dei libri piuttosto che in altre attività, scelgo semmai di vedere qualche film di qualità del passato oppure qualche pellicola italiana – una cinematografia, quella nostrana, che annovera cose pessime ma pure opere notevoli e di ottimo livello, che usualmente non godono quasi mai di grande attenzione dai media e dal pubblico.

Chiudo questa mia riflessione come chiude l’articolo de “Il Post” e come, suppongo, chiosa amaramente lo stesso Scorsese:

Per chiunque sogni di fare film o stia appena iniziando a farli, il contesto è crudele e desolato. E anche solo scrivere queste parole mi riempie di tremenda tristezza.

La bellezza del “brutto tempo”

Ormai io considero quelli che si fanno influenzare dalle previsioni del tempo – che buona parte dei sedicenti “meteorologi” sbagliano regolarmente – un po’ come quelli che seguono gli oroscopi dei rotocalchi di costume. Non solo perché determinano la loro vita reale quotidiana, e l’atteggiamento con il quale l’affrontano, su mere congetture che spesso non sanno nemmeno ben interpretare (ma ciò non sia una difesa per quei meteorologi incapaci, sia chiaro: la mia opinione su di loro è chiara e già nettamente espressa – qui, ad esempio), ma anche perché comportandosi in tal modo si perdono spettacoli di fascino raro e prezioso.

Così, sia il venerdì che il sabato del trascorso, piovoso fine settimana, io e il mio “segretario personale a forma di cane” (di nome Loki, per la cronaca) ce ne siamo andati sui monti sopra casa per boschi e radure, nella quiete pressoché assoluta data dall’assenza di altri umani (vedi sopra, appunto) e nel fantasmagorico paesaggio del bosco autunnale velato da nebbie e nubi basse e profumato dagli effluvi del terreno bagnato dalla pioggia.
Uno spettacolo assoluto.
Nonostante le strade forestali fossero piene di pozzanghere, i sentieri fossero fangosi, la vegetazione bagnata al punto che bastava sfiorarla per restare inzuppati, e nonostante la bellezza del luogo e dei suoi ampi panorami fosse relegata al ricordo di altri passaggi e alla fantasia, restando celata nella nebbia più o meno fitta.

Ma il paesaggio, qualsiasi paesaggio, che non esiste se non nella nostra mente ove si forma in base alla visione del territorio e dei luoghi, alla percezione e alla sensibilità relative, alle emozioni del momento e al bagaglio cultura che ci portiamo appresso, è ogni volta sempre diverso e sempre unico. In fondo, e per conseguenza, non esiste il “bel paesaggio” che tale più non è senza le condizioni giuste: questo è un giudizio basate su mere convenzioni estetiche e su convinzioni indotte, esattamente come non esiste il “brutto tempo” (nel senso di condizione meteorologica), semmai esiste un tempo che crediamo essere più funzionale ai nostri comodi e uno che lo può essere meno, ma spesso perché non vogliamo e non sappiamo considerarlo diversamente. La bellezza del paesaggio e dei luoghi è sempre lì, bisogna solo adattare ogni volta la sua percezione ed è in fondo ciò che, anche, la rende qualcosa di affascinante e comunque unica.

Insomma: io e il mio “segretario personale a forma di cane” siamo tornati alla base che era quasi buio e ci siamo divertiti un sacco. Anche se eravamo fradici, infangati e non avevamo visto quasi nulla. Uno spettacolo assoluto, ribadisco, ma solo per chi ne sa godere.