Lecco e le sue montagne, una relazione profonda ma a volte complicata

Pietro Corti è una delle figure di riferimento del mondo della montagna lecchese. Storico dell’alpinismo, scrittore, estensore di guide del settore, curatore del sito “Larioclimb”, conosce la dimensione montana di Lecco come pochi altri, sia nella sua evoluzione passata che nella realtà contemporanea e nello sviluppo prossimo futuro. Lecco, città geograficamente alpina come poche altre, con le pareti verticali che sorgono appena oltre le ultime case e una storia alpinistica e di antropizzazione montana più unica che rara, in effetti appare emblematica nella relazione intessuta con i propri monti, sovente straordinaria e affascinante ma nella quale non mancano zone d’ombra e una sorta di costante e latente trascuratezza riguardo il suo valore e l’importanza. Di tutto ciò ne ho chiesto conto a Corti, che tratteggia una fotografia della Lecco montana particolareggiata e alquanto significativa: l’intervista completa è su “L’AltraMontagna, di seguito ne trovate un’anteprima.

[Panorama serale di Lecco con il Monte Coltignone, il Monte Due Mani e il Resegone con il suo celeberrimo profilo dentellato.]
Qual è, oggi, il rapporto tra Lecco e le sue montagne? Come e quanto i lecchesi sono legati, o sono indifferenti, al paesaggio montano che hanno intorno e al patrimonio storico-culturale che lo contraddistingue?

Il legame tra Lecco e le montagne che la circondano, un contesto ambientale e paesaggistico pregevolissimo, si traduce in situazioni particolari. In certi rioni collinari, subito fuori dalla porta di casa salgono ripidi pendii che vanno a infrangersi contro pareti di roccia verticali. Mentre in altre zone, alle spalle di arterie molto trafficate, basta attraversare il quartiere e si è subito in montagna. Un legame presente nella popolazione, non foss’altro perché in molte famiglie c’è almeno un escursionista, o uno scalatore. A Lecco si parla di montagna anche attraverso le numerose associazioni, che coinvolgono qualche migliaio di persone e sono profondamente radicate in città. La nostra storia alpinistica è piuttosto sentita, come dimostrato dalla partecipazione a certi eventi commemorativi. Ultimo, quello del cinquantesimo della parete ovest del Cerro Torre.
Intravedo tuttavia il rischio che il lecchese dia per scontata questa felice situazione, e non si allarmi troppo se la gestione del territorio non mette al primo posto (o almeno in posizione prioritaria) la sua conservazione.

[Le Grigne – la settentrionale o Grignone a sinistra, la meridionale o Grignetta a destra – viste dalla Brianza lecchese.]
Lecco potrebbe essere definita una delle capitali mondiali dell’alpinismo, sia in senso storico che per le opportunità di pratica dell’arrampicata e dell’escursionismo che le sue montagne offrono. Tuttavia a volte sorge l’impressione che la città non ne sia pienamente consapevole e, dunque, fatichi a sfruttare le innumerevoli potenzialità non solo turistiche che tale circostanza presenta. Le cose stanno effettivamente così? Qual è il suo pensiero al riguardo?

Vivendo in prima persona e studiando le vicende alpinistiche lecchesi, confermo che abbiamo una storia strepitosa al riguardo, che va oltre i confini della città.  L’alpinismo lecchese è profondamente legato a quello milanese, ed affonda le radici negli ultimi decenni dell’800 con l’Abate Antonio Stoppani ed i pionieri del CAI Lecco. Una storia che prosegue fino ai nostri giorni con una grande vivacità, di personaggi e di imprese. Senza dimenticare che dai primi anni ’80 del Novecento si è affiancata l’arrampicata sportiva. Per quanto riguarda le opportunità di escursioni e scalate sul territorio, si tratta di patrimonio notevolissimo. Rimango tuttavia piuttosto freddo quando sento definire Lecco “capitale mondiale dell’alpinismo”. Se Lecco ha certamente espresso personaggi in grado di influenzare lo sviluppo dell’alpinismo mondiale, ritengo che oggi si debbano potenziare le azioni concrete per a meritare questa definizione e dare a Lecco una concreta dimensione di “capitale dell’alpinismo”, che ad oggi non vedo. Bisogna conoscerne a fondo la storia e il territorio, e bisogna crederci. Investendo risorse sull’aspetto culturale, sostenendo le ricerche storiche e la divulgazione con strumenti al passo con i tempi. Intervenendo per favorire la fruizione outdoor dei dintorni della città, con informazione, segnaletica, parcheggi e trasporti ad hoc, oltre alla manutenzione dei numerosissimi itinerari presenti. C’è da divertirsi!
Non mi piace lamentarmi con il «qui non fanno mai nulla!», perché non è vero. A parte il costante impegno di alcune associazioni, negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza delle Amministrazioni rispetto a queste tematiche, e sono state realizzate diverse iniziative. Penso però sia necessario fare un salto qualitativo e quantitativo. Intravedo pure splendide opportunità per le nuove generazioni per re-inventare il territorio (anche) in questa direzione, con un impegno culturale, pratico e politico.

[Il Rifugio Azzoni, posto poco sotto la Punta Cermenati, vetta massima del Resegone.]
Vivere la montagna, oggi, non significa più soltanto praticare l’attività alpinistica-escursionistica o trascorrerci le vacanze ma anche, e per molti versi soprattutto, tutelarne l’ambiente e il paesaggio. Qual è la situazione in tal senso a Lecco, anche in considerazione di alcune iniziative recenti delle quali la stampa ha dato notizia, come il progetto della nuova strada per i Piani d’Erna, il “balcone panoramico” della città?

Trascurare la tutela di un ambiente-paesaggio come il nostro sarebbe come segare il ramo su cui si è seduti. L’idea della strada per i Piani d’Erna (“L’AltraMontagna” ne ha parlato qui), a questo proposito, a mio parere rappresenta l’esatto opposto di quanto bisogna fare per prendersi cura delle nostre specificità. Anche in vista di un finalmente concreto sviluppo economico grazie, anche, ad un turismo outdoor di qualità. Che non è il turismo dei balconi naturali raggiunti dalle strade, delle passerelle a sbalzo e dei ponti tibetani. Il nostro territorio merita ben di più. I Piani d’Erna sono una località eccezionale, tra l’altro neanche troppo isolata, visto che c’è una funivia. Ma che destino può avere, portandoci una strada (con le illusorie, “rigidissime” regolamentazioni promesse) in una regione dove è consentito il transito ludico di moto e motobici su sentieri e strade agro-silvo pastorali di montagna? A discrezione dei singoli Comuni, scaricando la responsabilità sulle Amministrazioni, che possono cambiare colore politico e sensibilità ambientale ad ogni tornata elettorale.
La sintesi di questo ragionamento è espressa nel cartello all’ingresso del Vecchio Borgo di Erna (se c’è ancora): «La scelta di unire Erna a Lecco con una funivia anziché con una strada ha permesso di preservare quasi intatto l’ambiente di Erna. L’apertura di una strada avrebbe sicuramente causato conseguenze gravi per l’equilibrio naturale della zona». E, aggiungerei, determinerebbe il totale snaturamento di una delle fragilissime località che fanno di questo nostro amatissimo territorio lecchese un ambiente unico… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate sull’immagine qui sotto.]


P.S.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook “Lecco Tourism“.

2025.02.16

Anche questa sera, come è stato per l’intera giornata, veli di tulle nebuloso giacciono sui fianchi dei monti nascondendone le forme, impigliati tra i rami degli alberi, avvoltolati nelle vallette, ammassati nelle conche.

I panorami sono invisibili ma l’atmosfera è magica, potrei dire fiabesca se pensassi che le fiabe esistano nella realtà. Ha ragione l’amico Franco Michieli quando dice che «col bel tempo c’è meno verità», che «la bellezza assoluta è amante del nascondimento»[1] e che certe condizioni meteorologiche che abitualmente definiamo “brutte” in realtà acuiscono e esaltano il mistero insito nel paesaggio naturale, quello che noi a volte non sappiamo più cogliere e comprendere.

Anche ai Piani Resinelli, dove siamo stati oggi a passeggiare (i miei acciacchi fisici al momento mi impediscono di fare di più), l’intera zona era avviluppata dai veli nebbiosi, impigliati alle guglie della Grignetta e da lì distesi sulle faggete, le abetaie, le case, i prati, le strade e i viottoli campestri… una dimensione straordinariamente affascinante dalla quale ogni tanto, quando le velature nebbiose si sfilacciavano per pochi attimi, la mole della Grignetta appariva come un miraggio, dando l’impressione di una montagna ciclopica la cui vetta era così elevata da sparire a quote himalayane nel cielo, in alto terso e azzurrissimo.

E, devo ammetterlo (non me ne vogliano i ristoratori locali), l’atmosfera era affascinante anche perché il tempo apparentemente incerto ha fatto sì che non ci fosse troppa gente in giro, troppe macchine a ingolfare i parcheggi, troppo rumore, troppi schiamazzi. Un tale fascino così peculiare non ammette fracassi: esalta l’amenità del luogo perché smorza ciò che lo disturba.

D’altro canto i Piani Resinelli sono un luogo di bellezza veramente emozionante. A pochi passi dal caos di Lecco, e in vista dei grattacieli di Milano, condensano e fondono diverse nature tipicamente alpestri generandone un paesaggio armonioso, speciale come pochi altri. C’è la Grignetta, una vetta alpina fatta di “pezzi” di Dolomiti, ci sono le abetaie e le faggete maestose, le radure prative punteggiate di case e baite, le pareti verticali e i sentieri placidi, c’è la storia del turismo, dell’alpinismo, dello sci, c’è un’anima vibrante, un Genius Loci che racconta la propria vita su un palcoscenico di raro prestigio.

I Resinelli sono un luogo che deve essere conosciuto e visitato da tanti ma non da troppi, che merita di essere scoperto, esplorato, compreso, amato, non semplicemente fruito e tanto meno goduto, consumato, sperperato. Non come alcuni di quelli che hanno in gestione le sorti politiche dei Piani vorrebbero, per i quali ciò che conta del luogo sembra siano solo i posti auto a disposizione.

No, non sono i posti auto a disposizione che contano, ai Resinelli, ma la pre-disposizione di chi vi sale a coglierne tutta la bellezza peculiare. È un luogo nel quale non si sta ma si è perché genera ben-essere in chi sa percepirlo e farlo proprio.

Sarebbe un peccato, anzi, un disastro lasciarlo in mano al turismo più becero e fracassone. Anche se ci fosse il più bel “bel tempo” immaginabile, ecco.

Intanto il segretario Loki ci sta mettendo un sacco a espletare il suo ultimo bisognino quotidiano. È stanchissimo, ci siamo fatti due passeggiate in due giorni sulla neve e Loki quando vede la neve si entusiasma (e di conseguenza corre e zompa pazzamente) come farebbe un alcolista indefesso se trovasse per strada una chiave sulla cui etichetta ci fosse scritto “Ingresso enoteca”. Già.

Buonanotte.

[1] Le Vie invisibili, pagina 86. Trovate la mia “recensione” qui.

Da oggi “Uomini e montagne”, il nuovo podcast di Orobie (e ci sono anch’io!)

Da oggi, 15 gennaio, sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme potete ascoltare “Uomini e montagne”, il nuovo podcast curato da Davide S. Sapienza con la regia e il sound design di Damiano Grasselli: un’affascinante immersione per voci e suoni tra vette che toccano il cielo e storie che sfidano il tempo, da scoprire, esplorare, conoscere lascandosi guidare un passo dopo l’altro fin nel cuore e nell’anima della montagna.

Il primo episodio si intitola “L’intelligenza dei piedi” ed è dedicato a uno degli angoli più spettacolari e emblematici delle Grigne, la parete Fasana del Pizzo della Pieve, alla cui storia si intreccia quella di un figura fondamentale per le montagne e l’alpinismo: Vitale Bramani, primo salitore con Eugenio Fasana della parete e inventore delle suole “Vibram”, negli anni Trenta rivoluzionarie e a tutt’oggi tra le più utilizzate in assoluto da chiunque vada per monti e vette.

[Immagine tratta da “Orobie Extra” del 07/01/2025. Cliccate qui per vedere la puntata.]
Nel podcast ci sono anche io: cercherò di raccontarvi il Genius Loci della parete Fasana e la relazione speciale, geografica, antropologica, culturale che lega la parete e il Pizzo della Pieve con la Valsassina, la sua gente e con chi da turista o escursionista vi passi alle sue pendici e volga lo sguardo verso l’alto cogliendone l’imponenza e la referenzialità per l’intero territorio valsassinese.

Dunque, vi invito calorosamente all’ascolto di “Uomini e montagne” e, nel caso, fatemi sapere che ne pensate!

Un nuovo podcast “montano” da non perdere

Nell’ultima puntata di “Orobie Extra”, in onda da martedì 7 gennaio scorso e condotta al solito da Cristina Paulato (cliccate sull’immagine qui sopra per vederla), gli amici Ruggero Meles e Davide Sapienza hanno presentato alcune delle novità che caratterizzeranno la rivista “OROBIE” appena rinnovatasi con il numero di gennaio in edicola: il primo reportage della serie “Uomini e montagne”, dedicato ad alcune grandi e emblematiche pareti delle Alpi lombarde – apre la serie il Pizzo della Pieve e la sua parete Fasana, la più alta delle Grigne, raccontata da Meles – e un ciclo di podcast curato da Davide Sapienza con la regia di Damiano Grasselli, drammaturgo e fondatore del Teatro Caverna, che accompagnerà i reportage ampliandone e arricchendone tanto i contenuti quanto le visioni.

Il primo, quello sulla parete Fasana, si intitola “L’intelligenza dei piedi” e ci sono dentro anche io: lo potrete ascoltare dal 15 gennaio sul sito di “OROBIE” e sulle principali piattaforme.

Ringrazio di cuore Davide – che di podcast dedicati alla Natura è ormai uno degli autori più apprezzati – per avermi coinvolto in questa bella e affascinante novità (e Meles che l’ha sostenuta), che rappresenta un modo non solo innovativo di raccontare le montagne ma pure di dare ancora più senso, sostanza e valore a molto di ciò che rappresentano per i territori, le geografie, i paesaggi e le comunità che abitano alle loro pendici, oltre che per l’identità culturale che rende peculiare la loro vita lassù nel tempo e ancor più nel prossimo futuro.

Dunque, appuntamento al prossimo 15 gennaio!

«Un punto di accoglienza strategico per i “migranti verticali” in fuga dalle città» (a un’ora da Milano)

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 30 settembre 2024.)

I Piani Resinelli sono senza dubbio una delle località montane più emblematiche delle Alpi lombarde. Posti sopra Lecco a 1300 m di quota, a un’ora d’auto da Milano e ai piedi delle celeberrime Grigne, sono stati culla dello sci (nel 1913 vi si disputò il primo campionato italiano assoluto) e poi dell’arrampicata su roccia, ma col tempo sono scivolati nelle dinamiche del turismo mordi-e-fuggi più massificato e degradante, a volte imposto da una politica locale poco attenta alle grandi potenzialità del luogo. Oggi cercano di invertire una sorte altrimenti segnata anche grazie a Resinelli Tourism Lab, una realtà di recente costituzione che propone e sperimenta nuovi modelli di sviluppo turistico partendo da presupposti culturali differenti. Ne ho parlato con Sofia Bolognini, co-fondatrice di RTL (e “neo-montanara” che ha scelto di vivere con la propria famiglia ai Piani) per “L’Altra Montagna”:

Come è nato Resinelli Tourism Lab e soprattutto perché avete sentito il bisogno di creare un “laboratorio turistico” per una località così significativa e nota come i Piani Resinelli?

L’idea ci è venuta subito dopo la fine del primo lockdown da Covid-19. Complice l’inaugurazione di un’attrazione turistica di massa (una passerella panoramica a strapiombo nel vuoto, che è subito diventata oggetto di reel da migliaia di views), nel momento delle riaperture l’intensità dei flussi ha rapidamente superato la capacità di carico della località. Colonne di automobili, grandi quantità di spazzatura abbandonata sui sentieri: i segni più evidenti lasciati dall’overtourism, che ormai abbiamo imparato a riconoscere. Ma ci sono anche segni meno evidenti: la progressiva perdita dell’identità e della memoria storica locale, i disagi vissuti dalla comunità residente. I Piani Resinelli sono sempre stati una località attrattiva: il turismo, però, ha tanti volti. Da un lato può contribuire a generare ricchezza per chi vive e lavora sull’altopiano; dall’altro, può cannibalizzare le risorse, distruggendo i servizi per i residenti e favorendo lo spopolamento. Dopo gli anni d’oro dell’alpinismo, questo luogo è stato la culla dello sci alpino lombardo. Sono ancora visibili i resti degli impianti dismessi, i grandi alberghi abbandonati tra cui il grattacielo, icona di un modello turistico che ha fatto grandi danni prima di collassare e fallire. Fin da subito, quindi, siamo nati con l’idea di sperimentare nuovi modelli di sviluppo turistico, partendo da presupposti culturali differenti.

[Veduta dei Piani Resinelli con lo sfondo della Grigna Meridionale, o Grignetta, e in primo piano il “famigerato” grattacielo, simbolo nel bene e soprattutto nel male della località.]
Di recente vi siete costituiti APS, Associazione di Promozione Sociale. Un obiettivo che finalizza la prima parte di vita della vostra realtà e al contempo rappresenta l’inizio di un nuovo percorso, conseguente al primo ma certamente pure diverso. Perché avete intrapreso questa decisione e qual è il piano d’azione che avete immaginato per il “nuovo” Resinelli Tourism Lab?

I Piani Resinelli non sono un piccolo Comune di montagna, ma un territorio diviso in 4 comuni e due comunità montane diverse. Per un motivo o per l’altro, è sempre mancata una comunità locale vera e propria. Quando siamo nati speravamo di poter attrarre attorno al progetto questa comunità ancora invisibile, aiutandola ad emergere. E così è accaduto: nel tempo, le persone sono arrivate. Oggi l’associazione nasce per essere un punto di riferimento sul territorio: tra i soci ci sono residenti, proprietari di seconde case, esercenti e operatori, ma anche appassionati, persone che amano il territorio e desiderano prendersene cura mettendo a servizio le proprie competenze. Il “nuovo” Resinelli Tourism Lab è un corpo collettivo, che si muove sul territorio interpretando i bisogni di una comunità sfaccettata: persone con background ed esperienze diverse, competenze professionali, aspirazioni, desideri e aspettative.

[Panorama dei Piani Resinelli e in lontananza della pianura lombarda dai contrafforti della Grigna Meridionale. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it.]
Cosa sono i Piani Resinelli, dal vostro punto di vista? Quali le potenzialità e quali le criticità che presenta un luogo così particolare e per certi versi raro (è l’alta montagna più vicina in assoluto a Milano) e come si possono e devono (dovrebbero) gestire, secondo voi?

Senza dubbio, i Piani Resinelli sono la Grignetta. La Grigna è l’orizzonte di questo luogo, il suo carattere, la sua anima. È una montagna iconica, il simbolo cult per la vicina Milano, la riproduzione in scala del suo Duomo. Le fragilità riguardano l’affastellamento istituzionale e la facilità con cui a fasi alterne nel tempo si è scivolati verso un modello turistico estrattivo, diverso nei modi ma identico nella sostanza. Dai tempi dello sci a quelli della passerella panoramica. In un’ora e mezza è possibile partire da Milano e arrivare in Grigna. Una prossimità che può potenzialmente trasformare i Piani Resinelli in un vero laboratorio di innovazione metromontano. Il termine “Lab” per noi è molto importante. Fin da subito, siamo nati con l’idea di fare dei Resinelli laboratorio per un’Altra montagna. In questi anni abbiamo collaborato con università e centri di ricerca, abbiamo ospitato studenti e studentesse, nomadi digitali e smart workers. La possibilità di sperimentare processi di innovazione civica e costruire un ponte tra le terre alte e la metropoli urbana qui ha una dimensione di concretezza anche geografica. Con l’orizzonte del cambiamento climatico e l’aumento delle temperature, i Piani Resinelli possono essere un punto di accoglienza strategico per i migranti verticali in fuga dalle città sempre più torride: vorremmo che il territorio fosse gestito con questa prospettiva, ovvero quella di rafforzare i servizi per rendere possibili diverse forme di abitanza. […]

[Il bello e il brutto dei Piani Resinelli: sopra, la spettacolare Grignetta con le sue innumerevoli guglie (e il Grignone che spunta dietro di esse); sotto, il parcheggio principale della località, nei weekend caoticamente pieno di auto, di rumore, di gas di scarico.]
(Potete leggere l’intervista in versione completa su “L’AltraMontagna”, qui. Invece i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato ai Piani Resinelli li trovate qui.)