[Immagini tratte da “L’AltraMontagna“.]Osservare che quanto è accaduto in Svizzera a Blatten, il villaggio sepolto da una gigantesca frana di rocce, ghiaccio e neve, sarà qualcosa che nel prossimo futuro probabilmente accadrà in numerose altre vallate alpine, non è catastrofismo.
Non lo è semplicemente perché è accaduto, perché non è stata la prima volta e perché ciò che è successo a Blatten è frutto di una dinamica da studiare e comprendere ma le cui cause annoverano senza alcun dubbio la crisi climatica in atto e l’aumento delle temperature, che riducono le aree glaciali, riscaldano il permafrost e di conseguenza rendono instabili interi versanti montuosi anche a quote molto alte – è ben spiegato da Giovanni Baccolo e Riccardo Scotti, entrambi glaciologi, in questo articolo de “L’AltraMontagna”.
E alla base di ogni montagna vi è una valle, che nelle Alpi, la catena montuosa più antropizzata del pianeta, è quasi certamente abitata.
Non è catastrofismo ritenere che un rischio crescente di crolli come quello di Blatten è diffuso ovunque, nelle Alpi, e per giunta è difficilmente prevedibile – guardate cosa scriveva il quotidiano “La Regione” il 23 maggio scorso, solo cinque giorni prima della frana:
Non è catastrofismo ma una necessaria presa di coscienza di quanto sta accadendo alle nostre montagne anche in forza dell’impronta antropica, e del fatto che al momento poco o nulla possiamo fare per evitare quel rischio, solo cercare di prevenirlo e ricavarci chiari moniti per il prossimo futuro, soprattutto nell’azione globale necessaria ad attenuare le conseguenze della crisi climatica che, come visto, sulle montagne avrà effetti anche peggiori, e più devastanti, che in altri territori.
[Blatten prima della frana. Immagine tratta da www.valais.ch.][Blatten dopo la frana. Immagine tratta da www.rsi.ch.][Il lago che si sta formando a monte della frana e che sta sommergendo le case che si erano salvate. Immagine tratta da www.rsi.ch.]Eppure, nonostante ciò che le cronache ormai con frequenza crescente registrano, non sembra che quella presa di coscienza e la conseguente volontà di azione siano così considerate e ritenute urgenti, tanto a livello politico quanto in un’ampia parte della società civile. Quindi, ci dobbiamo preparare a vederci crollare sulla testa intere pareti montane, ovviamente sperando di avere il tempo e la possibilità di fuggire? Oppure prendiamo finalmente coscienza piena di quanto (ci) sta accadendo e agiamo di conseguenza per il massimo che possiamo fare, soprattutto intimando alle classi politiche di darsi urgentemente da fare?
La Svizzera si dimostra sempre più attenta e sensibile a ciò che sta accadendo alle proprie montagne dal punto di vista climatico – di sicuro molto più di quanto al riguardo si dimostra l’Italia.
Un bell’articolo pubblicato su “Swissinfo.ch”, ad esempio, analizza le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi svizzere, che sono molteplici, di varia gravità e, appunto, interessano un territorio che va ben oltre i confini elvetici. Per inciso, in base all’andamento climatico attuale, la gran parte dei ghiacciai svizzeri potrebbe sparire entro la fine di questo secolo.
Sono conseguenze che vanno da quelle, ovvie, sul turismo e sull’immaginario alpino sul quale si dovrà basare nel prossimo futuro l’industria turistica (quasi mezzo miliardo di presenze all’anno!), alla trasformazione calamitosa del paesaggio (frane, alluvioni, fenomeni estremi, eccetera), alla diminuzione della portata dei grandi fiumi europei e dunque della disponibilità di acqua in molti paesi, con effetti diretti sulla navigazione, l’agricoltura, gli ecosistemi, le risorse di acqua potabile e la produzione di energia (persino sul raffreddamento delle centrali nucleari), all’aumento del livello dei mari.
Per giunta sulle Alpi il “picco idrico”, cioè il momento in cui il deflusso dell’acqua di fusione raggiunge il suo livello massimo, è già stato raggiunto o lo sarà nei prossimi anni: ciò significa che i molti casi i ghiacciai si sono fusi a tal punto che già ora rilasciano meno acqua o lo faranno presto:
[Le quantità di acque di fusione rilasciate dai ghiacciai svizzeri in relazione ai possibili auimenti della temperatura media nella regione alpina. Fonte: www.swissinfo.ch.]Al netto di qualsiasi considerazione al riguardo, è senza alcun dubbio una situazione oggettiva della quale chiunque dovrebbe avere piena consapevolezza e saper formulare un’adeguata capacità di riflessione.
Per fare ciò, come detto, l’articolo di “Swissinfo.ch” è certamente molto utile e dunque vi invito a leggerlo, cliccando qui o sull’immagine in testa al post.
(Nelle immagini in testa al post vedete il Ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, in una fotografia del 1900 e in una del 2008.)
[Fonte: Daniel Anker: “Jungfrau”, in Dizionario storico della Svizzera (DSS), versione del 06.01.2025 (traduzione dal tedesco). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008786/2025-01-06/, consultato il 26.03.2025.Il manifesto turistico che vedete qui sopra fu realizzato nel 1898 dal pittore austriaco Anton Reckziegel e pubblicato dall’atelier di arti grafiche Hubacher & Biedermann di Berna in occasione dell’inaugurazione del tratto della celebre Ferrovia della Jungfrau / Jungfrau Bahn che porta dalla Kleine Scheidegg alla stazione di Eigergletscher, ai bordi del ghiacciaio dell’Eiger.
Il manifesto mostra (cliccateci sopra per ingrandirlo) quello che sarebbe dovuto essere il percorso completo progettato per la ferrovia, che dallo Jungfraujoch, dove giunse nel 1912, doveva giungere fino in vetta alla Jungfrau. Non solo: la mappa sottostante, del 1903, mostra che il progetto prevedeva anche una funivia che dalla stazione Eismeer giungeva in vetta all’Eiger nonché un’altra fermata prima del Jungfraujoch, quella di Mönch. Negli anni successivi a queste ipotesi progettuali varie difficoltà tecniche e finanziare, oltre ad alcuni gravi incidenti nei cantieri e alla morte dell’industriale zurighese Adolf Guyer-Zeller, committente e finanziatore principale dell’opera, indussero a rinunciare agli sviluppi citati e diedero alla Ferrovia della Jungfrau la forma attuale.
[Fonte: Schweizerisches Bundesarchiv – Scan aus Daniel Anker: Eiger – Die vertikale Arena, 2008 (S.39), pubblico dominio su https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5714664.]Considerando che, grazie alla Ferrovia, nel 2024 sono arrivati ai quasi 3500 metri di quota del Jungfraujoch più di un milione di visitatori, tanto da fare del luogo il più elevato caso di overtourism d’Europa, vi immaginate cosa sarebbe potuto accadere alla zona se effettivamente si fossero raggiunte pure le vette dell’Eiger e della Jungfrau? Gente in bermuda e infradito che oggi si scatterebbe selfies in cima all’Orco – l’Eiger, appunto – una delle montagne più iconiche e temibili delle Alpi!
D’altronde erano tempi, quelli, nei quali il progresso tecnologico galoppante, in un mondo che nemmeno lontanamente poteva immaginare crisi climatiche di sorta o altre criticità, faceva pensare che tutto fosse possibile, anche giungere in cima a montagne di oltre 4000 metri comodamente seduti nei vagoni di un treno – pure il Cervino fu sottoposto a un progetto del genere, ne scrissi al riguardo qui. Nei decenni successivi e fino a oggi il progresso, in senso generale, ha preso altre strade (a volte migliori, altre volte no) e consentito l’elaborazione di sensibilità diverse rispetto al mondo che viviamo e alle montagne nello specifico, per fortuna.
Eppure c’è ancora qualcuno che piazzerebbe (e piazza) funivie ovunque pur di lucrare sui paesaggi montani e senza curarsi della realtà in divenire. Si tratta di iniziative obsolete già bocciate dalla storia: ma, evidentemente, quelli che le pensano hanno un’idea di montagna e di paesaggio rimasta ferma a un secolo e mezzo fa, già.
[La grande frana caduta esattamente 6 anni fa, il 18 marzo 2019, sul Flüela Wisshorn (3085 m), nel Canton Grigioni in Svizzera, dovuta alla fusione del permafrost. Foto: Robert Kenner / SLF, tratta da qui.]Su “Swissinfo.ch”, testata svizzera multilingue che spesso offre ottimi contributi sui temi legati alla realtà montana, non solo elvetica, si può leggere un recente e interessante articolo intitolato “Come il cambiamento climatico minaccia il delicato equilibrio del permafrost”, un aspetto delle conseguenze della crisi climatica ancora poco considerato eppure di importanza critica.
Il permafrost (contrazione dei termini inglesi perma(nent), “permanente”, e frost, “gelato”) è un terreno di varia natura, roccioso, ghiaioso o morenico generalmente misto a ghiaccio che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0°. In certi casi il ghiaccio non è presente e il terreno può essere secco o contenere acqua allo stato liquido, ma comunque permane a temperatura inferiori allo zero.
Il permafrost è la “colla” nascosta che tiene insieme i territori ghiacciati del pianeta, compresi quelli delle Alpi e in misura ovviamente minore, degli Appennini. Se il permafrost fonde e perde coesione le montagne facilmente crollano, e il cambiamento climatico in corso sta riscaldando ovunque il permafrost: le temperature sempre più elevate anche in alta quota scongelano lo “strato attivo”, cioè la superficie del terreno in condizione di permafrost, a profondità proporzionalmente maggiori, aumentando così di anno in anno il rischio di cedimenti rovinosi dei versanti montuosi come quelli che ormai in tutte le recenti estati si registrano un po’ ovunque sulle Alpi, anche se per ora, fortunatamente, con episodi non così catastrofici. Ma, appunto, il rischio al riguardo è in costante aumento.
L’illustrazione sopra riprodotta, che traggo dall’articolo citato, mi pare del tutto illuminante su quanto ho appena rimarcato. In buona sostanza, se nel 1998 lo strato di permafrost subiva fenomeni di riscaldamento e dunque di fusione fino a 4,4 metri di profondità, nel 2022 si è arrivati a 12,8 metri, segno inequivocabile dell’aumento delle temperature e degli effetti nefasti della crisi climatica che lo origina.
«Ricercatori e ricercatrici avvertono che il riscaldamento osservato continuerà a penetrare a profondità maggiori nei prossimi decenni» si legge nell’articolo. È un altro grosso problema da dover inevitabilmente considerare, nel futuro prossimo delle montagne e della nostra presenza su di esse.
Nel suo libro I ghiacciai raccontano, Giovanni Baccolo tra mille altre cose affascinanti traccia, più o meno succintamente, le figure e l’attività scientifica di alcuni personaggi fondamentali nello studio dei ghiacciai della Terra.
Una di quelle che ho trovato più emblematiche – e tra poco lo capirete subito anche voi perché – è John Mercer (1922-1987), brillante scienziato inglese, geografo di formazione, pressoché sconosciuto al grande pubblico. Durante la sua carriera Mercer lavorò in Inghilterra, Canada, Australia e Stati Uniti, occupandosi dei più disparati temi: dall’uso delle risorse ambientali da parte delle popolazioni dell’Oceano Pacifico alla glaciologia, campo nel quale si distinse particolarmente producendo una serie impressionante di risultati. Fu tra i primi a indagare la vulnerabilità delle grandi calotte polari al cambiamento climatico e a studiare l’Antartide come un sistema glaciale capace di profondi sconvolgimenti per l’intero pianeta.
[John Mercer in Perù nel 1976. Fonte: byrd.osu.edu.]Così Giovanni Baccolo traccia la sua figura, alle pagine 70-71 del libro:
Nel 1978 il glaciologo inglese John Mercer pubblicò un pionieristico lavoro sulla potenziale instabilità dei ghiacciai dell’Antartide occidentale. Inutile dirlo, a impensierire lo scienziato furono le modifiche apportate dalla nostra specie al clima del pianeta. In quattro succinte pagine, lo studioso ammoniva sul rischio che l’aumento della temperatura provocato dall’utilizzo dei combustibili fossili potesse compromettere i fragili equilibri che assicurano l’esistenza della calotta antartica occidentale. Mercer predisse che, se non avessimo ridotto le emissioni di anidride carbonica, sarebbero bastati pochi decenni per osservare le prime avvisaglie di instabilità. La scomparsa della calotta antartica occidentale porterebbe a un innalzamento di oltre 5 metri del livello del mare. Il valore sembra poca cosa rispetto ai 50 metri di risalita potenzialmente prodotti dalla fusione dell’Antartide orientale. Mentre però la fusione di quest’ultima è improbabile grazie alla sua intrinseca stabilità climatica e glaciologica, per l’Antartide occidentale non è così. Quei 5 metri di aumento sono una possibilità tutt’altro che remota.
Quando Mercer pubblicò il suo studio sulla prestigiosa rivista “Nature”, l’accoglienza da parte della comunità scientifica fu quantomeno tiepida. Solo una sparuta minoranza riconobbe l’importanza del lavoro. Tanti altri lo bollarono come inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico. Lo studioso tentò di ottenere ulteriori fondi per finanziare le ricerche, ma non riuscì nell’impresa. Le sue idee erano troppo in anticipo sui tempi. All’epoca, la scienza del cambiamento climatico era ai suoi esordi e si cominciava solamente in quegli anni a ipotizzare che il massiccio impiego di combustibili fossili avrebbe portato a una sostanziale perturbazione del sistema climatico. Era poi opinione diffusa che le grandi calotte glaciali polari fossero strutture pressoché eterne, impossibili da perturbare in modo significativo. Oggi sappiamo però che tale visione non era in realtà giustificata da solide evidenze scientifiche. Mercer aveva ragione, l’Antartide occidentale è un sistema intrinsecamente instabile e il cambiamento climatico antropogenico la sta intaccando. Le sue previsioni si stanno avverando con sorprendente puntualità.
Ecco: Mercer fu tra gli scienziati che prima di altri e con particolare forza evidenziò la correlazione tra l’impiego dei combustibili fossili, i cambiamenti climatici e la fusione dei ghiacci terrestri, polari e non solo. Eppure, scrive Baccolo, in tanti – colleghi inclusi – bollarono il suo studio come «inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico».
Invece Mercer aveva ragione.
Ora capirete di sicuro, appunto, perché la sua figura sia così emblematica.
[Scorcio della Barriera di Ross, in Antartide, che fu oggetto degli studi glaciologico-climatici di Mercer. Foto di Michael Van Woert, NOAA Photo Library, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Quante volte la scienza, presentando prove assolutamente rigorose, mette in guardia l’umanità dai pericoli piccoli e grandi derivanti da certe attività antropiche, senza tuttavia essere ascoltata?
Oggi ancora più di qualche decennio fa, pare che il razionalismo scientifico sia antitetico e inviso tanto alla geopolitica che governa su scala planetaria quanto alla politica locale e alle proprie azioni nei territori di riferimento: basti pensare – per citare un esempio “montano” – alla continua realizzazione di impianti sciistici in zone dove qualsiasi report scientifico-climatico mette nero su bianco l’assenza di condizioni ambientali adatte allo scopo. Anche oggi in questi relativamente “piccoli” casi la scienza viene bollata di diffondere inutili allarmismi, così da giustificare quei progetti e i relativi stanziamenti milionari di soldi pubblici.
Dove sta dunque la “fantascienza”, in realtà? In ciò che la scienza a volte cerca di rivelarci o che certa politica ci impone di credere? Ovvero, a proposito di quanto appena scritto: sta nei report climatici o in certi progetti sciistici?
E quando dovremo dare inesorabilmente ragione a quelli a cui oggi viene dato torto, che fine avranno ormai fatto le nostre montagne e la vita delle loro comunità?
Credo sia bene tenerla presente, la storia di John Mercer. Già.