Teglio, lo sci, la neve e le nozioni scolastiche

[Immagine tratta da www.passioneastronomia.it.]
Lo insegnano alle elementari, nei primi rudimenti di scienze, che d’inverno cade la neve perché fa più freddo e ciò perché il Sole scalda meno rispetto all’estate e in forza della sua inclinazione sull’orizzonte crea ombre più lunghe a nord rispetto che al sud: per questo la neve che cade sui monti rivolti a settentrione si conserva più a lungo rispetto a quella che cade a meridione, versante che riceve la maggiore insolazione stagionale e si scalda di più.

Ecco. Sono nozioni scientifiche basilari, scolastiche appunto, che valgono ovunque meno che, evidentemente, sui monti sopra Teglio, in Valtellina. Dove è arrivata una bella batteria di nuovi cannoni per produrre neve artificiale che coprirà piste da sci in piena esposizione meridionale. Cioè dove il Sole scalda maggiormente, sì, dunque dove la neve si scioglie più rapidamente – proprio come si impara a scuola, già.

Forse che a Teglio soffrano di qualche malaugurata carenza scolastica nelle materie scientifiche?

Ironia a parte (inevitabile, d’altro canto), veramente viene da chiedersi il senso di un investimento che immagino certamente importante, sostenuto dal piccolo comprensorio sciistico valtellinese in base all’ovvio suo punto di vista meramente commerciale, nel tentativo di salvare qualcosa che a tutti gli effetti ha già la sorte segnata, cioè la pratica dello sci su pista a quote inferiori ai 2000 m (solo nella parte alta il comprensorio di Teglio supera quella quota) e, ribadisco, su versanti in piena esposizione meridionale, sui quali persino il manuale del bravo impiantista più ottimista (o meno lucido) in circolazione oggi consiglierebbe caldamente di lasciar stare e dedicarsi ad altro di più consono. Anche perché la zona è meravigliosa, tra le più belle del versante retico della Valtellina e potenzialmente dotata di infinite possibilità di frequentazione turistica sensata e consapevole: vederla così sottoposta ad un vero e proprio accanimento sciistico – pur in considerazione delle mire e delle aspettative turistiche dei locali che posso anche contemplare ma non comprendere – mi lascia alquanto perplesso. E lo dico, qui senza alcuna ironia o tono eccessivamente polemico, immaginando (o presagendo) la sorte di quegli investimenti e la loro utilità effettiva sia nel breve periodo e soprattutto nel medio-lungo periodo a favore del luogo e della sua comunità, pensando di contro anche alle suddette potenzialità turistiche alternative le quali, temo, resteranno sostanzialmente al margine per lasciare nuovamente spazio alla consueta, monopolistica, dogmatica opzione sciistica, al solito imposta come «l’unica forma possibile di sviluppo delle montagne»: un assioma che ormai appare più fantascientifico di un romanzo di Asimov.

Insomma: mi sembrano soldi buttati via per inseguire una chimera, l’ennesima di un comparto che sta ormai raschiando il fondo del proprio barile (o forse lo ha già sfondato) negando(si) pervicacemente l’evidenza dei fatti e al contempo dimostrando la più sconcertante incapacità di comprensione della realtà e della necessità di concepire e sostenere scelte alternative, innovative e consone alla situazione corrente – climatica, economica, culturale, sociale – per la frequentazione delle proprie montagne. Forse per propria consapevole e sconcertante volontà, forse per mera alienazione o forse per altri motivi: sia quel che sia, ad andarci di mezzo nel modo più pesante sono e saranno le montagne e chi ci vive. Per loro, con tali andazzi, anche in pieno Sole il buio potrebbe diventare inevitabile.

P.S.: le immagini dei canoni sono tratte dalla pagina facebook.com/alpe.teglio; la mappa con indicati gli impianti rispetto all’esposizione geografica è ricavata da map.geo.admin.ch.

Noi, spettatori della catastrofe

[Foto di Matt Palmer da Unsplash.]

E adesso gli scienziati stanno delineando nuovi scenari orrorifici sulle conseguenze di un aumento dai tre ai cinque gradi della temperatura globale. La Terra ha abbandonato i ritmi della geologia e sta cambiando a ritmi antropologici, eppure le nostre reazioni si misurano ancora su scala geologica. Si organizzano convegni per decidere la sede del prossimo convegno. Forse questo aumento della temperatura implica dei cambiamenti troppo lenti per creare allarme, se paragonato all’esplosione di una bomba atomica e alla sua onda d’urto. Così ce ne stiamo qui tranquilli a guardare il lento avanzare della catastrofe. «Estate climatica›› ha un impatto ben diverso da quello di «inverno nucleare». Brucerà qualche bosco in più, farà un po’ più caldo qua e là e per qualche tempo staremo perfino meglio, finché di colpo un’inondazione millenaria si rovescerà nel mare innalzandone ancora il livello, mentre lentamente i deserti si espanderanno e gli uragani cresceranno d’intensità. E intanto, che questa o quella specie animale si estingua cesserà di fare notizia.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pag.131. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

I vulcani che noi siamo

[Foto di Ralf Vetterle da Pixabay.]

Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto che sia mai stato registrato in tre milioni di anni. E allora le eruzioni? chiede qualcuno. Noi esseri umani non siamo forse nullità, paragonati all’attività vulcanica della Terra? Purtroppo no. Si stima che tutti i vulcani del pianeta liberino circa duecento milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli esseri umani ne producono ogni anno trentacinque miliardi di tonnellate. Il falò che alimentiamo noi è quasi duecento volte quello alimentato dall’attività vulcanica terrestre complessiva. Eppure le nostre giornate procedono senza che vediamo fuoco né fumo; i vulcani li vediamo, e ne sentiamo il terribile rombo, e ci spaventano, ma non capiamo che i vulcani più distruttivi siamo noi.

[Andri Snær MagnasonIl tempo e l’acqua, Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini, pagg.193-194. Per leggere la mia “recensione” al libro, cliccate qui.]

Lo sci in “utile” di Cervinia

In un recente articolo pubblicato su gognablog.sherpa-gate.com, viene commentata (oltre ad altre cose) la notizia che «la Cervino Spa, società di gestione del comprensorio sciistico di Cervinia, comunica di aver appena chiuso il suo bilancio 2022 con il miglior utile della sua storia», osservando dunque che «Chi approfittasse della penuria di neve per gioire della possibile chiusura di molti impianti invernali sarebbe meglio rivedesse le sue posizioni. La realtà supera sempre le nostre ipotesi e l’ottimismo che scaturisce da questo genere di conti economici è la molla più pericolosa per l’ambiente intatto che fa gola agli insensibili». In altre parole, l’ottimo risultato economico conseguito dal comprensorio di Cervinia potrebbe far rialzare la cresta a quelli che sostengono a spada tratta la monocultura dello sci (e quindi i finanziamenti pubblici relativi) come unica forma di economia possibile per lo “sviluppo” delle montagne pur a fronte della realtà climatica e sociale che già ora e ancor più in futuro dovremo affrontare.

Ciò è sicuramente possibile, non fosse altro per quella particolare forma di analfabetismo funzionale che sembra guidare in questi anni gli atti dei promotori dell’industria turistica dello sci. D’altro canto, personalmente leggo la questione da un punto di vista “parallelo”, per così dire, considerando al contempo i bilanci ben più disastrati di molte altre stazioni sciistiche. Il risultato economico di Cervinia, infatti, non è che un’immagine di ciò che in futuro diventerà lo sci: un’attività turistica che si potrà svolgere solamente oltre i 2000 m di quota ovvero dove le condizioni climatiche e ambientali, pur in cambiamento, potranno ancora garantire un apporto di neve e delle temperature sufficienti all’apertura delle piste. Non credo sia un caso, insomma, che un comprensorio che si sviluppa per gran parte sopra i 2500 m come quello di Cervinia stia “guadagnando” (virgolette necessarie): se altrove, a quote più basse, nevica poco o peggio piove e anche quando nevica non fa più così freddo per mantenere aperte le piste (rendendo obbligatorio l’innevamento artificiale con costi che inesorabilmente finiscono per mandare in rosso i bilanci), a Cervinia tale problematica al momento si manifesta in modo mitigato, concedendo dunque alla località un’attrattiva inevitabilmente maggiore rispetto alle stazioni concorrenti.

Il successo di Cervinia, dunque, appare come un ulteriore sprone alla necessaria evoluzione del turismo sciistico sui monti, che dovrà gioco forza adattarsi alla realtà corrente e concentrarsi su quelle stazioni le cui quote potranno garantire una stagione sufficientemente lunga per sostenere i costi di esercizio senza restare troppo in balìa delle condizioni climatiche. Il che assume pure l’aspetto di una strategia “automatica” e inevitabile per lo sci del futuro: prosecuzione (sostenibile, ovvio, e senza ampliamenti delle superfici sciabili) dell’attività dei comprensori sciistici posti oltre i 2000 m, cioè oltre il limite altitudinale che numerosi studi scientifici indicano come quello oltre il quale ancora la neve cadrà in modo relativamente regolare, e conseguente dismissione di tutte quelle stazioni la cui realtà ambientale non consente più la pratica dello sci su pista senza che questa diventi un danno per il territorio e una perdita sostanziale per le casse pubbliche, con messa in atto di nuove strategie turistiche finalmente consone ai luoghi e alle loro attuali e future peculiarità – e ce ne sono a iosa, di progettualità turistiche innovative e al passo con i tempi da poter realizzare sulle montagne italiane! D’altronde chi lo dice che senza lo sci la montagna muore? Solo chi con lo sci pretende ancora di ricavarci un proprio tornaconto e per ciò osteggia qualsiasi cambiamento. Una posizione così di parte e di visione limitata da apparire francamente inattendibile e insostenibile.

Posto tutto ciò – inutile rimarcarlo ma forse bisogna farlo comunque -, non può essere in nessun modo tralasciata l’imprescindibile sostenibilità della gestione turistico-sciistica dei territori montani, sia dal punto di visto ecologico, dunque ambientale e paesaggistico, che economico, quindi sociale e politico. E se a determinare la nuova prossima realtà geografica dello sci ci penseranno i cambiamenti climatici, temo che per la sostenibilità generale dell’industria dello sci ci sia bisogno di cambiamenti culturali che al momento non sembrano ancora così prossimi, già.

Lo sci, il coraggio e la pavidità

Un’attività turistica si sviluppa in funzione dello sviluppo del comprensorio di riferimento cioè se il comprensorio si sviluppa si sviluppa anche l’attività turistica, è il classico esempio di solidarietà e di sussidiarietà. Se c’è l’albergo funzionano gli impianti, se ci sono gli impianti funziona il ristorante, funziona il commerciante, etc. e tutti insieme si sviluppano. Nella Valtellina degli anni ’60 vi era un senso di solidarietà e di sussidiarietà nettamente superiore a quello di oggi, quando vi erano le ideologie politiche la situazione era completamente diversa da oggi. In montagna non si è stati capaci di fare cooperazione.

Il caso della Valmalenco è quello più emblematico di tutti perché ai gestori degli impianti non interessa di portare gli sciatori in paese, ma interessa che vi siano le strade per far arrivare gli sciatori all’impianto, fare la “giostra dello sci” per poi scendere a sera, prendere l’auto e ripartire. Questo non è turismo, questo è “giostra”. Turismo significa capacità di interdipendenza, di interrelazioni tra vari fattori produttivi all’interno del comprensorio. Senza spirito di solidarietà e di sussidiarietà fra fattori il turismo non si fa, e questo è quello che manca in Valtellina. Prendiamo il caso emblematico di Sankt Moritz: c’è lo sci, c’è lo sci da fondo, c’è il bob, c’è lo slittino, ci sono le passeggiate, slitte a cavalli e poi c’è il centro per cui ci sono una serie di riferimenti in cui tutti si ritrovano e tutti hanno qualcosa da fare. Ma in Valtellina che cos’altro puoi fare se non scii? Questo non è turismo e noi ci siamo fossilizzati su un’offerta monotematica.

In questo momento bisognerebbe avere il coraggio di chiudere certe stazioni turistiche. Sono stato Direttore della Scuola di Sci di Caspoggio 50 anni fa, dal 1964 al 1968, e avevamo creato per sopravvivere un turismo di nicchia, ci eravamo specializzati con una scuola di sci per ragazzi. Poi si sono lasciati trasportare dal “mal della preda” che è tipico della Valmalenco ed hanno iniziato a costruire ad oltranza, e sono andati a costruire anche sulle piste. Gli impianti hanno avuto dei dissesti finanziari ripetuti ma poi alla fine sono stati chiusi.

Il caso dell’Aprica e di Teglio è abbastanza rappresentativo perché non hanno puntato sulla creazione di valore per le generazioni future ma sulla speculazione immediata: hanno venduto tutto quello che c’era da vendere e adesso non sanno più cose fare visto che non c’è più niente da vendere, non hanno più “prodotto” e senza prodotto su cosa si fa turismo?

Al di là dal disastro ambientale creato dalle seconde case e dal consumo di territorio, la cosa peggiore è che le seconde case hanno inciso profondamente sul sociale, hanno cambiato letteralmente il modo di vivere e di pensare delle persone, hanno cambiato gli obiettivi. Mancando questa comunione è difficile anche sviluppare le aziende.

Sono brani tratti da un’intervista del 2015 a Mario Cotelli (1943-2019), celeberrimo commissario tecnico della “Valanga Azzurra” di sci e esperto di turismo montano – anzi, in buona sostanza tra i fautori del boom del turismo in montagna dagli anni Settanta in poi e in particolar modo di quello sciistico, proprio grazie ai successi degli suoi atleti e all’influenza popolare che ne derivò. Sono parole alquanto significative, le sue, proprio perché venivano da un personaggio legato a doppio filo all’industria turistica dello sci e che con grande lucidità e pragmatismo aveva compreso quanto quel turismo, dagli anni Novanta in poi, ovvero in concomitanza con i primi effetti pesanti dei cambiamenti climatici e con i mutamenti socioculturali che al contempo si manifestavano, avesse deviato lungo una strada niente affatto virtuosa e inesorabilmente degradante, in primis per le montagne stesse della sua Valtellina (quelle citate da Cotelli, per chi non le conoscesse, sono tutte località turistiche valtellinesi ad eccezione di Sankt Moritz, ovviamente), territorio peraltro certamente emblematico per molte altre zone montane similmente turistificate.

[Mario Cotelli al centro tra Gustav e Roland Thöni, ai tempi della “Valanga Azzurra”.]
Eppure, nonostante quelle sue osservazioni, le numerosissime precedenti che già da lustri mettevano in guardia da quanto sarebbe accaduto, le altrettante successive e nonostante tutto quanto è successo nel frattempo, l’industria dello sci persevera nelle sue strategie turistiche obsolete, illogiche e dannose. Anzi, accelera in tali suoi intenti, vista la presunta “ottima” scusante delle Olimpiadi invernali sempre più vicine.

Ma se è vero che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere, verrebbe da temere che l’alta quota peggiori notevolmente tali carenze sensoriali. Già.

Potete leggere l’intervista nella sua interezza sulla piattaforma web “Punto.Ponte”, dalla quale l’ho tratta, cliccando qui.