2025.02.25

Questa sera c’è un nebbione colossale.

Poco fa, quando io e Loki eravamo fuori per la consueta passeggiata serale lungo i viottoli campestri ai margini del bosco, la nebbia in certi momenti era talmente fitta – visibilità di qualche spanna intorno, non di più –  da annullare qualsiasi percezione dimensionale.

Una sorta di greyout per di più dark, stante l’orario serale, un denso velo scuro contro il cui spessore il fascio di luce della pila frontale si frangeva diventando una bolla luminosa lattiginosa che non illuminava un bel niente salvo il metro di terreno davanti, anzi venendo riflessa da quella sorta di brumosa lastra opaca.

Spegnendo la pila frontale, invece, piombavamo in un buio assoluto, come dentro una stanza priva di aperture e di illuminazione. O sul set di un film dell’orrore, con chissà quali spaventosi mostri nascosti nell’oscurità e pronti ad attaccare.

In effetti, se tante persone dichiarano di avere paura del bosco di notte in condizioni normali, chissà che direbbero se si trovassero in queste, così ottenebranti. Chissà quali minacce percepirebbero tutt’intorno: animali feroci, creature mostruose, fantasmi, demoni…

È un’interessante dicotomia, questa: di giorno, il bosco affascina e attrae, molti praticano il forest bathing mentre la scienza attesta i numerosi benefici del “bagno forestale” a favore delle difese immunitarie, del sistema nervoso e di quello cardiaco, della pressione cardiaca… be’, vorrei vedere che succede a quelli che godono di tali benefici se si ritrovassero nel bosco di notte, al buio e con un gran nebbione per giunta! Il bosco, così affascinante di giorno, di notte diventa un ambito inquietante, angosciante, pauroso.

Ma è sempre quel bosco, lo stesso delle ore diurne.

La paura, già.

È tutta colpa sua.

Anzi no: la paura è un’emozione dominata dall’istinto e serve alla salvaguardia del soggetto, è qualcosa di necessario. È proprio nell’istinto il problema.

Abbiamo perso la naturalità innata dell’istinto, temo, e lasciato che lo stesso finisse preda di fobie artificiose e sovente immotivate. Allo stesso tempo, dell’istinto non sappiamo più fruirne quando ne avremmo naturalmente bisogno: cioè, quando dovremmo avere paura di certe cose, non ne abbiamo.

Non accade solo nel bosco, ben più spesso ciò succede nella vita quotidiana.

Almeno nel bosco di creature mostruose non ce ne sono, nonostante ne temiamo la presenza e abbiamo paura. Nel mondo e tra gli uomini invece sì, a volte ce ne sono, hanno forme sia materiali che immateriali, sono losche figure oppure bieche idee, ma di paura nei loro confronti spesso non ne manifestiamo.

Così, anche l’istinto di sopravvivenza, quello primario in senso assoluto, finisce per essere confuso, indebolito, deviato verso forme altrettanto istintive ma che da Sapiens dovremmo saper controllare, come l’aggressività.

Vediamo mostri che si aggirano nei boschi di notte e non vediamo quelli che si aggirano tra gli uomini di giorno.

È nebbia anche questa, in fondo, ma interiore.

Già.

Buonanotte.

Io non so se il tempo presente ci ha donato grandi benefici, di sicuro ha inventato un sacco di paure.

[Vittorino Andreoli]

La fobia strisciante (per le “corde”)

[Foto di Dale Nibbe su Unsplash.]
Appena riemergo dall’ombra del bosco con il segretario Loki, sul sentiero percepisco qualcosa che si muove. Che striscia, anzi.

Di primo acchito mi spavento e spingo avanti Loki rudemente temendo che con le zampe possa schiacciare quella che potrebbe essere una vipera; in realtà il segretario a forma di cane nemmeno si accorge della presenza serpeggiante che intanto sta già sparendo nella vegetazione a lato del sentiero. Tuttavia, passata l’apprensione iniziale, faccio in tempo a riconoscere di chi si tratta: è un orbettino.

Un povero orbettino, già. Mi viene spontaneo voltarmi come a volergli chiedere perdono (ma è già scomparso) per come lo abbiamo messo in pericolo e soprattutto pensando alla malasorte evolutiva che ha colto la sua specie. Voglio dire: l’orbettino è creduto da chiunque se lo veda davanti – salvo che dagli esperti, ovviamente – un serpente, cosa che non è affatto dato che è un sauro, una lucertola in buona sostanza, che però nel corso dell’evoluzione ha perso le zampe così ritrovandosi suo malgrado a far parte della categoria di creature viventi più disprezzata in assoluto. Quando invece è giovane e non ancora cresciuto in lunghezza molti lo scambiano per un grosso verme, altra categoria animale assai repulsiva. Peraltro alcune vecchie credenze popolari lo pensavano cieco (da cui il nome popolare) e per questo velenoso per autodifesa, cosa del tutto falsa: gli occhi li ha mentre il veleno per nulla. Non solo: dai serpenti, con i quali viene confuso, è pure predato – in primis dai colubri, altra presenza che non di rado incrociamo, qui nei boschi (e con i quali personalmente ho un rapporto di cordiale indifferenza). Insomma: una batteria di scalogne non indifferenti, il povero orbettino.

Ho letto di un proverbio africano che così recita: «Chi ha visto un serpente di giorno, di notte ha paura di una corda» Verissimo. A volte però, da questa parte del mondo, sembra quasi che abbiamo paura delle corde di giorno anche più dei serpenti di notte, che d’altro canto non vediamo e dunque non temiamo. O li temiamo ma in forza di una ofidiofobia del tutto indotta e irrazionale che ci terrorizza ben oltre i suoi stessi limiti naturali: così le povere creature striscianti, per natura tra le più furtive, continuano a portarsi appresso lo stigma demoniaco della Genesi, sotto forma di fobia diffusa e quasi sempre immotivata. Anche quando non sono affatto serpenti, appunto.

[Albrecht Dürer, Il peccato originale, 1504.]

Urgente!

[Foto di Mohamed Hassan da Pixabay, rielaborata da Luca.]
Se c’è un termine che, in tutta sincerità, sto cominciando a odiare in maniera viscerale, per come venga usato sempre più copiosamente in ambito professionale e non solo, con toni nevrotici se non a volte isterici e se possibile ancor più, questo, dopo il lock down, che indubbiamente in generale ha esasperato certi animi molto più dell’ammissibile, influendo pure su ciò, è urgente.

Oggi tutto o quasi è “urgente”. Il lavoro è urgente, la consegna è urgente, il riscontro è urgente, la risposta pure e la telefonata e appuntamento anche – ma non di rado diventa “urgentissimo”, superlativizzando l’inopinata nevrastenia che, appunto, spesso viene manifestata e palesata dall’uso del termine e che altrettanto spesso ignora la pericolosità di rendere tanto pressanti certe cose che invece abbisognano di maggior tempo (il che non significa automaticamente “lentezza”, sia chiaro) per poter essere compiute al meglio.

Ma perché, poi, è tutto così urgente? Rispetto a cosa, e a vantaggio di chi? Che bisogno c’è di tutte queste immediatezze, improrogabilità, improcrastinabilità tanto forsennate?

Non è forse che, dietro tutta questa urgenza, si voglia nascondere la sostanziale incapacità di agire diversamente, ovvero con maggior buon senso e assennatezza, oltre che quell’ansia fobico-isterica di cui ho detto sopra che affligge palesemente un po’ troppa gente? Non è, forse, pure un’ennesima manifestazione dell’incapacità di pensare e costruire il futuro, vivendo sempre e solo nel presente ovvero – come si dice – “alla giornata”, in un mondo nel quale troppe cose vengono ignorate finché diventano “emergenza” così generando, inesorabilmente, ulteriore “urgenza”?

Ecco, sono domande alle quali, io credo, servirebbe qualche buona risposta. Urgente, già.

Che “ridere”, i razzisti!

[Foto di Clay Banks da Unsplash.]
A prescindere dai vari episodi registrati negli anni dalle cronache, inclusa l’ultima vicenda di George Floyd, fa sempre parecchio sorridere – in senso sarcastico, sia chiaro – l’atteggiamento dei razzisti e degli xenofobi nei confronti degli individui contro i quali si scagliano. È “divertente” e grottesco vedere come essi, con quei loro atteggiamenti e con le parole che li accompagnino, siano convinti di mettere in atto una prova di forza e di superiorità verso i loro “bersagli”, sui quali si vogliono mostrare e far credere vincenti, quando il loro modo di agire è la prova perfetta, ancorché non necessaria, della loro debolezza, dell’inferiorità e della sconfitta che stanno subendo, la quale ha origine proprio dalla fobìa incontrollata ovvero da una condizione psicologica di timore e di conseguente soggezione. Sarebbe logico, d’altro canto, avere paura di ciò verso cui ci si dice più forti e superiori? Ovviamente no: non c’è nessuna logica in tale comportamento, ovvero c’è ma nel senso opposto a quello che razzisti e xenofobi vorrebbero fra credere, ove essi si rendano conto di essere la parte perdente del confronto e reagiscano in modo così disperato, e disperatamente irrazionale, esattamente come chi sia costretti a impegnarsi in un confronto sapendo già di uscirne sconfitto.

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.