[Immagini di GraphicMama-team + _Vane_ da Pixabay. Elaborazione mia.]Sarà, ma a me quest’anno nuovo, anche se iniziato da pochi giorni, già adesso pare del tutto simile a quello vecchio.
Anzi, sembra uguale ad anni ancora più vecchi, anni di quando si credeva di vivere in un mondo “difficile” per i tanti problemi che presentava e quindi si ponevano grandi speranze sul futuro, sul progresso dell’umanità e su un mondo migliore, un mondo di pace, amore, uguaglianza, serenità, sviluppo, armonia, eccetera. Un mondo nuovo, appunto, ovvero diverso in meglio da quello che allora si viveva.
E per molti versi sarebbe pure così, in effetti, se non fosse che – temo anche stavolta – qualcuno ci voglia rifilare uno di quegli anni vecchi e guasti spacciandocelo per “nuovo”, oggi ancora più guasto, visto il tempo trascorso, al punto da guastare anche il resto che ci sia di buono.
Ecco: date un po’ un occhio alle notizie sui media di questi primi giorni di anno “nuovo”. Non viene anche a voi il dubbio che ci hanno fregato tutti quanti, per l’ennesima volta?
[Immagine tratta da qui: https://www.improntaunika.it/. Cliccateci sopra per leggere la fonte originale.]Le immagini degli animali coinvolti nei devastanti incendi che stanno sconvolgendo da settimane l’Australia e dovuti per gran parte ai cambiamenti climatici di matrice antropica in atto oltre che ad azioni dolose, con numeri stimati da vera e propria ecatombe (fossero anche in eccesso, la questione non cambierebbe affatto, sempre che non siano invece in difetto), da un lato sgomentano e stringono il cuore, dall’altro suscitano una rabbia irrefrenabile. Il genere umano non può veramente più andare avanti così, a distruggere il pianeta e sterminare le creature che lo abitano. Gli umani meriterebbero veramente tutte le peggiori conseguenze possibili derivanti dalle loro azioni scellerate, se non fosse che tali conseguenze finirebbero – e finiscono – per coinvolgere anche gli altri abitanti del pianeta. Già, perché siamo tutti quanti abitanti di questa povera Terra, bellissima se non fosse per la presenza umana, e nessuno dotato di più o meno diritti solo perché si crede più intelligente delle altre specie, anzi: tale maggior intelligenza comporta non maggiori diritti, semmai maggiori doveri: ma l’uomo mai si è voluta riconoscere tale responsabilità, facendo invece di tutto per agire in maniera del tutto deleteria per l’intero pianeta – se stesso incluso, così dimostrando palesemente di essere, nella graduatoria che denota il livello di intelligenza delle specie viventi, agli ultimi posti se non proprio in fondo alla stessa.
Sul web si possono trovare alcuni modi coi quali aiutare le associazioni e gli enti che in Australia stanno cercando di soccorrere gli animali coinvolti negli incendi e di limitare i comunque terribili danni: ad esempio qui trovate qualche buon riferimento, oppure qui per aiutare concretamente i koala, in particolare, grazie all’iniziativa di una giovane ticinese.
Per il resto, a fronte di una tale perniciosa presenza d’una specie vivente sul pianeta, così deleteria per qualsiasi altra, non verrebbe che da pensare a una sola soluzione, peraltro forse già avviata. Ma sapete bene che il solito, dogmatico, meschino antropocentrismo dei componenti di quella razza leverebbe subito dei gran strepiti di sdegno e riprovazione. Be’, dal mio punto di vista, pure tali strepiti non farebbero che giustificare quella drastica soluzione. «Tolto il dente tolto il dolore» si dice, no? Ecco, e amen.
P.S.: intanto, giova di nuovo ricordare che proprio l’Australia è stata indicata tra i paesi che hanno sostanzialmente fatto fallire la recente COP25 di Madrid. Già. D’altro canto, ci hanno mandato i loro politici umani, alla conferenza sui cambiamenti climatici, mica i koala. E si vede.
Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.
(Pitagora, citato in Steven Rosen, Il vegetarianesimo e le religioni del mondo, traduzione di Giulia Amici, Gruppo Futura, Bresso, 1995, p. 130.)
Numerosi media internazionali (questo, ad esempio) qualche giorno fa hanno pubblicato le immagini di una inopinata invasione di orsi polari di un villaggio sull’isola artica russa diNovaja Zemlja. Gli animali, gioco forza attirati sull’isola per la sempre maggiore sparizione del ghiaccio polare nonostante la (teoricamente) stagione fredda, loro habitat naturale, e per lo stesso motivo visibilmente affamati, si aggirano tra discariche di immondizia, sperando di trovare qualcosa da mangiare.
Mai gli orsi polari, notoriamente diffidenti e solitari, si sono così avvicinati a degli insediamenti umani, denotando con tale comportamento la loro disperazione. Le foto, in particolare quelle degli orsi che s’aggirano per ignobili cumuli di spazzatura, sono particolarmente toccanti. E “incazzanti”, già: dunque la “mirabile” evoluzione della civiltà umana, quella che si è autoproclamata la più “intelligente” e “avanzata” sul pianeta, comporta tali conseguenze? Provoca questi danni, e la drammatica messa in pericolo di altre creature viventi, costrette a tentare di sopravvivere in mezzo alla merda degli umani? Questo significa essere Sapiens?
Sono domande retoriche, lo so. Basti pensare che si calcola che l’estinzione di almeno il 75% (ma altri dati citano un 90%) delle specie animali dal 1600 ad oggi è causa dell’uomo e dell’attività antropica sul pianeta.
No, mi spiace – e spiace dirlo soprattutto per quegli umani che una coscienza civica, politica, ambientale, etica ce l’hanno (quanti saranno, in tutto?) e sanno comprendere la tragicità di tali situazioni – ma bisogna ammettere che a volte l’unica soluzione per evitare una catastrofe ambientale planetaria non sia che la “civiltà umana” si dia da fare per risolverla, ma che la “civiltà umana” proprio sparisca dal pianeta.
Dopo due mesi, quando gli scavatori avevano ormai fatto piazza pulita e le squadre ingaggiate per i lavori strutturali erano appena subentrate, la costruzione della biblioteca fu interrotta per ordine dei pubblici poteri e, simultaneamente, suppongo, mi auguro, tutti i lavori di scrittura in corso – perché, in queste condizioni, che fare delle opere pubblicate di recente, dove sistemarle, classificarle, catalogarle, schedarle e poi fregarsene, dove stoccarle, come disfarsene? A meno che ovviamente non sia l’improvvisa e generale resa degli scrittori – a che pro scrivere? – ad aver provocato la chiusura del cantiere.
Nel suo particolare stile razionalmente assurdo, Chevillard ripropone una questione “sotterranea” per tutte le forme espressive artistiche ma che nella letteratura – contemporanea, soprattutto – è forse più evidente: se per assurdo (appunto) i libri non fossero letti da nessuno, se non esistessero scaffali di librerie o di biblioteche che li esponessero, verrebbero comunque scritti? O la scrittura – e gli scrittori – svanirebbero di colpo?
È questione nascosta, come detto, ma a dir poco fondamentale, dacché punta direttamente al senso dello scrivere (nell’epoca contemporanea dell’immagine imperante e della social-visibilità come ragione di vita ancor più, ribadisco) anche al di là della mera evidenza primigenia dell’arte come trasmissione di un messaggio, una storia, una narrazione o che altro.
Oggi, sembrerebbe avvenire qualcosa di opposto: le librerie chiudono perché calano i lettori ma di libri se ne pubblicano sempre di più. E se invece non fosse così opposta, tale situazione? Se l’estinzione (drammatizzo, sì) dei lettori fosse tragicamente propedeutica a quella degli scrittori ovvero, cosa in verità più importante, della scrittura?
È un ragionamento assurdo, lo ribadisco. Ma spesso ragionare per assurdità permette di prevedere e capire la (futura, ma non solo) realtà delle cose meglio di molti altri metodi.