A ben vedere, tra i due candidati in corsa per la presidenza USA ci sarà un “vincitore elettorale”, ovvio, ma in verità sono entrambi fin d’ora dei perdenti politici: Joe Biden per non aver saputo vincere con ampio margine su un presidente scellerato come Donald Trump; questi, per non aver saputo capitalizzare nettamente la propria veemente spinta populista contro uno sfidante scialbo come Biden.
E siccome l’uno o l’altro che verrà eletto sarà il rappresentante primo dell’America, alla fine dei conti è e sarà l’America a perdere inesorabilmente. Come è già evidente da qualche tempo, d’altro canto. Già.
Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prender posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino a intaccare quasi la totalità del pensiero.
(Simone Weil, Senza partito, traduzione di Marco Dotti, Feltrinelli, 2013, pag. 41. Citata da Paolo Nori nel suo sempre illuminante blog – la cui lettura non smetterò mai di sollecitare – qui.)
Che i partiti politici siano una lebbra per il pensiero e la democrazia e per la democrazia del pensiero, come scrive con insuperabile chiarezza Weil, è una cosa talmente evidente, ma talmente evidente, da essere (incredibilmente, ma forse no) ignorata da tanti. Come molte altre cose del mondo contemporaneo la cui evidenza è direttamente proporzionale all’importanza che hanno per il bene comune e della società in cui viviamo, e per questo vengono drasticamente osteggiate dal “potere” così ben rappresentato dai partiti politici, guarda caso, che trovano consensi proprio dove c’è quella così inopinata “cecità” di visione e di intelletto – guarda caso bis.
Noterella politicoide, dal basso (“alto” sarebbe troppo, non sono così sbruffone) della mie più assolute libertà e indipendenza di pensiero: a me pare che questi sovranisti, suprematisti e figuri affini che s’atteggiano a rappresentanti duri-e-puri della “destra” politica un po’ ovunque, non solo a Sud delle Alpi, spostandone apparentemente il baricentro verso l’estremo limite ideologico, in realtà assomiglino sempre di più ai comunisti del secondo Novecento, quelli totalmente, ciecamente votati alla (non)causa sovietica senza nemmeno conoscerla e che pendevano dalle labbra dei vari segretari del PCUS o degli alti dignitari analoghi, esprimendosi a meri slogan, rivendicando diritti e verità del tutto retoriche e basate sul nulla, credendosi portatori del verbo ideologico-politico perfetto e indiscutibile senza nemmeno lontanamente concepirne e comprenderne la nocività non solo verso il mondo ma, in primis, verso loro stessi. Non sono affatto “destra” come dicono, ovvero, sono molto più “sinistra” che destra – proprio quella sinistra che “aborriscono” e contro le cui istanze si mostrano paladini ma, non casualmente, raccogliendo consensi proprio in quella parte di società civile da cui scaturiscono quelle istanze e che dovrebbe essere loro avversa, e ciò non solo per il sostanziale fallimento ideologico e politico della sinistra – la quale, sempre non casualmente, per certi versi è oggi molto più simile ad una compagine borghese-capitalista di destra.
E d’altro canto è ugualmente vero che ogni potere di destra o sinistra che nel corso del Novecento abbia assunto fattezze autoritarie (e ai quali di frequente i “destri” e i “sinistri” di oggi si ispirano, i primi più apertamente e platealmente) sia giunto ad assomigliarsi reciprocamente. Gli opposti si attraggono, gli estremi si toccano: sono regole che valevano una volta e valgono ancora nella politica di oggi, ciò anche perché è la politica di oggi a non essere affatto contemporanea, ovvero a rappresentare, nella sua forma dualistica classica, un’espressione ideologica del tutto superata e sostanzialmente morta (Gaber docet!).
Proprio per questo io, sulla base di quelle mie scriteriate, sovversive e assolute libertà e indipendenza di pensiero, resto sconcertato da che ancora oggi si continui con quella pantomima politica: la quale, inesorabilmente, genererà sempre estremizzazioni, da una parte e dall’altra, e un altrettanto inevitabile degrado di qualsivoglia ideale più o meno nobile che fingono di portarsi ancora appresso, dilagando invece nel deserto post-ideologico più sterile e mortale. Per cui non (mi) resta che ridere addosso a tutti quelli, sovranisti o meno, con la speranza immortale di seppellirli tutti quanti e, finalmente, assicurare alla civiltà umana un futuro politicamente più virtuoso. E più serio, pure.
[Immagine tratta dal web, presente su vari siti e pagine social.]Bisogna constatare che il Presidente degli USA in carica è così incapace, incompetente, bugiardo, ipocrita, scriteriato, inaffidabile, incolto, meschino, incoerente, bullo, bifolco, fanfarone, sbruffone, egotista, razzista, misogino, vile, distruttivo, deviato, grottesco, impresentabile, ed è tutto questo in maniera crescente, che, in considerazione della sostanziale pochezza del suo avversario nonché della realtà generale della massa votante americana, alle elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre ha notevoli probabilità di vincere ed essere rieletto. Già.
Questa potrebbe essere – a suo modo – un’“ottima” notizia per chi si voglia dichiarare “antiamericano”, per come nell’ipotesi di cui sopra la decadenza degli USA a livello globale e la disgregazione sul piano interno proseguirebbero inesorabili; potrebbe di contro essere una notizia assai meno buona per chi abbia a cuore le sorti future dell’intero pianeta e non solo dal punto di vista geopolitico.
O forse, chissà, avverrà l’esatto opposto. Come disse Platone, «La politica, nella comune accezione del termine, non è altro che corruzione»: dei valori, delle idee, degli ideali, della realtà, dellaverità. “Corruzione” ovvero degenerazione o alterazione, in ogni senso.