Edward Theodore Compton,Weißhorn-Nordgrat vom Bieshorn (“La cresta nord del Weisshorn dal Bishorn”), disegno su carta, 1908.
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Edward Theodore Compton,Weißhorn-Nordgrat vom Bieshorn (“La cresta nord del Weisshorn dal Bishorn”), disegno su carta, 1908.
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Qualche post fa citavo Honoré de Balzac il quale, nelle Illusioni perdute, scrive «Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.» e intorno a tale affermazione riflettevo su come, intendendo il rapporto tra “arte” e Natura come il risultato dell’opera di trasformazione antropica virtuosa del territorio naturale, le parole di Balzac siano interpretabili anche in relazione a quell’attività umana che, a suo modo, può essere considerata un’opera d’arte la quale, come l’arte propriamente detta, parimenti soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene nell’ambito dal quale si effonde, cioè proprio nel paesaggio naturale. Una sorta di land art funzionale e territorializzante, insomma, che conserva pure elementi estetici quantunque non espressamente ricercati – ma per certi versi inevitabilmente conseguiti, proprio in forza dell’armoniosità di quell’opera.
Ma le parole di Balzac valgono anche nel senso opposto, ovvero nei casi in cui l’arte diventa “natura concentrata” dacché condensa, in elaborati di matrice e valore artistici opera dell’ingegno e della manualità umana, quanto si può riscontrare di supremo nello spazio naturale. Ed è veramente divertente ricercare e alquanto sorprendente riscontrare, sulle mappe satellitari on line, la notevole somiglianza non solo di territori modificati dal lavoro dell’uomo ma pure di alcuni luoghi naturali – dunque privi di interventi umani – con certe opere d’arte, massime espressioni del lavoro dell’uomo. O forse potrei scrivere anche il contrario: riguardo quanto certe opere d’arte assomiglino e raffigurino, in modi non di rado casuali, luoghi naturali. La cosa è reciproca, in effetti. Date un occhio qui, ad esempio (e ne proporrò altri, nei prossimi giorni):


N.B.: se volete cimentarvi anche voi, nella ricerca sul web di luoghi piò o meno antropizzati che assomiglino a opere d’arte, siete più che benvenuti!
Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.
Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.



Disegno essenzialmente tutto quello che vedo. Anzi, è più corretto dire che vedo disegnando, perché se guardo un luogo disegnandolo, quel luogo rimane tuo. Diventa un pezzo del tuo vocabolario, del tuo alfabeto, che puoi anche riutilizzare in seguito. In qualunque momento ci ripensi se lì in un attimo, è un’appropriazione della realtà ed è anche un modo per non far sfuggire il tempo.
(Daniele Tabellini/TellerK, da “Artribune” nr.53, gennaio-febbraio 2020.)
Quello che scrive Daniele Tabellini, del duo artistico TellerK, è esattamente il principio in base al quale anch’io scrivo di luoghi – e territori, e paesaggi, e loro attraversamenti, eccetera. Quello per il quale il luogo, così rappresentato con le parole o i disegni o quant’altro – il media non conta, in fondo – entra a far parte del proprio alfabeto, diventa codice riconoscibile, riconosciuto e per questo “utilizzabile” come lingua geografico-culturale e come elemento di identificazione del mondo e nel mondo. Quando io dico che «i viaggiatori sono il viaggio» in fondo esprimo lo stesso concetto, cioè la stessa appropriazione del moto personale nello spazio e nel tempo, così che il viaggio non è qualcosa lungo la cui rotta ci si “addentra”, ci si muove e si percorre ma, viceversa, è il viaggio che disegna la sua rotta dentro il viaggiatore, rispecchiando nel suo intimo i luoghi, le percezioni e i Genius Loci verso i quali all’esterno lo condurrà.
E a ben vedere, anche, Tabellini suggerisce un altro ottimo sistema di appropriazione del viaggio e dei luoghi, tramite il disegno: il quale, in modo più evidente rispetto alla scrittura, non conta sia bello o meno, ben fatto o dozzinale, artistico oppure no, non conta la forma ma la sostanza, l’alfabeto che rivela, il vocabolario di cui si compone e, dunque, il messaggio che alla fine conserva nei suoi tratti, esattamente come accade in maniera più definita e non meno rappresentativa con lo scrivere, fissando lo spazio e insieme il tempo per non farli sfuggire ma per portarceli sempre appresso.
Vi ho già parlato di più volte di Alex Dorici, qui sul blog, e di quanto la sua ricerca artistica sia originale, particolare, innovativa e capace di relazionarsi con i luoghi in cui si manifesta in modi tanto suggestivi quanto intriganti, generando riflessioni sagaci e profonde nonché molteplici spin off tematici e speculativi che ne ampliano la portata artistica.
Ovvero, in parole povere, è bravo assai Alex Dorici, e lo dico non certo perché ho la fortuna di conoscerlo e dunque ne parlo bene; semmai, al contrario, la fortuna è quella di conoscere un artista così interessante e, per simile fortunata conseguenza, di poter scrivere dei suoi lavori.

In ogni caso, quello che sarà inaugurato pubblicamente il prossimo 2 settembre alle 18.30 a Lugano è un lavoro che esplica perfettamente quanto ho appena affermato sull’arte di Alex Dorici: sarà un’opera che trasformerà un ordinario tunnel pedonale, quello di Besso, in un cervello artificiale con tanto di neuroni e sinapsi in grado di interagire con i passanti. L’installazione – permanente – si chiama NeuralRope#1. Inside an Artificial Brain, è stata pensata da Luca Gambardella, direttore dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale e, grazie alla realizzazione di Dorici, combina ricerca artistica e scientifica, fra arte contemporanea e intelligenza artificiale. Il progetto vede la luce nell’ambito della piattaforma L*3-Lugano Living Lab, che riunisce le istituzioni cittadine, USI e SUPSI oltre ad aziende attive nelle nuove tecnologie.
L’installazione sarà costituita da fonti luminose (si tratta di sedici schermi LED quadrati) e settecento metri di corde rosse e fluorescenti; si snoderà lungo i cento metri del sottopassaggio in modo che «Entrando nel tunnel, si entrerà in una rappresentazione digitale del cervello», come ha spiegato Gambardella. In pratica, NeuralRope#1. Inside an Artificial Brain è una rete neuronale artificiale: si tratta di un sistema digitale composto da neuroni e connessioni che riproduce alcune funzionalità del nostro cervello ed è in grado di imparare concetti a partire da esempi. L’installazione osserva ciò che avviene all’interno del tunnel, interpreta i gesti della mano e impara dalle immagini che i visitatori scelgono di mostrarle, per poi restituirne una nuova versione.
Insomma, da vedere, visitare, vivere.
E nel frattempo le opere di Alex Dorici sono visitabili anche in altre esposizioni d’arte: date un occhio al suo sito per saperne di più. Cliccate invece sull’immagine in testa al post per visitare il sito web dell’opera.