Su “La Provincia di Lecco”

Il quotidiano “La Provincia di Lecco” nell’edizione di oggi, mercoledì 26 gennaio 2022, sulla pagina dedicata alla Montagna curata da Paolo Valsecchi, ospita un mio intervento sul tema delle attrazioni turistiche quali panchine giganti, ponti tibetani, passerelle panoramiche eccetera che negli ultimi tempi stanno proliferando sui monti. Una proliferazione che vorrebbe perseguire la “valorizzazione” dei luoghi ove vengono installate ma che a mio parere, mancando quasi sempre “intorno” a esse un progetto culturale di conoscenza dei luoghi stessi e di presa di coscienza delle loro peculiarità – qualcosa che vada oltre il mero «effetto wow!» (si usa dire così, no?) e la raffica di selfies da postare sui social, insomma,  – rischiano di ottenere soltanto una banalizzazione del luogo, anticamera di un suo probabile futuro degrado.

Ringrazio di cuore Paolo Valsecchi per avermi contattato sul tema e concesso un così prestigioso spazio sul quotidiano riprendendo con cura le mie osservazioni, e mi auguro che le stesse non appaiano affatto meramente ostili ma rappresentino un contributo tanto critico quanto costruttivo a favore della salvaguardia delle nostre montagne, della loro bellezza, del valore dei loro paesaggi e di un buon futuro per chiunque le viva, da turista occasionale o da abitante permanente.

La “valorizzazione”

“Valorizzazione”.
Già, perché spesso, quando si vogliono giustificare interventi e infrastrutture ad uso turistico con mera matrice ludica, ovvero di quelle che nel concreto non generano grandi ricadute positive (d’ogni genere) nei territori presso i quali vengono realizzate, i loro promotori parlano di “valorizzazione” del luogo e del paesaggio in questione. Come se prima non avessero valore, come se solo con tali opere ne possano guadagnare e le persone ne possano godere…

(Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.)

Valorizzazione. Un termine molto potente, in effetti. Peccato che a volte la sua potenza sfugga di mano a chi lo utilizza, già. Fin dall’accezione che gli si vuol dare: che si intende, infatti, con “valorizzazione” di un luogo o di un paesaggio? Abbellimento estetico? Creazione di un interesse turistico, e nel caso a favore di chi? È un sinonimo di “patrimonializzazione” del bene-paesaggio? O il “valore” a cui si fa riferimento è quello dei soldi pubblici spesi e fatti girare per fini non unicamente correlati all’opera realizzata (lo scrivo senza pensar male, sia chiaro)? Dunque alla fine cosa si “valorizza”? E in che modo?

Facendo un passo avanti in più, potrei anche chiedere: essendo che i luoghi di pregio e i loro paesaggi sono elementi culturali (c’è una specifica Convenzione Europea che lo sancisce nel proprio preambolo, d’altro canto), come possono essere valorizzati da interventi e infrastrutture che non propongono e non sviluppano, anche indirettamente, una fruizione di matrice culturale dei luoghi e dei paesaggi e non vengono nemmeno pensati per perseguire un tale fine pur così fondamentale per l’apprezzamento e la salvaguardia dei luoghi?

Ribadisco per l’ennesima volta (e l’avevo scritto anche nei miei precedenti articoli sulla passerella del Mallero e su quella dei Resinelli, alle quali si riferiscono i due articoli lì sopra): il problema di fondo non è cosa si fa, ma come si fa. Ovvero, il problema non è la passerella in sé così come qualsiasi altra opera similare, che può essere pensata bene o male ma alla fine è un manufatto al quale viene delegata una funzione la quale dovrebbe essere logica e coerente con il luogo, ma è la fruizione culturale (o meno) del luogo che la sua realizzazione propone e che deve essere parte integrante e irrinunciabile del progetto con la quale il manufatto viene realizzato. Viceversa, l’opera non è solo qualcosa di fine a se stesso o avente fini decontestuali da essa ma risulterà in breve inevitabilmente dannosa per il luogo in cui si trova.

Insomma: non è colpa del manufatto in sé se alcuni dei suoi fruitori non possiedono educazione, senso civico e non sono in grado di capire quanto il luogo nel quale si trovano sia tanto bello quanto delicato, ma la presenza del manufatto e quanto suscita mi ricorda per molti aspetti la cosiddetta teoria delle finestre rotte: se non la conoscete, ne potete sapere di più in questo mio articolo. Ecco: i promotori di tali infrastrutture turistiche dovrebbero per primi studiarsela per bene, quella teoria, riflettere sulla sua applicazione ai luoghi presso i quali si vogliano sviluppare “valorizzazioni” del genere nonché, riguardo le loro infrastrutture, cercare di non vederle per quanto siano belle e attrattive ma per ciò che sono e saranno in grado di costruire nel tempo a vantaggio concreto del luogo e dei suoi abitanti.

Altrimenti, inesorabilmente, anche la montagna con i suoi meravigliosi paesaggi diventerà soltanto un posto pieno di vetri rotti, nei quali nessuno più si recherà anche solo per il timore di ferirsi.

L’inquietante convitato di marmo di Brescia

[Foto tratta da bresciaoggi.it, cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Ci sono passato di recente, dalla periferia Est di Brescia, e non so se per un caso, se per un momento di particolare sensibilità visiva o se perché ormai a tali cose sono diventato attento di default, fatto sta che la distruzione del paesaggio – nel senso più ampio del termine – provocato dalle attività di estrazione di marmo di Botticino e zone limitrofe mi è parso particolarmente spaventoso e desolante. Non siamo ai livelli apuani – sapete bene che laggiù si sta letteralmente demolendo parte di un’intera catena montuosa per cavarci il marmo – ma le problematiche evidenti in loco sono molto simili. Così come simili sono le domande che ci si può (o probabilmente ci si deve porre) al riguardo: ha ancora senso continuare attività pur storiche, pur tradizionali, pur celebri e celebrate, pur importanti per chi ci lavora, le quali con tutta evidenza hanno superato un limite di decenza ambientale e di salvaguardia culturale – anche più che ecologica – del territorio nel quale sono attive? È “normale” che non si riesca a considerare tali attività se non dal punto di vista economico, marginalmente da quello ambientale ma non dal punto di vista socioculturale e antropologico, ovvero quello che rimanda direttamente all’impatto della distruzione del paesaggio in loco nell’immaginario di chi lì vive, risiede e di chi vi transita? Ed è altrettanto normale ovvero etico continuare a proporre sul mercato dei prodotti che impongono un evidente e palese danno ambientale senza tuttavia risultare indispensabili al mercato stesso se non attraverso un’imposizione di natura lobbystica? Insomma: siamo proprio convinti di volere le scale di casa nostra in marmo sapendo che per averle e bearcene contribuiamo pur indirettamente alla distruzione di territori, ambienti naturali, ecosistemi locali, paesaggi, generando di contro aree che senza un’adeguata e complicata bonifica (verso la cui realizzazione nutro molti “italici” dubbi) rimarranno a lungo sterili e invivibili?

Non sono domande di matrice ambientalista, queste mie, ma antropologica, ribadisco. C’è di mezzo la qualità della relazione delle persone con i territori danneggiati e con i guasti arrecati al paesaggio, il cui degrado, ambientale tanto quanto culturale, non può e non potrà mai essere considerato una “normalità”, pena il degrado di quella stessa relazione umana e la qualità dell’abitare, nel senso di pratica vitale fondamentale, tali zone.

[La zona delle cave marmifere a Est di Brescia, da Google Earth.]
Il “Rapporto Cave 2017” di Legambiente si è occupato (anche) delle cave marmifere della periferia di Brescia – peraltro un’area, quella dei dintorni di Brescia, già fin troppo ricca di inquietanti disastri ambientali – e così ne scrive (pagine 76-77):

Un’altra area storica del marmo, sicuramente meno conosciuta del distretto di Massa Carrara ma del tutto simile per intensità di escavazioni e problematiche ambientali, si trova a ovest della città di Brescia all’interno di un territorio collinare dove nel corso degli anni si è sviluppata oltre all’attività estrattiva anche tutta una filiera di lavorazione secondaria del marmo. Una struttura produttiva caratterizzata da piccole-medie aziende e grandi produzioni industriali che si snoda tra i Comuni di Botticino passando per la valle di Nuvolera per giungere al Comune di Vallio Terme attraversando un paesaggio ormai lunare caratterizzato da enormi crateri che come ferite aperte frammentano il paesaggio di questo lembo di fronte Retico Prealpino. Nel Comune di Botticino si situano 10 cave attive, in quello di Nuvolera addirittura 37. Le regole stabilite dalla Legge della Regione Lombardia n.14/1998 (mantenute nelle successive modifiche), per cui «l’esercizio dell’attività di escavazione costituisce attività temporanea e transitoria rispetto alla normale destinazione naturalistica ed alla trasformazione del territorio» e che continua asserendo che «non è consentita alcuna attività di escavazione senza piani di restituzione e fruibilità del territorio» sembrano essere state sconfessate. Nell’attenta osservazione del territorio infatti si verifica che questo importante enunciato, per una concomitanza di interessi non è quasi mai stato applicato e costantemente disatteso. Da un lato infatti la lobby dei cavatori si è sempre attivata ad ogni revisione decennale del piano provinciale cave per ottenere sempre maggiori quantitativi da cavare, dall’altra parte gli enti locali, a cui è demandato dalla Legge Regionale il solo compito di vigilanza e di controllo, continuano a trarre le risorse economiche per incrementare le entrate dei loro bilanci. All’interno di queste dinamiche si è creato un corto-circuito nel quale ovviamente a prevalere sono gli interessi di natura economica a scapito del consumo del territorio. Aggravati ulteriormente dalla stagnazione del settore lapideo tradizionale, dovuta alla crisi economica di questi ultimi anni, che ha portato ad uno strisciante slittamento del bacino estrattivo da materiale ornamentale a sito per ricavare carbonato di calcio e frantoiati. Attività queste portate avanti con modalità ed intensità estrattive caratterizzati da tempi rapidi di esaurimento della placca marmifera soprattutto se rapportati alla tradizionale escavazione della pietra ornamentale da taglio. Questo fenomeno è testimoniato dall’ingresso di grandi gruppi industriali sul territorio e dai loro tentativi di insediare impianti per produrre premiscelati per l’edilizia piuttosto che nuovi cementifici o l’utilizzo di questo materiale per creare fondi stradali (impiegati nel caso della BRE-BE-MI, l’autostrada direttissima Brescia-Milano, ultimata nel 2014). Le indagini ambientali ed epidemiologiche, commissionate dagli Enti Locali su richiesta delle associazione ambientaliste presenti sul territorio fra cui Legambiente, hanno evidenziato che le polveri sottili attualmente rilevate PM10 PM2,5, costituiscono un gravissimo pericolo per la salute pubblica, ed in particolare per i soggetti più deboli, quali anziani e bambini, che si traduce nell’aumento di malattie polmonari, cardiovascolari e tumori.

[La zona di escavazione vista dall’aereo. Foto di Rolf Kickuth, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Ben inteso: poi magari tutti quanti dicono che sì, è giusto così, lì si vive di quello e non si può togliere un’attività così importante per il luogo oggi come secoli fa. Va bene, nel caso: si dovrà convenire che per tali motivi si è deciso di mettere da parte la qualità del paesaggio locale, tutte le relative ricadute culturali nonché qualsiasi futura eventuale recriminazione al riguardo, dato che le colline non crescono come i funghi, anzi: una volta consumate spariscono per sempre insieme a tutto ciò che nel tempo hanno rappresentato e significato, inutile dirlo.

Cliccando qui potete scaricare il “Rapporto cave 2021” di Legambiente, con ulteriori approfondimenti sul tema a livello nazionale, incluse alcuni esempi di buone pratiche al riguardo. Perché, al solito, il problema non è che si fanno certe cose, è come si fanno, ovvero quanto buon senso, o quanto poco, viene riposto in esse.

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!

Panchine giganti, rifiuti abbondanti?!

CASPITA! 😲

Proprio non era mia intenzione, quando ho dissertato sull’ennesima “panchina gigante” installata a Triangia, sopra Sondrio, e l’articolo l’ho intitolato “Un altro centro di raccolta rifiuti (a forma di panchina)”, essere così “profetico”! Non volevo!
O forse era inevitabile che lo fossi, pur senza volerlo?

In verità scrivevo che tali opere così banalizzanti il territorio che vorrebbero “valorizzare” (termine-panacea assai usato in questi casi, i cui manufatti, invece, del territorio in cui vengono piazzati degradano in modo palese il valore culturale), rendono un “rifiuto” ovvero provocano il rifiuto della visione consapevole del territorio, del valore e della cognizione estetica del luogo, della percezione del paesaggio e della relazione genuina, personale e non mediata con esso, della capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti…

Ma tu guarda il caso, eh, che opere come quella invece generano spazzatura vera, comportamenti incivili, maleducazione automobilistica e non solo… e il paesaggio? E l’acquisizione di consapevolezza riguardo le sue peculiarità? E la valorizzazione del territorio? E la qualità del luogo nonché della quotidianità di chi vi risiede? (Date un occhio anche a quest’altro recente articolo al riguardo).

Ma no, nessuna dote profetica, ci mancherebbe! Solo un’altra storia già scritta, temo, il cui “testo” tuttavia mi auguro possa essere cambiato presto, per il bene futuro del luogo e dei suoi abitanti.