Artavaggio, nemo propheta in patria

P.S. (Pre Scriptum): per chi l’abbia perso e ne fosse interessato, ripropongo di seguito l’articolo sulla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco – ma le cui osservzioni possono ben valere per molte altre località similari) pubblicato martedì 21 febbraio su “Valsassina News”. Come sempre, con la speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.

Da Per una rigenerazione dell’Appennino Tosco-Emiliano: turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale nel Parco Regionale Corno alle Scale, CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo, Università di Bologna (Campus di Rimini), marzo 2020, pagg.134-135:

«Se l’obiettivo primario è quello di investire sulla stazione sciistica, è bene seguire le best practice di stazioni sciistiche di piccole-medie dimensioni che hanno messo in atto recentemente delle strategie di rivitalizzazione del turismo (WTO, 2018). […] Emerge dunque la necessità di ampliare il portfolio di attività invernali per creare nuove opportunità di spesa per i visitatori, tenendo presenti i cambiamenti nelle loro preferenze e in una prospettiva di medio-lungo termine. In questo senso, la visione preferita registrata dai turisti oggetto della nostra indagine è quella che vede il rinnovamento e l’ammodernamento degli impianti, ma legandoli al potenziamento di forme di turismo diverse. ln questa direzione può essere utile ricordare le recenti esperienze di:
Valsassina in Lombardia, una stazione sciistica a bassa quota vicino a Milano, dove l’offerta dei tre piccoli resort che compongono la stazione è stata differenziata, dirigendola verso segmenti di mercato diversi. Il primo resort, di maggiore altitudine (Piani di Bobbio), è dedicato allo sci alpino in inverno e alla MTB in estate; il secondo (Piani di Artavaggio) è specializzato in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie; il terzo (Pian delle Betulle) è focalizzato sull’estate e offre un parco avventura.
– Cervinia in Valle d’Aosta, a fronte di una diminuzione nelle precipitazioni nevose, ha attuato un efficientamento degli impianti, riducendone il numero e aumentando la capacità degli ski-lift.
– Allgäu in Bavaria (Germania) ha un’ampia varietà di attrazioni naturali e culturali, ma si è posizionata come destinazione di wellness, promuovendo la cura che prende il nome da Sebastian Kneipp, originario di quella località.»

Tra gli innumerevoli documenti che abitualmente studio in tema di territori montani e loro frequentazione, qualche giorno fa mi è ricapitato tra le mani il report sopra indicato, dedicato all’area appenninica citata ma veramente ben strutturato e ricco di analisi alquanto interessanti e utili anche a molte altre zone montane che godono di una frequentazione turistica – o che la subiscono.

In esso, nel passaggio citato, i ricercatori del Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna citano tre casi evidentemente considerati indicativi riguardo il tema in questione, tra i quali c’è quello della Valsassina, portata a esempio di una riqualificazione diversificata delle proprie aree montane in forza dell’evoluzione climatica e socioeconomica degli ultimi decenni e, dunque, indicata come modello potenziale di rigenerazione post-sciistica di successo.

Ovvero, in parole semplici: uno dei centri accademici di studi sul turismo più importanti in Italia indica, nello specifico, i Piani di Artavaggio come caso virtuoso e emblematico di stazione ex sciistica riconvertita e rigenerata (come anche io con i coautori Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo raccontato sulla guida Dol dei Tre Signori, il cui itinerario escursionistico transita proprio da Artavaggio) e invece, purtroppo, gli amministratori locali vorrebbero riportarci lo sci costruendo impianti e infrastrutture conseguenti, degradando il luogo e la sua storia recente facendola andare al contrario come fosse ferma a sessant’anni fa.

Non solo: nel frattempo si sta diffondendo un significativo fenomeno, lungo le Alpi italiane, attestato da numerosi articoli degli organi di informazione. Molte località sciistiche, o ex-sciistiche, che per un motivo o per l’altro non hanno aperto gli impianti di sci (per problemi finanziari delle società a cui fanno capo, assenza di concessioni, mancanza di gestori, eccetera) e per le quali tale chiusura è stata considerata da alcuni come «una catastrofe», «la morte della località», «la fine dell’economia locale» e via di questo passo, stanno invece vedendo un notevolissimo afflusso di gitanti, con parcheggi stracolmi, ristoranti e rifugi a pieno regime, scialpinisti e ciaspolatori un po’ ovunque, famiglie con bambini che si godono la sicurezza e la tranquillità di una gita sulla neve priva dei pericoli e dei disturbi che impianti e piste da sci inevitabilmente genererebbero, se aperti.

In pratica, dove un tempo si sciava e ora non più, e dove per questo qualcuno credeva ci sarebbe stato il “deserto”, c’è invece più gente di quando gli impianti erano funzionanti e più di altre località nelle quali i comprensori sciistici sono aperti. Cioè, sta accadendo quello che già da anni si constata ai Piani di Artavaggio, che dunque in tal senso risultano un modello turistico virtuoso (e profetico, appunto) divenuto col tempo esemplare per tante altre località montane rimaste senza impianti e piste da sci.

Ecco perché fin da quando è stato reso noto il progetto di “ritorno” dello sci ad Artavaggio e di costruzione dei relativi impianti e infrastrutture, ho subito affermato che era ed è una follia. Persino un prestigioso ente accademico di ricerca “forestiero”, ma che elabora studi scientifici per l’intero territorio montano italiano e non solo, ha ritenuto emblematico elevare la località valsassinese a esempio e modello, come detto: posto ciò, è veramente un gran peccato che gli amministratori locali non lo capiscano, non vedano e non percepiscano questa realtà. È un peccato che, come sembra, ignorino – o vogliano scientemente ignorare – il grande valore e il prestigio che Artavaggio si è costruita negli ultimi anni, e che invece minaccino di farla ritornare a essere un’anonima, banale, trascurabile stazione sciistica, che dilapiderebbe in breve tempo il patrimonio di consensi costruito negli anni e per giunta resterebbe a costante rischio di fallimento – economico, turistico, ambientale, culturale.

Mi piacerebbe moltissimo dirimere tali inquietudini e i relativi dubbi – che so hanno come me tanti altri frequentatori di Artavaggio e delle montagne della Valsassina. Perché, ribadisco, non c’è solo in gioco la mera questione “sci sì/sci no”, ma l’intero territorio e il suo buon nome, la storia virtuosa costruita negli ultimi anni, l’ambiente naturale e il paesaggio, l’apprezzamento di molti estimatori della sua bellezza e delle sue peculiarità, il suo futuro e quello della comunità residente. Bisogna proprio sperare che tutto questo lo vogliano finalmente comprendere, quelli che hanno nelle mani il destino di Artavaggio. Per il bene del luogo e di tutti.

Martedì, su “Valsassina News”

Nel mentre che qualcuno vorrebbe installare nella conca dei Piani di Artavaggio una nuova seggiovia per riportarvi lo sci su pista, come se la località fosse ferma agli anni Settanta, il CAST – Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna produce un report su “turismo, sostenibilità e sviluppo territoriale” e indica al riguardo tre modelli di sviluppo ritenuti per diverse ragioni esemplari: Allgäu in Germania per il turismo del wellness, Cervinia per lo sci su pista e la Valsassina per la differenziazione dell’offerta turistica, citando nello specifico i Piani di Artavaggio specializzati «in sci di fondo, ciaspolate e attrazioni per famiglie».

Posta una tale prestigiosa attestazione accademica, la cui importanza emblematica è inutile rimarcare, la domanda che da mesi tutti (o quasi) si pongono diventa ancora più pressante: perché ricostruire seggiovie e riportare lo sci su pista a Artavaggio?

Ho espresso le mie considerazioni al riguardo in un articolo pubblicato martedì scorso, 21 febbraio, su “Valsassina News”, la cui redazione ringrazio di cuore per l’attenzione e lo spazio dedicatomi. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerlo.

La vita essenziale del mondo

[Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]

Il mondo intero è per me molto “vivo” – tutte le piccole cose che crescono, perfino le rocce. Non riesco a guardare crescere un po’ d’erba e di terra, per esempio, senza percepire la vita essenziale, le cose che si muovono con loro. Lo stesso vale per una montagna, o un tratto di mare, o un magnifico pezzo di legno vecchio.

(Ansel Adams, senza fonte.)

[Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]

Dino Buzzati e le folle motorizzate sulle Tre Cime di Lavaredo

[Foto di Alessio Furlan su Unsplash.]
A proposito della citazione, che ho pubblicato qui, di quel sagace brano di Giovanni Cenacchi tratto da Dolomiti cuore d’Europa nel quale ipotizza a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa, a qualche lettore sarà tornato alla mente un altro brano celeberrimo con protagoniste le Tre Cime – icone dolomitiche assolute, d’altro canto – firmato dal grande Dino Buzzati e pubblicato sul “Corriere della Sera” il 5 agosto 1952, dunque ancor più profetico rispetto a certi impatti del turismo contemporaneo sulle montagne, il cui senso peraltro è valido in generale rispetto alla frequentazione turistica che i territori montani subiscono.

Vi ripropongo di quell’articolo il passaggio che Buzzati dedica in particolar modo alle Tre Cime e per ciò risulta parecchio affine allo scritto di Cenacchi (che risale al 1998), affinché possiate convenire con me su quanto sia premonitore, emblematico e da meditare per bene. L’intero articolo originale lo potete trovare in questo editoriale nel sito di Mountain Wilderness.

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Massimo Mila + Cesare Martinato

C’è infatti un modo di conoscere che è puramente mentale, una faccenda dell’intelligenza e basta. E c’è un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza. Questo è quel “conoscere” che è assieme un “fare” e che è proprio di Dio il quale, come dicevano teologi e filosofi, conosce il mondo in quanto l’ha creato, l’ha fatto.
L’alpinismo è appunto una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare. Dove il soggetto si impadronisce anche materialmente dell’oggetto conosciuto.
Le montagne che non abbiamo ancora salito sono qualche cosa di esterno a noi. Materia grezza non ancora illuminata dalla luce dello spirito. Le montagne che abbiamo già “fatto” sono diventate parte di noi stessi, condividono la nostra natura umana. Non son più materia, ma spirito.

[Massimo Mila, Scritti di montagna, Einaudi, 1992, pagg. 26-27.]

La fortuna di conoscere persone variamente interessanti si manifesta anche negli ottimi spunti, contributi, opinioni, idee, opere, altrettanto variamente intriganti, che mi sanno offrire. Quando poi si manifestano quasi in contemporanea, per una di quelle “coincidenze” che non viene da ritenere tali ma fenomeni più attinenti alle cosiddette congiunzioni astrali (se mai se ne possano identificare al punto da credervi ma facciamo che sì, si possa), tali spunti diventano ancora più interessanti e intriganti.

Così ieri Federica Baldelli ha richiamato la mia attenzione su quel passo del celebre scritto montano di Massimo Mila (che fu musicologo di fama mondiale ma pure ottimo alpinista) e, poco dopo, Cesare Martinato, fotografo di gran pregio, ha pubblicato l’immagine che vedete lì sopra. E l’un e l’altro contributo dei due amici mi sono subito sembrati del tutto armonici. Ecco.