La neve come il pane

[Foto di Gabriel Alenius da Unsplash.]
La neve, quando ricopre il paesaggio, non è solo bella, divertente, suggestiva, affascinante. La neve “serve” anche per obbligarci a riscaldare il nostro corpo e così magari riscaldando pure il cuore e l’animo, perché troppo spesso il “freddo” che sentiamo non viene da fuori ma da dentro. In fondo è come dicevano (nemmeno troppo metaforicamente) i nostri vecchi, «Sotto la pioggia la fame, sotto la neve il pane»: ciò che in principio raffredda poi permette di produrre calore, cose buone e fruttuose, “cibo” per il corpo ma anche, appunto, per il cuore e l’animo, scacciando da essi qualsiasi gelo per infondervi bontà. Infatti, in tema di motti della saggezza popolare, si dice pure «buono come il pane», no? Ecco, cerchio chiuso.

Le “Baite Filosofiche” di Lecco

Dal 27 luglio all’1 agosto 2021 la città di Lecco diventa una delle protagoniste italiane ed europee della riflessione teorico/pratica sulle città del futuro, le 100 Smart Cities, un programma lanciato dalla Commissione Europea a dicembre 2020. 100 Smart Cities prevede un percorso sperimentale che attualmente coinvolge quattro aree di altrettante macroregioni europee: i QTP (Quartieri Terzo Paradiso) di Lecco, appunto, il dipartimento della Seine-Saint-Denis a Parigi, il Mendrisiotto in Canton Ticino e lo Smart Dublin, quartiere sperimentale di Dublino.

Nell’ambito dell’area di Lecco, punti nodali (materiali e immateriali) sono le “Baite Filosofiche” un progetto di “rigenerazione urbana” attraverso il pensiero – o, per meglio dire, il ripensamento – di un’area interna alla città di Lecco, che si articola lungo un orizzonte temporale decennale (2021-2030) nel corso del quale il pensiero filosofico contemporaneo innerverà lo specifico obiettivo di sperimentare modelli di coesione sociale e sviluppo economico sostenibile attraverso la cultura, l’arte e il cibo come fattore di aggregazione e di attrattività. Le “Baite Filosofiche” rappresentano un momento per la messa a terra delle riflessioni sul futuro delle città e dei territori, per la loro connessione su tematiche come quelle delle reti del cibo, delle sperimentazioni sul benessere e la cura, sullo sviluppo economico, del lavoro, dell’educazione che porta le comunità a riconoscere e definire nuovi percorsi di sviluppo.

Inoltre, aggiunto io, mi piace molto che un tale progetto di ripensamento urbano possa avvenire in una città “alpina” come Lecco, legata a multiplo filo con le montagne che la circondano e non solo in forza della lunga e celeberrima storia alpinistica locale. Anzi, a fronte di questa, la relazione della città con i propri monti è sempre stata e continua a essere problematica, sfilacciata, a volte (?!) poco consapevole dell’enorme potenziale culturale, sociale e non di meno economico che offre (offrirebbe) all’intero comprensorio cittadino. Chissà che il festival delle Baite Filosofiche, che peraltro si terrà proprio in alcuni luoghi sopra la città e a ridosso dei monti d’intorno, dunque in ambiente, come si dice, non possa rappresentare l’input per un risveglio e una rivitalizzazione di quella relazione urbano-montana così fondamentale e altrettanto necessaria proprio per lo sviluppo futuro di Lecco e del suo territorio.

Cliccate sull’immagine della locandina del festival, lì sopra, per scaricarla in un formato più grande e per ritrovarvi ogni informazione utile, oppure cliccate qui.

Il troppo stroppia sempre

[Foto di Peter Bond da Unsplash.]
Si sa che certe persone con l’avanzare dell’età diventano pedanti e si convincono che sia un’ammirevole saggezza conferita proprio dalla maturità anagrafica quella che invece ad altri parrà più mera e fastidiosa sofisticheria senile. Io non posso certo credere di non far parte di questa categoria di persone, in ogni caso questo popò di introduzione pseudo-sociologica mi serve per denotare una cosa molto più pragmatica (o banale, forse). Ovvero che col tempo, dilettandomi a volte nell’andare a fare la spesa nei supermarket vicino casa – e, sottolineo, “semplici” supermarket, dacché rifuggo come la peste i più mastodontici “ipermercati” e ogni altro esercizio commerciale troppo grande e altrettanto caotico – sempre più mi chiedo una cosa che già alcuni altri si sono chiesti e certamente si chiederanno, dunque a questi mi aggiungo: ma non c’è troppa roba in vendita in questi negozi? Non ci sono troppi articoli e troppo assortimento per lo stesso articolo, troppa scelta, troppa sovrabbondanza, troppe cose ridondanti ovvero sostanzialmente eccessive e inutili? Non è che se di tutta quella roba ce ne fosse anche solo una decima parte, in vendita, comunque avremmo a disposizione un notevole assortimento sia di qualità che di varietà e quantità?

Sia chiaro, non è un pensiero banalmente anticonsumistico, il mio, oppure legato a considerazioni pur obiettive del tipo «noi abbiamo troppo e in certe parti del mondo non hanno nulla», almeno non nel principio. Piuttosto, mi viene da riflettere su cosa ci sia dietro tutto questo surplus di merci in vendita e poi su cosa venga cagionato da esso dopo (incluse le incontrollabili pulsioni consumistiche indotte, certamente, ma non come unico effetto), e rifletto su tali questioni in senso sociologico ovvero socioeconomico considerando l’etimologia originaria del termine “economia” – dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos) “norma” o “legge” – ovvero «l’organizzazione dell’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) quando attuata al fine di soddisfare al meglio bisogni individuali o collettivi» (clic). Va bene, capisco che al giorno d’oggi la definizione «risorse scarse (limitate o finite)» risulti anacronistica e senza (più) senso (o no?), tuttavia, forse, dalle limitatezze di certi periodi del passato ci siamo fin troppo abituati ad una spropositata sovrabbondanza che, superato un limite economico fisiologico oltre il quale stiamo correndo verso un orizzonte ultraconsumistico senza limiti visibili, in fin dei conti ci ha arricchito materialmente ma impoverito e imbruttito culturalmente – un “effetto collaterale” solo all’apparenza, a ben vedere. Ripeto: se si eliminasse il 90% della merce che ingolfa gli scaffali dei supermercati contemporanei, comunque avremmo un sacco di cose da comprare e consumare e ci potremmo dire senza alcun dubbio dei “crapuloni”, con tutto quel popò di cose a disposizione. Anche per questo, quando ad esempio ho l’occasione di rifornirmi nei negozietti dei borghi di montagna dove in 20 metri quadri o meno c’è poco di tutto ma non manca nulla di indispensabile, provo una sensazione di salubre e piacevole morigeratezza. Non è un merito di questi piccoli negozi né un demerito di quelli più grandi, formalmente: è semmai una questione di misure e di congruità di esse con il modus vivendi che ci è stato imposto e con quello che, forse, dovremmo invece scegliere consapevolmente di praticare.

Oh, ma lo so, lo so: sono riflessione piuttosto ovvie, un po’ retoriche, probabilmente frutto della mia attempata pedanteria (vedi sopra) o di chissà quale nevrotica paturnia. Però so anche bene che, troppe volte, temo, ci siamo abituati a considerare normali, ordinarie, dovute, cose che in realtà non lo sono e anzi sono francamente inopportune e insensate. In fondo lo denotò già Esopo più di 2500 anni fa che «L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose», già. E non c’erano né i supermercati e nemmeno gli iper-mega-centri commerciali odierni, a quell’epoca!

 

Più di un cavallo

Per i libri di cucina o sulla cucina, forse più che per qualunque altro, vale la sentenza di Plinio il Giovane: «Non c’è nessun libro così cattivo che non abbia in sé qualcosa di buono.» Se ne scrivono tanti che è ormai quasi impossibile trovare un titolo per ognuno. Già il primo di questi libri, quello del siciliano Archestrato, li aveva praticamente esauriti perché, come dice Ateneo, era intitolato, secondo Crisippo, La gastronomia, secondo Linceo e Callimaco, La buona tavola, secondo Clearco, L’arte di cucinare e, secondo altri, La cucina.
Ma nei periodi di decadenza il culto della cucina diventa eccessivo. Plinio lamentava che un cuoco costasse più di un cavallo. «Clitone» scrisse La Bruyère «ebbe in vita due sole occupazioni: desinare la mattina, cenare la sera».

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)

Una zuppa repellente

Era una bella giornata di primavera, il cielo, come dice Ferravilla, era del colore della cartasciuga. Faceva caldo, sembrava di essere laggiù… a Mérida, nello Yucatán (Messico). Mi feci portare ai Dos Tulipancitos, il ristorante migliore, specialità la sopa de lima, la zuppa di lima, squisita, leggera, bella da vedere e, benché calda, perfetta anche col calore dei tropici. La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile di acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

(Aldo BuzziL’uovo alla kokAdelphi Edizioni, 1979-2002, pag.15.)