Sentire lo spazio

[La conca aquilana, alla quale si riferisce Piovene, nei dintorni di Rocca Calascio. Foto di Federico Di Dio photography da Unsplash.]

Dovunque si sente lo spazio. Lo sguardo, appena trova un varco, subito va lontano, con l’immediatezza di un corpo sommerso che viene a galla, fino al Gran Sasso ed al Sirente dominanti la vasta vallata.

[Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldini & Castoldi, 2013, pagg.557-558; 1a ed. Mondadori, 1957.]

Un luogo come nessun altro al mondo

Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.

[Friedrich Nietzsche, lettera a Carl von Gersdorff, 1883. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]

Dal secolo scorso è tutto!

Ci sono cose che inesorabilmente segnalano quanto il tempo stia passando, che è poi un bel modo per (non) dire che si diventa vecchi. Ad esempio ieri, sul web, mi cade l’occhio su un articolo che riporta la classifica dei cantanti in gara al Festival di Sanremo: a parte lo sconcerto nel constatare che ancora si tenga una così pacchiana manifestazione mediatico-canora, i due nomi nella classifica che a me sono immediatamente apparsi risaputi in mezzo a tanti altri assolutamente ignoti sono quelli di Iva Zanicchi, classe 1940, e Gianni Morandi, classe 1944. Ecco.
Dal secolo scorso è tutto, a voi la linea! 😔😄

Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

Il nerbo dell’Appennino

[Il Lago del Matese nei pressi di Bocca della Selva, nell’omonimo Parco Regionale. Fonte dell’immagine: elevation.maplogs.com.]

C’erano una volta sull’Appennino i popoli di montagna. La loro terra non bastava a sfamarli tutti. Per sopravvivere, decisero di sacrificare i loro figli in primavera, ogni certo numero di anni. Era il sangue del cosiddetto Ver sacrum, l’atroce “primavera sacra” dei popoli italici. Nei secoli il rituale si umanizzò e si scelse di espellere, anziché uccidere, gli uomini in sovrabbondanza. Partivano a eserciti, nelle primavere stabilite, accompagnati dell’emblema di un animale totemico. Hirpus e luk, il lupo; picus, il picchio; vitulus, il vitello. Così nacquero popoli che furono il nerbo dell’Appennino: Irpini, Piceni, Lucani.
Posti dove l’orrido si ostenta ai forestieri. Gole senza fondo, strade che vi si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il “Saloon dell’Impiccato” o valloni arcigni come la Bocca della Selva. Per sfamarsi, questi cominciarono a premere su città, coste e pianure, ma vennero ricacciati indietro. E quando Roma cominciò a espandersi, si arroccarono sulle montagne adottando una tecnica “afghana” di agguati, senza mai scontri in campo aperto. Spesso si federarono, comunicando fra loro con una rete di tratturi. Forse gli stessi che Annibale avrebbe attraversato per scendere verso Roma.

(Paolo RumizAnnibale. Un viaggioFeltrinelli 2008, pagg.138-139.)