No, Bormio non è pronta per Olimpiadi così!

Si parla molto di legacy. Quale sarà l’eredità olimpica per Bormio e la Valtellina?
«C’è una legacy tangibile, fatta di strutture come lo Ski Stadium, l’Hospitality Lounge e soprattutto il nuovo impianto di innevamento, che consente di produrre grandi quantità di neve in tempi molto più brevi e potrà allungare la stagione turistica. Poi c’è una legacy intangibile, forse ancora più importante, legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento».

Visto che nelle ultime settimane si è scritto spesso del particolare disagio che la comunità di Bormio manifesta verso le Olimpiadi di Milano Cortina (ne ho scritto qui), delle quali sarà una delle sedi di gara, e non solo in merito alle opere o alla gestione dell’organizzazione olimpica in loco ma pure, e soprattutto, per come l’evento abbia generato fratture nel corpo della comunità e nella sua socialità – la vicenda della Tangenzialina dell’Alute è da tempo sintomatica di ciò – ecco che compaiono sugli organi di informazione locali, che è facile presumere siano i più letti a Bormio e dintorni, numerosi articoli che invece riferiscono di come le Olimpiadi non farebbero che del bene ai bormini e al loro territorio, che tutto è a posto o quasi, che son tutte rose e fiori, che sarà una grande occasione per la località, eccetera.

Affermazioni che, con tutto il personale rispetto per chi le enuncia, appaiono sovente superficiali e forzate, più simili a slogan strumentali di una propaganda narrativa necessaria che a considerazioni obiettive e realmente articolate.

Quella citata lì sopra mi sembra parecchio emblematica al riguardo, per come voglia far credere che per “legacy” a favore di un territorio si debbano intendere le opere citate. Che invece sono beni a vantaggio del solo comparto sciistico, dei quali che ne possa fruire il resto della filiera turistica è tutto da dimostrare e che non portano nulla di benefico alla comunità di Bormio. Nulla.

La reale “legacy” per un territorio che ospita un evento così importante come le Olimpiadi, anche e soprattutto a livello di soldi spesi per realizzarlo, non è certo uno “Ski Stadium” o un nuovo impianto di innevamento artificiale! Piuttosto dovrebbe essere fatta di cose che migliorano la quotidianità di tutta la comunità residente, la quale per giunta ha pure dovuto subire per anni i cantieri legati a quelle opere poco o nulla utili: nuovi servizi a supporto della popolazione, un potenziamento di quelli esistenti, una gestione migliorata dei beni ecosistemici, la risoluzione delle problematiche di sicurezza – materiali e immateriali – che il territorio presenta, una progettazione organica e articolata dello sviluppo socioeconomico territoriale a lungo termine e di sostegno a tutte le economie produttive locali e non solo all’industria del turismo… insomma, cose che possano fare dire, tanto e innanzi tutto agli abitanti di Bormio quanto a chi vi giunge per turismo, che realmente grazie alle Olimpiadi il territorio è migliore di prima ed è meglio viverci o starci rispetto a prima, di essere più legati al suo paesaggio e alla propria identità culturale… di esserne più orgogliosi, ecco.

Be’, temo che non è successo nulla di ciò, che non ci sarà nessuna reale “legacy” tangibile – vogliamo chiamarla eredità, visto che siamo in Italia e magari il termine è anche più chiaro e comprensibile? – a favore di Bormio e dei bormini. E non è “legacy” – eredità – neanche quella «legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento»: perché l’evento finisce e se nulla di veramente concreto e vantaggioso – socioeconomicamente – ha lasciato sul territorio, chi ha maturato competenze, esperienze e crescita personale non saprà come utilizzarla in loco e se ne andrà altrove. Oltre al danno ci sarà anche la beffa, insomma.

No, Bormio non può e non deve essere pronta a tutto ciò, a una così triste e desolante eredità olimpica. La comunità bormina l’ha ben capito, ecco perché il disagio nei confronti dei Giochi sta montando continuamente. E, ribadisco, non è tanto una critica a chi sta lavorando all’evento olimpico ma a chi lo ha gestito in modo così pessimo e poco (o nulla) sensibile ai territori coinvolti. «Forse la piena consapevolezza arriverà solo dopo i Giochi» viene affermato a fine intervista: già, è proprio così. Quando gli atleti se ne saranno andati, i riflettori e le telecamere saranno state spente e delle Olimpiadi ci si ricorderà sempre meno, si vedranno come stanno realmente le cose. E speriamo, sul serio, che non sarà una visione troppo inquietante.

L’ignobile DaD in Valtellina per le Olimpiadi

[Un volantino affisso a Sondrio contro la DAD. Immagine tratta da www.sondriotoday.it.]
Personalmente, e in tutta franchezza, trovo che la decisione che sarebbe stata presa in Valtellina di sottoporre parte degli studenti locali alla Didattica a Distanza (DaD) nel periodo delle Olimpiadi di Milano Cortina, anche in forza della soppressione di alcune corse del trasporto pubblico al fine di agevolare il traffico sulle strade che portano verso le sedi delle gare olimpiche in alta Valtellina, sia semplicemente vergognosa.

Nonostante la sua apparente marginalità nell’intera vicenda olimpica, credo che l’idea che la giustifica sia tra le più indegne e inquietanti, anzi: nella decisione è possibile intravedere anche cenni di anticostituzionalità, innanzi tutto per come leda l’equità del diritto allo studio garantita a tutti i cittadini (articoli 3 e 34) oltre che la qualità dello studio stesso, in base a motivazioni del tutto effimere (un evento sportivo con partecipazione pubblica ludico-ricreativa come sono le Olimpiadi, appunto).

Si tratta di un ennesimo schiaffo in pieno volto ai territori e comunità alle quali le Olimpiadi sono state imposte, assoggettandoli a opere e infrastrutture sovente opinabili e negando loro qualsiasi interlocuzione (altro evidente elemento di anticostituzionalità) e ciò solo per garantire e legittimare la relativa propaganda strumentale da parte di chi le Olimpiadi le ha volute e ora non vuole ammetterne il fallimento organizzativo e politico ormai per molti aspetti evidente.

[La pagina che il 22 gennaio il quotidiano “La Provincia” ha dedicato alla questione.]
È bene ricordare che la DaD è una procedura didattica emergenziale che viene giustificata soltanto da situazioni eccezionali e altrimenti ingestibili, come fu nel periodo della pandemia da Covid, la quale necessita di una metodologia didattica specifica che limiti il più possibile l’altrimenti inevitabile disequilibrio nel diritto allo studio costituzionalmente garantito, come già detto.

Qui invece, per l’ennesima volta, ci si trova di fronte a un’imposizione di matrice politica profondamente priva di senso civico e sostanzialmente antidemocratica. Piuttosto, è ormai palese che l’unica reale emergenza, nei territori olimpici, è proprio quella generata dall’impatto delle Olimpiadi sulle comunità e dalla relativa gestione nefasta di chi ne è stato/ne è responsabile. Punto.

Le inaugurazioni delle opere pubbliche (attenzione: è un post “populista”!)

Le imminenti Olimpiadi invernali di Milano Cortina, con il loro strascico di opere realizzate o da realizzare (sempre se verranno effettivamente realizzate) contribuiscono ad aumentare come non mai, almeno nei territori interessati dall’evento, la conseguente quantità di cerimonie istituzionali di inaugurazione – peraltro una pratica da sempre assai diffusa e praticata con fervente impegno, in Italia.

Il copione è sempre lo stesso: arrivo delle autorità tra giornalisti (molti) e pubblico (poco, spesso costretto a presenziare perché in qualche modo sodale alle istituzioni presenti), strette di mano e sorrisi a favore di obiettivi fotografici e telecamere, discorsi ufficiali solitamente assai enfatici, taglio del nastro (magari con bambino/i a rimarcare «lo sguardo rivolto al futuro» dell’opera inaugurata), folcloristica benedizione religiosa (nemmeno le opere possono essere laiche, in questo paese!), altri discorsi eventuali, eventuali interviste ma solo se rapide e gradite alle istituzioni (più lunghe se le elezioni sono imminenti), fine. Il tutto non di rado concentrato in una mezz’ora o anche meno, visto che i soggetti istituzionali intervenuti – quelli politici, nello specifico – probabilmente hanno da presenziare ad altre recite simili altrove, strategicamente fissate nella stessa giornata. Ecco.

Tuttavia – per fortuna o purtroppo – siamo in Italia, paese nel quale di frequente le opere pubbliche inaugurate con tutta l’enfasi appena riassunta finiscono per manifestare variegati problemi: tecnici, funzionali, finanziari, a volte giudiziari, di efficienza, di utilità non così effettiva come annunciato, di impatto ambientale prima trascurato o negato… Insomma, una situazione risaputa da tutti ma che inesorabilmente – e desolatamente – fa paragonare quelle cerimonie istituzionali di inaugurazione a delle recite teatrali con il loro bel copione da eseguire su un palcoscenico soprattutto mediatico e per fini meramente di propaganda più o meno particolari e di parte. Una dinamica che, come detto, le Olimpiadi di Milano Cortina stanno accentuando e rendendo ancora più palese, vista la forte critica – quando non l’opposizione concreta – diffusa nei territori coinvolti riguardo l’evento olimpico e tutto ciò che vi è affine, e dunque la necessità delle istituzioni promotrici delle Olimpiadi di contrastare quell’ampio fronte critico e/o antagonista con la propaganda, appunto. Quasi sempre inutilmente, vista la realtà storica e i dati di fatto: ma alle istituzioni ciò non interessa molto, a quanto pare. L’importante è portare a casa l’articolo giornalistico e il servizi televisivo, tutto il resto non importa.

[Lunedì 19 gennaio 2026, giorno nel quale pubblico il post che sta leggendo, viene inaugurato alla presenza di tante autorità il nuovo “quarto” ponte di Lecco, opera “olimpica” anche se non direttamente parte del dossier di Milano Cortina: oltre 30 milioni di Euro (più le opere di contorno) per un’infrastruttura che quasi tutti i tecnici ritengono mal congegnata e inutile per risolvere la cronica questione del traffico locale. Immagine tratta da www.leccotoday.it.]
Be’, posta tale situazione, e la matrice ampiamente ipocrita che la caratterizza, penso che forse sarebbe finalmente il caso di smetterla con tali cerimonie enfatiche, le quali semmai dovrebbero essere programmate un anno o più dopo la data di apertura al pubblico delle opere realizzate così da averne verificato tangibilmente l’utilità concreta per il territorio al quale sono state imposte, l’efficienza reale e l’assenza di problematiche importanti d’ogni sorta.

Di più: in Italia cerimonie istituzionali del genere, vista la costante cementificazione dei nostri territori e gli indici di consumo di suolo che non accennano a diminuire, anche in ambiti paesaggistici e ambientali di pregio come quelli alpini (o appenninici) e inframontani, sarebbero da mettere in atto per festeggiare non la realizzazione ma l’eliminazione di quelle (non poche) opere pubbliche rivelatesi inutili o dannose oppure i tanti manufatti di proprietà dello stato in stato di abbandono e degrado che occupano e la conseguente liberazione e rinaturalizzazione degli spazi e del suolo occupato. In tal caso sì che autorità, discorsi, enfasi, lodi, glorie e applausi e interviste sarebbe motivate e apprezzabili!

Ma ve l’avevo detto che questo è un post “populista”. Almeno quanto lo sono tutte queste immancabili, invariabili, inesorabili cerimonie istituzionali di inaugurazione, già.

«Le più sostenibili di sempre!»

Le immagini che vedete in questo post, risalenti a mercoledì 7 gennaio e gentilmente concessemi dall’amico Savio Peri che le ha realizzate (e che ringrazio molto, anche per il costante impegno sul tema), mostrano lo stato dei lavori in corso a Livigno nella zona deputata a ospitare le gare olimpiche.

Al netto del giudizio sulle opere in sé, sulla trasformazione del versante montuoso interessato dalle gare e delle aree circostanti, è significativo constatare il massiccio e d’altro canto inevitabile utilizzo di mezzi a motore altamente inquinanti, che da mesi in gran numero operano in loco. Inevitabile, ripeto, ma solo perché non lo si è voluto evitare “alla fonte”, innanzi tutto evitando il “gigantismo” di cui ormai soffrono questi grandi eventi che ancora si vogliono organizzare sulle montagne.

È qualcosa di significativo non tanto per la circostanza in sé, quanto per ciò che si legge nel dossier olimpico, il testo che indica le linee guida in base alle quali si sono svolti e si svolgeranno i lavori olimpici. «Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si presentano come le più sostenibili di sempre» si legge nel dossier e in mille altri testi diffusi ovunque: un’affermazione palesemente menzognera, come le immagini qui proposte e innumerevoli altre testimonianze hanno ormai sancito. Dietro la retorica del “più sostenibile di sempre” si nasconde non solo il green washing più sfacciato ma pure la grande ipocrisia che sta caratterizzando fin dall’inizio l’evento olimpico italiano. Come si può affermare che un’Olimpiade, concepita, organizzata e gestita come è stato fatto, sia “la più sostenibile di sempre” se non decidendo consciamente di dichiarare una falsità?

Di sicuro non basta che alcune opere siano temporanee e verranno smontate alla fine dei Giochi a renderle “sostenibili”: come se fosse solo ciò a determinare il loro impatto ambientale materiale e immateriale, come se ad esempio la modificazione intenzionale e accidentale dei suoli naturali o l’inquinamento atmosferico derivante dai mezzi di cantiere fossero un nonnulla tranquillamente trascurabile – e, per giunta, come se Livigno, nonostante la propria geografia, non subisca già un notevolissimo impatto ambientale generato dal turismo di massa che costantemente (e consapevolmente) attira. D’altro canto è proprio grazie a circostanze del genere, ovvero alle convinzioni relative, che l’idea di sostenibilità è sempre più spesso travisata e privata di senso e di valore autentici, esattamente come viene dimostrato da quello slogan sulle Olimpiadi «più sostenibili di sempre».

Sfortunatamente, in una situazione del genere, la gran parte delle conseguenze nocive si paleseranno non immediatamente ma con il passare del tempo: anche questo le fa ritenere “sostenibili” a molti che le osservano e giudicano con superficialità. È un’altra manifestazione di quella mancanza di cura e di sensibilità verso le montagne e il loro futuro con i cui effetti dovremo presto fare i conti, ben più di ora.

MONTAG/NEWS #12: un po’ di altre cose interessanti (nel bene e nel male) successe sulle montagne

Torna anche oggi la mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne e su ciò che vi accade ne escono a bizzeffe, e ovviamente non ci sono solo quelle che riferiscono dell’imminente disastro (organizzativo) olimpico: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


OVINDOLI RILANCIA IL TURISMO… SÌ, MA VERSO DOVE?

Il nuovo Consorzio “Abruzzo-Montur-Ovindoli” lancia un progetto ambizioso per trasformare la località montana abruzzese in una destinazione turistica moderna e competitiva tutto l’anno, basandolo «su cinque pilastri strategici che definiscono l’identità del progetto: Neve, Wilderness, Green, Smart e Sostenibilità». Tra buone idee, solite banalità (vedi i termini appena citati) e contraddizioni evidenti (nel progetto la neve artificiale diventa «consortile»!), l’iniziativa è interessante ma al momento sembra ancora confusa. Vedremo se e come si svilupperà.


OLIMPIADI: MEDAGLIA D’ORO… AI PREZZI!

Sono sempre più alle stelle i prezzi per una stanza nelle località turistiche interessate dalle Olimpiadi: a Bormio e Livigno si arriva fino a 19mila Euro a settimana. Ma a meno di un mese dall’inaugurazione dei Giochi sono ancora molti gli appartamenti rimasti sfitti: gli operatori sperano nelle prenotazioni last minute e intanto i proprietari rivedono le tariffe. Tra marketing, speculazione e imperizia, il disastro olimpico si sta palesando ancora prima dell’inizio dei Giochi.


IL MONTE BIANCO SI È ABBASSATO (SÌ, C’ENTRA IL CLIMA)

La crisi climatica “si mangia” le montagne, in primis quelle dotate di una vetta ghiacciata. È una delle tante conseguenze deleterie del riscaldamento globale e a farne le spese è anche la cima più alta delle Alpi, il Monte Bianco: la sua quota ora si attesta a 4.807,3 metri con una perdita di quasi 3 metri di altezza, da imputarsi al cambiamento climatico che sta promuovendo, su scala globale, una progressiva e accelerata fusione dei ghiacci. Nota bene: ci sono (solo) ancora 20 metri circa di ghiaccio prima che la vetta del Bianco diventi rocciosa. Una sorte ormai segnata?


È DAVVERO ORA DI PENSARE A UNA MONTAGNA DIVERSA

Su “Montagna.tvPaolo Paci si chiede se davvero non sia ora di pensare a una montagna invernale diversa da quella ancora sovente propinataci. «Contro il cambiamento climatico non possiamo più nulla. A favore di economie più sostenibili, qualcosa ancora sì. Per esempio, possiamo seguire i suggerimenti della natura. Sciare (ciaspolare, mettere le pelli…) solo se c’è neve vera, altrimenti dedicarsi ad altro […] E poi, affidarci ad amministratori lungimiranti, che non straparlino di costosi e inutili impianti di arroccamento, ma che facciano lavorare la fantasia.»


L’HIMALAYA RESTA UNA GRANDE DISCARICA

Non solo le nostre montagne sono alle prese con i danni del turismo di massa. Per certi versi, vista la zona e le sue specificità, sull’Himalaya va anche peggio, per colpa delle nefaste spedizioni alpinistiche commerciali che da decenni lasciano ai piedi degli Ottomila enormi quantità di rifiuti. Il Nepal ha provato ha risolvere il problema, ma ora ammette il fallimento e cerca di mettere in campo nuove soluzioni. Ma una domanda resta senza risposta: che ignobile razza di barbari travestiti da alpinisti (benestanti, peraltro) frequenta le più alte montagne della Terra?