Dalla distrazione nei confronti del paesaggio alla sua distruzione il passo è breve

Nonostante quanto drammaticamente registrato dalle statistiche periodiche sul consumo di suolo, e pure nonostante l’intelligenza e la coscienziosità che da Sapiens dovremmo manifestare di default, mi pare che restiamo sempre troppo svagati riguardo la cura verso i territori che abitiamo e la sensibilità nei confronti dei paesaggi di cui facciamo parte.

Siamo indifferenti, noncuranti, impassibili quando non favorevoli – per meri interessi personali – al consumo degli spazi ancora non antropizzati, come fossero qualcosa di infinito. Una nuova strada? Ma sì, sarà larga solo qualche metro, cosa volete che sia? Un nuovo capannone industriale tra i campi? Tanto di terreno ce n’è ancora un sacco e poi chi lo coltiva più?! Delle nuove piste da sci o delle funivie tra i boschi o su qualche versante montano incontaminato? E vabbé, ce ne sono ancora tanti di alberi e di montagne senza impianti!

Così ecco una nuova strada, poi un’altra, poi un’altra ancora; un nuovo capannone, poi un altro un po’ più grande accanto e quindi altri nelle vicinanze; una nuova funivia in questo vallone, un’altra in quello accanto e poi altre sul versante contiguo… eccetera eccetera eccetera, fino a che di quello spazio che sembrava infinito ne resta ben poco e quel che resta è ammorbato e degradato da tutto ciò che è stato costruito attorno nel mentre che ce ne stavamo fermi a dire «che sarà mai?» e ad accusare gli altri di esagerazione, “catastrofismo” e cose simili.

[Il cantiere della “Pedemontana” nei boschi di Bernate di Arcore (Monza-Brianza). Immagine tratta da www.mbnews.it/.]
Quando si crede e ci si convince senza averne contezza o solo per convenienza che una cosa è senza fine, quella cosa finirà molto prima di quanto si possa immaginare. E se quella cosa che rischia di finire è il mondo in cui viviamo, l’ambiente naturale, il paesaggio, il Sapiens intelligente e coscienzioso dovrebbe capire che tale circostanza è inammissibile: a consumarsi non sarebbe solo il suolo ma pure la vita che si sviluppa in esso e di chi lo abita.

[Le Acciaierie”, centro commerciale abbandonato a Cortenuova, Bergamo. Immagine tratta da www.ilpost.it.]
Ecco: pare che di Sapiens intelligenti e coscienziosi come di norma dovremmo essere non ce ne siano in giro molti e, se ci siano, sovente voltino le spalle dalla parte opposta rispetto al proprio paesaggio e a come e quanto venga consumato.

Dalla nostra distrazione verso il mondo che abitiamo rischia di scaturire la sua distruzione. Possiamo permetterci di correre un rischio del genere?

Io credo proprio di no.

N.B.: nell’immagine in testa al post, dell’amica Annamaria Gremmo, vedete il Vallone delle Cime Bianche, territorio alpino valdostano pressoché incontaminato e privo di antropizzazione che qualche non Sapiens al quale non importa nulla del suo prezioso paesaggio naturale vorrebbe distruggere installandoci degli impianti funiviari al servizio dello sci. Una bieca e deprecabile vicenda della quale, se seguite il blog, sarete già a conoscenza – in ogni caso gli articoli nei quali ne ho scritto li trovate qui.

Costruire nuove strade? Serve solo a creare nuovo traffico

[Foto tratta da it.pngtree.com/.]
Per i miei vari impegni mi ritrovo sempre più spesso a viaggiare in auto sulle strade del nord Italia, sia lungo le arterie autostradali che sulle strade che si immettono nelle valli alpine, e in modo altrettanto crescente mi ritrovo bloccato nel traffico che ingolfa ormai ovunque la rete viabilistica nazionale in orari diurni, non solo attorno alle grandi città. È una situazione ormai insostenibile, per molti versi assurda (a volte vedere strade con tre o quattro corsie per carreggiata totalmente occupate da veicoli fa pensare alla scena di qualche film catastrofista, non all’ordinaria quotidianità), e lo diventa maggiormente e in modi viepiù irritanti quando si sente la classe politica proporre, come “soluzione” a questa situazione, la realizzazione di ulteriori nuove strade, sia in pianura che nelle vallate alpine.

Ma ormai lo sanno anche i sassi che qualsiasi nuova strada, in mancanza di una gestione territoriale strutturata a lungo termine del traffico e del movimento di veicoli, integrata con quella del trasporto pubblico, diventerà in breve un’ennesima strada bloccata dal traffico, dunque pure un’altra fonte di consumo di suolo nonché di grave inquinamento acustico e dell’aria! Da mezzo secolo esiste un principio matematico che lo dimostra, il Paradosso di Braess, dal nome dello scienziato che lo rese noto nel 1968, il quale conclude che:

Un’estensione della rete stradale può causare una ridistribuzione del traffico che si traduce in singoli tempi di esecuzione più lunghi.

Cioè percorrenza più lenta, ovvero maggior traffico.

Ma come fa la classe politica a non capirlo?

Una risposta ce l’avrei ma non voglio rischiare querele da qualche rappresentante istituzionale, di quelli che invece spingono a spron battuto sulla realizzazione di nuove strade nonostante quanto ho appena rimarcato e fregandosene del parere totalmente contrario della popolazione dei territori interessati. Un caso attuale assai emblematico è quello relativo alle nuove tratte della Pedemontana lombarda, che sta distruggendo terreni e boschi nella regione già più trafficata, cementificata, inquinata e insalubre d’Italia e, di contro, dotata di una delle reti di trasporti pubblici locali più malmessa e peggio gestita:

Già, perché ai signori politici giammai viene in mente di investire il denaro pubblico, invece che in nuove assurde strade, nel potenziamento nella suddetta rete di trasporti pubblici, nell’intermodalità logistica, nel portare la gran parte del trasporto di merci dalla gomma (ma ci fate caso a quanti TIR circolano sulle nostre strade?) alla ferrovia, nella mobilità sostenibile, nel migliorare la vivibilità dei territori attraversati dalle grandi arterie stradali…

No, pensano solo a costruire nuove strade, quelli. Che, posta la realtà delle cose, è una soluzione al traffico insostenibile pari a quella che, se una nave imbarca acqua dalle falle nello scafo, invece di tappare quelle falle le si potenzia i motori pensando che, facendola andare più veloce, l’acqua non abbia il tempo di entrarci dentro. Invece non si fa altro che accelerarne l’affondamento.

[L’autostrada BreBeMi, una delle opere più fallimentari mai costruire in Italia.]
Per giunta, oltre al danno la beffa. L’autostrada BreBeMi, una delle ultime grandi arterie stradali costruite in Lombardia, incensata dalla politica come la “soluzione definitiva” ai problemi della ipertrafficata autostrada Milano-Bergamo-Brescia, ha ormai accumulato debiti per oltre due miliardi di Euro.

Due-miliardi-di-Euro. Già. Dei quali cinquanta milioni nel solo anno 2024, quale perdita inscritta in bilancio. Senza contare gli altri problemi che ha, persino peggiori.

E chi credete che li dovrà ripianare, prima o poi? Qualche magnanimo supermiliardario? Il lascito di qualche vecchia nobildonna? Quei politici che l’hanno voluta e ne hanno glorificato le doti, di tasca loro?

Ovviamente no, nessuno di questi, gli ultimi citati in particolar modo. E la risposta esatta la sapete, la sappiamo tutti.

P.S.: nel frattempo, in Svizzera

Per gli svizzeri costruire nuove strade non risolve il problema del traffico. E per gli italiani?

[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.

In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.

Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.

Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.

P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.

Il “Paradosso di Braess”, ovvero: alcune domande alle quali dovremmo trovare buone risposte ma che troviamo comodo non sottoporci

P.S. (Pre-Scriptum): è un post un po’ lungo, ma spero che resisterete e lo leggerete fino alla fine.
Negli ultimi tempi, per vari impegni da sostenere, ho viaggiato parecchio in auto lungo le strade del nord Italia, trovandomi spesso e volentieri intruppato in incolonnamenti e ingorghi tremendi soprattutto lungo le arterie – autostrade e superstrade – che dovrebbero garantire i transiti più veloci. Praticamente ciò non è accaduto solo in occasione di viaggi all’alba o a sera tarda.

Fermo dentro la mia scatola metallica motorizzata nell’ingorgo che contribuivo ad alimentare insieme ad altre migliaia e migliaia di scatole simili con i rispettivi guidatori, osservandole incolonnate a perdita d’occhio lungo le carreggiate, a volte in entrambi i sensi di marca dell’arteria percorsa, inquieto per non poter rispettare gli orari di viaggio che mi ero prefissato e irritato dal navigatore che, segnalandomi continuamente il traffico «più intenso del solito», spostare l’ora di arrivo a destinazione, sconfortato dal fatto di non poter utilizzare il trasporto pubblico per raggiungere le mie mete vista l’eccesiva laboriosità e durata d’una tale opzione (l’efficienza dei trasporti pubblici è a mio parere uno dei segnali più forti circa il progresso di un paese, e l’Italia in tal senso è messa parecchio male), sgomento dal cogliere lo stress evidente di non pochi altri automobilisti intorno a me e il tentativo (puerile) dei soliti “furbetti” di saltare la coda, inorridito per tutta la situazione in corso e per la sua palese irrazionalità… Ecco, in tale circostanza, ultima ma non ultima di una serie chissà quanto ancora lunga, mi sono nuovamente posto, e con ancora maggior forza delle volte precedenti, quelle domande che sempre più di frequente mi frullano nella mente: ma che diavolo stiamo facendo, tutti quanti? Ha senso tutto ciò? È veramente il mondo che vogliamo, questo? Sul serio siamo caduti così in basso, con la nostra cosiddetta “civiltà”, per finire di accettare senza battere ciglio situazioni del genere?

Domande che mi sono già posto mille altre precedenti volte, appunto, ad esempio camminando per le vie di città tanto belle quanto soffocate e degradate da traffico, rumore, smog, oppure in paesaggi naturali di mirabile bellezza invasi da orde di turisti incapaci di vederla e comprenderla e lì solo in cerca di banale “divertimento”, oppure ancora in contesti nei quali troppe persone manifestano comportamenti variamente incivili dacché incapaci di trattenersi in atteggiamenti ben più consoni a individui intelligenti e senzienti come dovremmo essere. Va bene così, è veramente tutto ok, tutto nella norma?

Certo, so bene che molti sono costretti a subire situazioni del genere, a non poter fare altrimenti: ma se questo è comprensibile in ottica di vita quotidiana, spesso non lo è affatto in senso assoluto. In un’esistenza che è fatta di scelte, e solo raramente in forma di sliding doors, sempre più di frequente scegliamo di non scegliere, di accettare lo status quo, di non considerarne la realtà dei fatti preferendo considerare invece solo gli aspetti positivi che la quotidianità di ciascuno offre, riservando ad essi la facoltà di farci sentire “bene” e “al sicuro”. Il che è legittimo e comprensibile, sia chiaro: tuttavia una tale passività finisce per renderci molto meno sensibili, se non del tutto apatici, rispetto a quelle situazioni che qualsiasi mente lucida messa consapevolmente in funzione definirebbe con tutta facilità una follia.

Per fare un esempio: conosco persone che pur di conservare un certo posto di lavoro, evidentemente vantaggioso dal punto di vista economico o professionale, passano ogni giorno due o tre ore in auto (molto spesso da soli) per fare pochi chilometri su strade perennemente intasate: sono veramente felici, costoro? Oppure fanno di necessità virtù e decidono di pensare solo ai vantaggi acquisiti ignorando le conseguenze negative che una vita del genere, vissuta in condizioni così caotiche e alienanti, inevitabilmente provoca? Vita che, inutile rimarcarlo, già al netto di ciò oggi presenta mille criticità, da quelle contingenti al sistema in cui viviamo (carovita, burocrazia, carenze nei servizi di base, imprevisti di piccola e grande scala) alle altre accidentali ma spesso devastanti – il Covid è l’esempio più recente: ci siamo convinti di esserne usciti tutto sommato bene, ma è andata proprio così?

A ben vedere, quelle domande che così di frequente mi pongo sarebbe sicuramente meglio se invece non me le formulassi: la mia serenità ne gioverebbe molto. In fondo il nostro sistema si basa proprio su ciò, sul pretendere che non si pensi quali conseguenze comporti il benessere di cui in molti godiamo. «Volete stare bene? Allora non pensate a ciò che fa stare male!» ci dice in buona sostanza la nostra civiltà, in base al solito principio della felicità dell’ignorante: “occhio non vede cuore non duole”, dice il vecchio adagio popolare. Già, ma se così l’occhio decide di vedere solo il “bene” e di non vedere il male, questo – ignorato, trascurato, incontrollato – peggiorerà sempre più finché comincerà a intaccare anche l’altra parte e quando ciò accadrà forse il danno sarà già irreparabile, proprio perché non lo si è visto, còlto e capito in tempo.

In base a tutto ciò, e tornando alla questione (banale, lo so, ma emblematica) delle nostre strade sempre più intasate, un’altra conseguenza del decidere di non cogliere le cose che non vanno bene è che, quando ci tocca affrontarle, la mancanza di esperienza – ovvero l’ignoranza al riguardo – finisce per farci formulare a questioni parecchio complesse soluzioni fin troppo semplici/semplicistiche. Ci sono sempre più auto, più traffico, più ingorghi sulle nostre strade? Be’, costruiamone altre! La soluzione al riguardo di solito è questa – non solo da noi: ad esempio anche nella ben più virtuosa Svizzera, dove a giorni si svolgerà un referendum popolare proprio su questo tema – e sembra molto il comportamento del bambino viziato i cui troppi giocattoli ormai non stanno più nel baule dove li tiene e dunque chiede ai propri genitori di avere un altro baule per metterci altrettanti giocattoli, anche se con molti di essi ormai non ci gioca più e si potrebbero tranquillamente eliminare. Ci sono troppe auto sulle nostre strade? Costruiamo altre strade! E quando anche queste saranno intasate? Ne faremo altre. E quando pure queste altre traboccheranno di auto? Costruiremo ulteriori strade? Avanti così all’infinito? Peccato che la scienza già più di mezzo secolo fa attraverso il Paradosso di Braess (dal nome del matematico tedesco Dietrich Braess, che pubblicò il proprio studio al riguardo nel 1968) ha dimostrato che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». D’altronde è risaputo che i nostri decisori politici hanno notevoli carenze didattiche nelle discipline umanistiche, figurative in quelle scientifico-matematiche: infatti non solo scelgono di costruire sempre più strade da intasare ma al contempo – in Italia – degradano di continuo l’efficienza dei trasporti pubblici, con il risultato che le nuove strade si intaseranno ancor più rapidamente di quanto prevedibile.

Ma se i politici hanno smarrito da tempo la facoltà di pensiero, e pure se noi decidiamo di non avvalercene troppo spesso per non mangiarci fegato, qualche domanda più del solito sul mondo che viviamo sarebbe bene che ce la ponessimo un po’ più di frequente, a costo di passare alcuni momenti di incazzatura feroce. Anche perché, come detto, si tratta di questioni complesse le cui soluzioni non sono affatto semplici ma non per questo devono essere troppo semplicistiche e populiste, e al fine di trovare quelle migliori il pensiero approfondito al riguardo è ineludibile. Siamo Sapiens, se non abbiamo più tra le mani una clava è perché da un certo punto della storia in poi abbiamo cominciato a pensare più spesso e con sempre maggior approfondimento riguardo il mondo che avevamo intorno. Certe “soluzioni”, come quella del fare più strade in presenza di troppo traffico, in pratica equivale al riprendere in mano la clava tenendo spento il cervello e negando la nostra natura di Sapiens. Che è poi la stessa natura – umana par excellence – che ci pone di fronte a domande come quelle che ho formulato poc’anzi, su di noi e sul mondo che abitiamo, e che dovrebbe saperci far trovare delle buone risposte, sensate, articolate, logiche, realmente efficaci – chiamatelo progresso, evoluzione, sviluppo, crescita o, più semplicemente, buon senso. Ce la faremo, noi “Sapiens”, a trovarle quelle buone risposte ai piccoli/grandi problemi che attanagliano il nostro mondo? Oppure ci toccherà riprendere la clava tra le mani?

(La foto in testa al post viene da Traffico Png vectors by Lovepik.com.)

Una montagna iconica come poche altre (summer rewind)

[Foto di Luca da Unsplash.]

In giro per le Alpi vi sono molte montagne morfologicamente iconiche e culturalmente identitarie – ovviamente il Cervino/Matterhorn è la prima che verrà in mente a tanti – ma ve ne sono poche che assumono un carattere di ineluttabile marcatore referenziale come il Grosser Mythen (che invece verrà in mente a pochi, immagino), posto praticamente al centro della Svizzera e vetta profondamente elvetica per molti aspetti.

In primis per la sua posizione geografica, appunto così baricentrica per il territorio della Confederazione e peraltro centrale anche rispetto ai cantoni primitivi, quelli del Patto del Grütli dal quale, nel 1291, è nata la Svizzera odierna, dunque assumente un valore storico simbolico notevole; poi perché questa sua posizione, isolata rispetto ad altre sommità (eccetto che per la presenza del “fratello” Kleinen Mythen, un poco più basso e meno imponente) e dominante la zona dei laghi della Svizzera centrale, rende il monte visibile da molte parti del paese; la sua morfologia particolare lo rende inoltre inconfondibile oltre che, ribadisco, lo fa sembrare un gigantesco cairn piazzato nel bel mezzo del più caratteristico paesaggio svizzero – laghi, prati verdi, mucche al pascolo, foreste di conifere, chalet… insomma, la Svizzera al suo massimo immaginifico.

[Foto di Roland Zumbühl, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

La iconicità identitaria del monte è tale che una raffigurazione artistica del Grosser Mythen, insieme al Kleinen Mythen, dipinta nel 1901 e significativamente intitolata La culla della Confederazione, è presente anche nell’Aula del Consiglio Nazionale presso il Palazzo del Governo Federale di Berna: la vedete qui sotto, insieme alla veduta “reale”.

[Foto di Charles Giron, tratta dal sito web del Parlamento Svizzero, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]
D’altro canto anche il toponimo è sovraccarico di potenziali simbologie, visto che mythen significa “miti” e al riguardo, come se non bastasse, il leggendario eroe nazionale elvetico Guglielmo Tell sarebbe nato proprio all’ombra del Grosser Mythen. Tuttavia bisogna denotare che l’origine del toponimo viene ritenuta differente e proveniente dalla parola femminile latina meta che indica qualcosa di importante o imponente: in effetti fino all’Ottocento il monte veniva chiamato al femminile, Mythä, come accade per numerose altre sommità svizzere, poi nel parlato comune ha finito per prevalere il genere maschile – ma in zona c’è ancora qualcuno che lo chiama nel modo antico.

In questo monte così pienamente svizzero però c’è anche un po’ di Italia: infatti il vertiginoso sentiero che conduce fino alla vetta, tutt’oggi assai frequentato, venne realizzato nel 1864 da un italiano, tale Muratori, incaricato da un appaltatore di Gersau dal nome altrettanto sudalpino, Domenico Taddei. Ma la montagna stessa possiede antichissime origini mediterranee: la sua geologia rivela una formazione del rilievo nelle acque di quello che è oggi il Mar Mediterraneo, all’epoca un bacino secondario del grande oceano che copriva buona parte dell’Europa, la cui massa è stata poi spinta verso Nord (a 150 km dalla posizione iniziale, addirittura) durante l’innalzamento tettonico della catena alpina; i ghiacciai delle epoche geologiche successive, in questa zona spessi fino a 800 metri, hanno poi modellato la montagna generando la forma odierna.

[Immagine tratta da https://www.myswitzerland.com/it-it/destinazioni/grosser-mythen/. Cliccateci sopra per ingrandirla e notare meglio il ristorante sulla vetta nonché il sentiero che la raggiunge.]

Ma per tornare alle peculiarità proprie del monte, e per rendere ancor più “svizzera” la montagna, il Grosser Mythen palesa un’altra gran mania degli elvetici, quella di piazzare ristoranti o cose affini (quando non funivie o funicolari, fortunatamente non qui) in vetta alle loro montagne: ecco dunque che appena accanto al punto più elevato sorge l’omonimo ristorante con alloggio, raggiunto dal sentiero che ho citato poco sopra ma per il resto circondato quasi ovunque dai più impressionanti precipizi. Una posizione unica che regala uno tra i più spettacolari panorami di tutta la Svizzera, per certi versi anche superiore a quello celeberrimo del Monte Rigi (o della Rigi, per dirla al femminile con i locali, vedi sopra).

[Foto di Patrick Federi da Unsplash.]

Insomma, sotto molti punti di vista il Grosser Mythen rappresenta un autentico e basilare fulcro geografico-culturale della Confederazione. Di montagne iconiche e sovraccaricate di simbolismi (anche se a volte meramente turistici e dunque piuttosto artificiosi) la Svizzera abbonda, inutile rimarcarlo: basti pensare ai già citati Matterhorn o al(la) Rigi, al vicino Pilatus, alle vette dell’Oberland bernese oppure alla “montagna nazionale” (intesa idealmente) del Passo del Gottardo; tuttavia i Mythen, e il Grosser in particolare, ha attratto a sé una narrazione più specifica e speciale, priva ad esempio degli afflati alpinistici propri di vette più elevate e spettacolari e maggiormente impregnata di sentimento nazionale tanto quanto di figurazione antropologica. In ciò è senza dubbio un monte iconico nel senso più compiuto del termine, che magari non troverete raffigurato come altri su locandine e gadgets turistici ma che è “Svizzera”, ovvero è la materializzazione dello spirito geopolitico e culturale di un intero paese, probabilmente più di quelli ordinariamente riconosciuti. Se viaggiate oltre Gottardo per andare verso Lucerna o Zurigo oppure ancora più a Nord o viceversa, sia dall’autostrada che dalla ferrovia date un’occhiata verso l’alto e probabilmente lo vedrete, il Grosser Mythen, dacché transiterete quasi ai suoi piedi. E, se l’angolazione, la meteo e gli altri fattori ambientali del momento saranno favorevoli, capirete sicuramente meglio quanto vi ho raccontato fino a qui.